Privatizzare la gestione dell’acqua conviene? Per molti tra quelli che l’hanno provato, no. Viaggio nella rossa Toscana, che avvia la svendita dell’oro blu e ignora 42.000 firme a sostegno della legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua...
Sono tanti i cittadini italiani preoccupati per la qualità e il costo dei servizi pubblici. Ogni giorno sorgono comiitati locali che si oppongono alla privatizzazione dei servizi di pubblica utilità, ritenuta dannosa per gi interessi condivisi. Ogni tanto arriva una buona notizia. È il caso di Napoli e di altri 132 comuni campani che, dopo aver avviato l’iter per una gestione mista pubblico-privata de servizi idrici integrati, ha fatto marcia indietro rimettendo tutto in discussione. La questione della gestione delle reti idriche in larghe parti del territorio italiano viene percepita come un reale problema.
Le complicazioni sono nate con la legge galli del ’94, che avviava la divisione dei bacini indrografici in “Ambiti terittoriali ottimali” (Ato), prevedendo la possibilità di una cogestione pubblico-privata di questi. Attualmente su 93 ato esistenti in Italia, solo 41 hanno avviato una procedura di affidamento del servizio a società private. In molti casi, al contrario del mito dell’efficienza del libero mercato, i primi a pagarne (in tutti i sensi) le conseguenze sono proprio i cittadini. Vediamo qualche esempio. La Toscana è stata la regione che per prima ha spinto in direzione di una privatizzazione del settore acqua. L’ato 4 di Arezzo, privatizzato nel 1999, è quello con le tariffe più alte d’Italia: secondo uno studio di Cittadinanza attiva, sulle tariffe del 2005, una famiglia di 3 persone che consuma 192 metri cubi di acqua all’anno paga nella città toscana 314,93 euro, contro i 114,92 di Milano e i 110,37 di Cuneo. “Le tariffe ad Arezzo sono salite del 40 per cento con la gestione mista”, commenta Roberto Renai, del comitato toscano per la legge di iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua. 42mila firme di cittadini toscani non sono bastati a bloccare la giuunta regionale, che solo dopo 6 mesi sembra intenzionata ad avviare la consultazione obligatoria con i promotori della legge popolare. ”Nell’ato 6, nella zona di Siena e Grossetto, la situazione non è molto migliore”, dice Renai e aggiunge “con l’ingresso dei privati ha portato un canone fisso sulla bolletta dell’acqua di 15,46 euro. Una pazzia rispetto ai 2 euro del passato”. A questo va aggiunto un aumento delle tariffe del 14 per cento. L’obiezione possibile è che la legge prevede che la maggioranza delle azioni delle Spa appositamente create per la gestione mista resti comunque in mano pubblica. “Nella pratica è tutta un’altra storia - dice Renai - prendiamo il caso dell’ato di Siena: il 60 per cento delle azioni della società Acquedotto del Fiora spa, gestore dei servizi idrici, è pubblico e solo il 40 per cento è in mano alla società privata Acea”. Solo che, dopo aver vinto l’appalto, quest’ultima ha preteso dai comuni interessati la firma d un “accordo transattivo”, che prevede condizioni precise, come spiega Renai: “la possibilità di ritoccare le tariffe ogni 3 anni, la garanzia che i comuni non procederanno ad azioni legali per i lavori che la società svolgerà in zona e una delega diretta all’amministratore dell’Acea per decisioni per somme fino ad un milione di euro”. In queste condizioni, lo spazio di manovra dei comuni dell’ato viene molto ridotto.
Forse questo è tra i motivi che hanno spinto l’ato 2 della Campania, che comprende Napoli e altri 132 comuni, a revocare la delibera con la quale la stessa assemblea affidava la gestione del servizio idrico integrato ad una costituenda società mista per un bacino di tre milioni di utenti. “I delegati dei comuni interessati - dice Salvatore Carnevale della Rete Lilliput di Napoli - hanno dichiarato di essere stati ingannati dal Cda dell’ato, che a novembre del 2004 avevano spinto all’approvazione della delibera dicendo che visto la situazione economica non c’era alternativa alla privatizzazione”. Alla costituzione della Spa per la gestione dell’acqua, è partita una contestazione dal basso, appoggiata da personaggi pubblici come Beppe Grillo e padre Alex Zanotelli, che ha contribuito al retromarcia dell’ato 2. “Ci sono esperienze di gestione pubblica, come Torino, che funzionano - dice Carnevale - e basta guardare alla vicina ato 3 nel sarnese-vesuviano, dove le tariffe salgono proporzionalmente agli investimenti, per dire il contrario della gestione privata”. La scelta di Napoli conferma la tendenza alla ripubblicizzazione dell’acqua che si diffonde in diverse realtà locali italiane. Come in Puglia dove, il governatore Nichi Vendola ha affidato la presidenza dell’acquedotto pugliese a Riccardo Petrella, da sempre in prima linea nella battaglia per l’acqua come bene pubblico e non mercificabile.