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"Presi per Caso" l’arte oltre le mura del carcere


Un collettivo artistico come tanti, ma che ha dalla sua un’esperienza in più: quella del carcere. I componenti del progetto sono tutti detenuti, o ex detenuti, del carcere di Rebibbia. Un gruppo rock e una compagnia teatrale. Noi gli abbiamo intervistati...
martedì 20 marzo 2007, di Tano Rizza - 1612 letture

Un gruppo rock e una compagnia teatrale, membri mai fissi, organizzazione flessibile e uno spirito libero che regna, finalmente, sovrano su tutti i componenti del collettivo artistico.

È lo spirito dei “Presi per Caso” che potrebbero essere un collettivo artistico come tanti, ma che ha dalla sua un’esperienza in più: quella del carcere. I componenti del progetto sono tutti detenuti, o ex detenuti, del carcere romano di Rebibbia, si sono conosciuti tra le mura delle celle e hanno deciso che l’arte era una buona forma per evadere, almeno mentalmente.

Per prima, otto anni fa, è nata la band rock. I detenuti dopo un periodo di contrattazione con l’amministrazione carceraria sono riusciti ad avere gli spazi adeguati per provare , e le autorizzazioni per suonare all’interno del carcere, almeno di fronte alle loro rispettive famiglie. Negli anni l’esperienza è cresciuta, il livello musicale salito. I membri della band per un lungo periodo sono cambiati continuamente: una scarcerazione faceva uscire dal gruppo uno di loro, un arresto faceva acquistare un nuovo elemento. Ma la dinamica non cambiava. Attirando su di loro l’attenzione di band del calibro di 99Posse, Modena City Rambles, Claudio Baglioni, che affiancano i Presi per Caso nei concerti all’interno di Rebibbia. Le tematiche, all’inizio, si sono concertate sul malessere della vita in carcere, denunciando a parole e musica ciò che accadeva nel loro quotidiano. La reclusione, la vita fuori, gli affetti lontani. Il suono è rock, graffiante, incisivo, le chitarre distorte, il basso cupo, la batteria martellante danno la giusta connotazione sonora all’inquietudine quotidiana. Il gruppo, negli anni si afferma, si fa conoscere e diventa un esempio di recupero anche per altri carceri. L’amministrazione carceraria romana si accorge che un altro modo di rieducazione sociale è possibile, e che la musica è un buon mezzo. Il 2002 è caratterizzato da una sostanziosa apertura nei confronti della band da parte dell’amministrazione penitenziaria e dal Tribunale di Sorveglianza attraverso la concessione di permessi, autorizzazioni e misure alternative. In due anni il gruppo di stabilizza, le fisiologiche turnazioni hanno termine.

Dal 2004, i membri sono tutti liberi, ma la musica gli tiene uniti. Nello stesso anno debuttano nei teatri con il musical carcerario “Radiobugliolo”, scritto e musicato da Salvatore Ferraro (membro e chitarrista della band, dal 1998) diretto da Michele La Ginestra e messo in scena per quattro settimane al Teatro Sette e al Palladium di Roma. Le musiche proposte a teatro finiscono per andare a formare i loro primo lavoro discografico, il cd omonimo “Presi per Caso”. Il disco è prodotto dall’associazione no-profit di detenuti Papillon che mette a disposizione del gruppo, in qualità di direttore artistico, Sergio Gaggiotti dei Rossomalpelo e il noto artista Pablo Echaurren come autore della copertina. La band non ha un cantante fisso, per scelta, perché la voce ideale dei presi del caso resta quella del loro primo frontman Giorgio Capece, morto in cella dopo una lunga malattia contratta in carcere.

Nel 2007, la grande novità: un nuovo disco “DELINQUENTI”, distribuito in tutta Italia realizzato con la forte partecipazione della “società libera” (Comune di Biella e Biella festival) e la “felice contaminazione” di artisti importanti come Francesco Di Giacomo e Rodolfo Maltese (voce e chitarra del prestigioso BANCO del Mutuo Soccorso)

L’altra faccia di questo collettivo si chiama “La cattiva Compagnia”, e propongono spettacoli di teatro-canzone, dei veri e propri musical carcerari (“Radiobugliolo” e “Delinquenti” hanno ottenuto ampi consensi di critica e di pubblico). Le dinamiche che hanno portato all’unione dei suoi membri ricalcano quella del gruppo: all’inizio l’esperienza comune del carcere, poi la libertà, adesso girano i teatri nazionali per proporre le loro storie. Tematiche galeotte, dalle gags alle riflessioni, per portare in giro la voglia di riscatto di questi ex detenuti.


Abbiamo contattato via mail Salvatore, componente dei “Presi per Caso” (è lui a scrivere i testi e le musiche delle canzoni nonché i copioni degli spettacoli teatrali) con lui approfondiamo la conoscenza con il collettivo artistico.

Come vi è venuta l’idea di formare un collettivo artistico in carcere? In carcere, intanto, si è “collettivi” per forza. Nel senso che devi convivere con altra gente, dividerne gli spazi angusti e le condizioni spesso indegne di vita. Condividere tutto con tutti, per non affogare nel degrado. Provare a tirare fuori il meglio di te nei rapporti umani, nel rispetto dei deboli e nel far fiorire qualcosa, qualsiasi cosa… anche di artistico. A noi è successo proprio questo..

Che rapporto ha il detenuto con il tempo, e quanto vi ha aiutato l’arte?

Il tempo, in carcere, è un nemico. Il peggior nemico. E’ acqua che non scorre. Il tutto, senza che nessuno provi a darti un’occasione di cambiamento, di creativo o realmente socializzante che possa proiettarti, anche e solo mentalmente, in un vivere diverso. E si sprofonda. L’arte ci ha aiutato tanto ma l’abbiamo dovuta ottenere con la protesta, quasi con la forza. Anche se dobbiamo ringraziare il dott. Barbera (direttore di Rebibbia nel 1997) che, alla fine, ci ha accordato alcune cose essenziali.

L’amministrazione penitenziaria come ha risposto alle vostre richieste?

L’amministrazione penitenziaria è una colossale macchina burocratica. Migliaia di carte che fluttuano giorno per giorno da ufficio a ufficio. Circa il 98% delle richieste dei detenuti viene regolarmente cestinata. Anche il 98% delle nostre richieste, giusto per rispettare la media, sono state debitamente cestinate.

Che tipo di risposte avete avuto dal mondo esterno quando ancora vi esibivate solo in carcere?

All’epoca, solo fugace solidarietà. Ma ci ha fatto bene anche quella. Il mondo esterno, di norma, viene tenuto distante e all’oscuro di tutto ciò che accade in un carcere. Il carcere è isolato, opaco. Deve essere “invisibile” ai più. Il carcere viene privato di un confronto vero, sociale con il resto della collettività: pertanto, all’inizio, nessuna vera risposta dal mondo esterno.

Qual è la storia personale del vostro primo cantante Giorgio Capece? Perché ancora oggi una persona può morire in carcere a seguito di una malattia contratta dentro ad un istituto penitenziario?

E’ la storia di un amico acquisito, come tutti, dentro le mura. Un amico, con una condanna pesantissima alle spalle, una persona capace, però, di slanci altruistici fantastici, di grande generosità e un profondo senso di giustizia. Ricordo soprattutto la sua voce calda, molto blues, quando cantava. Lo ricordo, poi, qualche mese prima di morire, sdraiato su un lettino, con la gola recisa e senza più un filo di voce. Gli avevano tolto la voce. Il carcere è foriero di malattie che nella società dei liberi sono state debellate da qualche secolo: tubercolosi, leptospirosi e casi quotidiani di scabbia. In carcere, poi, i suicidi ammontano a circa 60 all’anno.

Di che cosa parlano i testi delle vostre canzoni, e quanto ha influito l’esperienza carceraria nel vostro modo di porvi al pubblico?

Nelle nostre canzoni, come nei nostri spettacoli teatrali, raccontiamo l’esperienza carceraria. Quella che abbiamo vissuto. La novità sta nel raccontarla con uno spirito particolare: ironico, feroce, quasi comico. E alla gente piace. Ai nostri concerti, ai nostri spettacoli, grasse risate, entusiasmo alle stelle, accompagnano questo modo inusuale di raccontare la tragedia della prigionia e l’insensatezza della pena carceraria. Abbiamo fatto la scelta di non compiangerci troppo ma, al contrario, di accompagnare i “liberi” in questo viaggio dentro le mura, con la musica più Eccentrica e le gags più fulminanti a nostra disposizione.

Qual’è l’obiettivo principale del vostro progetto?

C’è innanzitutto la voglia di non sbarazzarsi del pesante bagaglio accumulato in carcere ( i Presi Per Caso band + attori accumulano insieme ben 52 anni di galera) ma di raccontarlo ai “liberi”, metterlo quasi a loro disposizione. C’è la consapevolezza e la voglia di comunicare nella speranza di aprire un dialogo vero, autentico tra il microcosmo che rappresentiamo e la società affinché si capiscano più cose, si azzeri il pregiudizio, si possa assorbire il buono della società ma si possano utilizzare le tante potenzialità umane e creative che un detenuto o ex può mettere a disposizione della collettività.

Per maggiori informazioni sul collettivo artistico PRESI PER CASO www.presipercaso.it

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