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Pranzo di ferragosto. Regia di Gianni Di Gregorio. Miglior Opera Prima Festival di Venezia 2008



mercoledì 1 ottobre 2008, di Dario Adamo - 501 letture

La mamma è sempre la mamma, c’è poco da fare. E quando l’età avanza e i segni sul viso ne sono un’epidermica e inconfutabile prova, tocca ai figli restituire tutto quell’affetto, quell’amore di cui la mamma è stata capace per molti anni, senza mai lamentarsi. Gianni, in questo compito è esemplare: figlio encomiabile, vigile e attento a tutti i bisogni dell’anziana madre in compagnia della quale trascorre tutti i suoi giorni, festivi inclusi. Certo, se poi da figlio deve trasformarsi in poliedrico badante di interi gruppi di signore sole, le cose potrebbero complicarsi non poco.

Ed è proprio quello che succede al povero Gianni (Gianni Di Gregorio), che pieno di debiti nei confronti dell’amministratore del suo condominio, è costretto a scendere a compromessi: la cancellazione di gran parte delle somme dovute in cambio di un semplice favore e cioè badare per due giorni (a cavallo di ferragosto) alla madre del suo creditore, il quale è impegnato con degli irrinunciabili bagni termali. Gianni accetta mestamente il patto ed è così che il giorno seguente l’amministratore torna con sua madre ed un’altra novità: la zia Maria (Maria Calì). Indispettito non poco, Gianni si prodiga per sistemare anche lei.

Come se già non fosse abbastanza, un suo amico dottore tanto gentile da venire a visitralo in casa per un malore che lo tormenta ,gli chiede un favore da amico: prendersi cura dell’anziana madre, poichè lui sarà costretto a fare il turno di notte e non potrà badare a lei. Ed ecco che il quadro è completo: un non più giovane scapolo e quattro anziane signore di cui occuparsi, ognuna con le proprie fisime, i propri orari, i propri bisogni… e un pranzo di ferragosto da rimediare nel giorno più in ferie dell’anno.

Una carriera da aiuto-regista e sceneggiatore (ha collaborato alla scrittura di Gomorra) e ora novello regista e attore protagonista di questa sua opera prima che gli ha valso l’omonimo premio alla Mostra Internazionale d’arte cinematogrfica di Venezia di quest’anno, Gianni Di Gregorio ha confezionato una dolce storiella che parla di solitudine e terza età senza rendersi pesante e tuttavia suggerendo non pochi spunti di riflessione su tematiche spesso evitate dal cinema di oggi.

La scelta di “assumere” attrici non protagoniste è stata rischiosa, ma fruttifera: le quattro signore faticano a non buttare l’occhio alla telecamera, incuriosite dalla loro stessa storia, fatta di piccoli vizi repressi, di abitudini incrollabili, di proibizioni gastronomiche, ma fanno tutto come lo farebbero nella vita reale, con quella senile calma nel parlare che nasconde un velo di saggezza e un tantino di preoccupazione.

Come afferma lo stesso autore si è trattato di una lavorazione complessa, ma entusiasmante: ha dovuto praticamente buttare via il copione , confrontandosi con attrici non professioniste, ma attivissime e intente a dominare il set con una certa autorità. Un’esperienza in parte realmente vissuta (di Gregorio ha veramente vissuto con la madre per dieci anni ed ha avuto realmente a che fare con il suo amministratore e le sue bizzarre richieste, anche se alla fine non ha accettato), l’ipotesi del “come sarebbe andata se…”con un budget ristrettissimo (500.000 euro) ed un’originale ambientazione (la vera casa del regista), ma che ha dato vita ad un gioiellino del nostro cinema.

Buono per tutti, giovani e meno giovani, mamme attente e figli premurosi.

http://cinemaeculture.wordpress.com/

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