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Praga è sola - Noi che non capiamo l’Europa

Il Sessantotto sequestrato : Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e dintorni / Guido Crainz ; saggi di Pavel Kolar, Wlodek Goldkorn, Nicole Janigro, Anna Bravo. - Roma : Donzelli, 2018. - VI, 196 p., [IV], br. ; 16,8 cm. - (Saggine ; 302). - ISBN 978-88-6843-727-5.
di Sergio Failla - mercoledì 7 marzo 2018 - 2317 letture

Ci sono state solo due rivoluzioni mondiali. Una nel 1848. La seconda nel 1968. Entrambe hanno fallito. Entrambe hanno trasformato il mondo.” (Marco Revelli, 1968: La grande contestazione, Laterza, 2008)

Ho chiesto a un italiano, bianco, lavoro a tempo indeterminato, nato nel 1983, chi era Jan Palach. Lui non sapeva di cosa stessi parlando.

1.

Il libro di Guido Crainz, Il Sessantotto sequestrato (Donzelli, 2018) contenente saggi di Pavel Kolář, Wlodek Goldkorn, Nicole Janigro, Anna Bravo e una lunga introduzione dello stesso Guido Crainz, è uno di quei libri importanti, che dovrebbero essere letti oltre lo ristretto interesse riguardante il cinquantenario del Sessantotto che ricorre in questo 2018.

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Il Sessantotto sequestrato (copertina del libro)

Innanzitutto perché “colma una lacuna” come si dice in gergo, ovvero punta l’attenzione una volta tanto non sull’ombelico sessantottesco italiano, né sul ritrito Sessantotto francese o nordamericano. Finalmente un libro che apre uno squarcio sul Sessantotto nei paesi dell’Est. Ovvero sui paesi che si trovano a pochi chilometri del nostro confine: dietro l’angolo di Trieste. Sono i paesi che oggi “appartengono” all’Europa a pieno titolo e che in quegli anni “ancora” si trovavano oltre cortina. L’Italia era allora paese di confine, vetrina dell’Occidente opulento nei confronti dell’Est, e pieno di basi militari pronte a dare una risposta militare a una possibile ventilata invasione da parte del Nemico. Nello stesso tempo quei Paesi erano infarciti di basi missilistiche e di basi militari pronti a reagire allo stesso modo perché il Nemico eravamo noi. Tutto lineare? No, perché sia nel confine ad Occidente che nel confine ad Oriente le cose non stavano né sono mai state in termini lineari. Si pensi all’Italia con la grande trasformazione intervenuta negli anni successivi alla guerra (persa): gli anni Cinquanta della cosiddetta ricostruzione, gli anni Sessanta del cosiddetto boom, gli anni Settanta dei cosiddetti “anni di piombo”. L’Italia in cui dominava il partito conservatore cattolico (DC) ma con una forte opposizione di sinistra (il PCI, legato ideologicamente ai Paesi dell’Est e alla Russia che allora si chiamava URSS).

Nel 1968 accadde qualcosa di strano, anomalo rispetto a ciò che esisteva (lo status quo). Una esplosione di rivolte, occupazioni, mobilitazioni. Tutti i grandi centri urbani dell’Occidente e non solo ne furono coinvolti: si ricordi cosa accadde a Città del Messico dove in pratica “tutto iniziò”. La parte giovanile (quella tra i 18 e i 25 anni) della popolazione si mise a protestare occupando le Università: non “tutta” la popolazione giovanile, ma quella più significativa perché legata alle città capitali e alle università (cioè ai luoghi deputati alla scolarizzazione della futura classe dirigente). Gli adulti, coloro che occupavano i posti di comando in quelle società, si trovarono completamente impreparati a capire e fronteggiare la situazione. Era la generazione che aveva subito la guerra, che aveva vissuto all’interno di Stati totalitari o nell’ambito di una civiltà e una tecnologia che era stata stravolta dalla guerra mondiale. Hiroshima e Nagasaki avevano cambiato completamente le carte in tavola.

I vari Paesi reagirono in vario modo davanti a queste proteste. Ognuno secondo le caratteristiche delle proprie classi dirigenti, e ogni variazione della risposta ebbe conseguenze sulle caratteristiche di quegli Stati nei decenni immediatamente successivi. Il Sessantotto fu un fenomeno globale, simile a quello che era stato la guerra terminata una generazione precedente; una specie di esplosione di bombe atomiche in tutte le città universitarie del Nord del mondo, contemporanea e con conseguenze negli anni a venire del fallout radioattivo.

Nel Sessantotto ci furono le occupazioni delle università a Roma e in varie città italiane. Oltre al Sessantotto delle città universitarie del centro-nord ci fu un Sessantotto delle periferie [1].

La rivista Micromega ha dedicato al Sessantotto due volumi al Sessantotto, senza andare oltre gli stereotipi di genere [2]. Vi è un aspetto tipicamente “provinciale” dell’approccio al Sessantotto che la storiografia contemporaneista italiana ha avuto nei suoi studi sull’argomento. Troppo vicini all’evento (è il problema della contemporaneistica), l’accumulo e la produzione di documenti è passato prima attraverso gli ambiti non accademici né qualcuno si è mai occupato di una pianificazione organizzata degli studi: d’altra parte, per fare questo occorrono fondi che non esistono, e istituzioni abituate a una metodica di ricerca che non fa parte del mondo accademico, individualista, italiano. L’approccio del libro di Crainz ha il doppio merito dell’approccio a più voci, e del sondaggio su un’area extra-centro-italiana del Sessantotto. Vedere cosa succede “attorno” è altrettanto importante che vedere cosa succede nel (tutto supposto e ipotetico) “centro”.


Io che scrivo sono un bianco, italiano, un lavoro a tempo indeterminato, sono nato nel 1962. Avevo 6 anni nel Sessantotto. Io chi era Jan Palach lo ricordo bene.

2.

Jan Palach aveva 21 anni. La stessa età degli universitari che a Berkeley o alla Sorbona o a Roma manifestavano per la pace, per la riforma, contro la guerra e i baroni universitari. A Praga il 15 gennaio 1969 andò in piazza Venceslao, si mise davanti alla scalinata del Museo Nazionale. Si cosparse di benzina e si diede fuoco. Morì tre giorni dopo. Divenne il simbolo di quella stagione: la “primavera di Praga” terminata dall’invasione dei tank sovietici. La folla aveva affrontato pacificamente i carri armati; i sovietici avevano dovuto chiamare nuovi rinforzi, divisioni dalle regioni asiatiche e siberiane per impedire quello che era accaduto: i soldati russi non avevano voluto sparare, aveva parlato con la gente di Praga, avevano “fraternizzato”. Qualcuno ricorda cosa è accaduto a piazza Tienanmen nel 1989?

Il saggio di Guido Crainz parla della primavera di Praga, del rapporto che il PCI ebbe all’epoca con i fatti dell’epoca (il PCI non ne esce bene). Soprattutto indaga la storia del mancato incontro tra la cultura del Sessantotto occidentale, gli studenti che protestavano ad Occidente, e il tentativo riformista in atto in Cecoslovacchia. “Praga è sola” scrisse la rivista de Il Manifesto: loro erano stati buttati fuori dal PCI. Soli non solo perché nessun Paese occidentale volle intervenire, così come nessuno volle muovere un soldato per i fatti d’Ungheria del 1956 - ricordiamoci che c’era l’ “equilibrio del terrore nucleare”; non si andò oltre delle proteste diplomatiche, mentre i Partiti comunisti occidentali appoggiarono l’invasione della Cecoslovacchia. A partire dal più ortodosso dei partiti comunisti occidentali, il PCF francese; ma seguito anche dal PCI. Gli studenti occidentali non capirono quello che stava accadendo in Cecoslovacchia e nei paesi dell’Est, ma anche se capirono non credo proprio potessero fare qualcosa se non continuare la protesta. Scrisse Angelo Bolaffi (nel 1998): Jan Palach “morì come uno di quei bonzi vietnamiti che con i loro suicidi avevano spinto alla protesta un’intera generazione e fatto vergognare la più grande potenza del mondo. E invece di fronte a questa morte molti restarono indifferenti, qualcuno addirittura ostile. Perché?”. E Anna Bravo nell’ultimo bellissimo saggio finale, pieno di suggestioni e sottolineature (solo nel 2008 Mario Capanna andrà a deporre una corona alla tomba di Jan Palach): “Spero che molti ricordino di aver lasciato che la differenza diventasse separazione, e di come è stato facile non rendersene conto”.

Attraverso i diversi saggi e documenti del libro si parla di quello che accadde in Polonia - una intera generazione di intellettuali che fu costretta all’esilio mentre chi rimase dovrà conoscere anni di repressione prima dello sbocco in Solidarnosc -, in Jugoslavia dove Tito prima fece finta di dare ragione agli studenti e poi fece partire la repressione quando gli studenti tornarono nelle aule. Il saggio di Guido Crainz non a caso si intitola “L’Europa che non abbiamo capito”. Non abbiamo capito allora e, temo, non riusciamo a capire oggi.

Il sistema della comunicazione, in quegli anni, era solo leggermente diverso da quello di oggi. Dopo la grande abbuffata di radio (centralizzata dai Governi in Europa) nascevano le televisioni. Corrado iniziava a fare alla radio La Corrida. Non c’era Internet né telefonini (ma ve l’immaginate? Si leggevano molto i giornali, settimanali e persino mensili. L’Italia naturalmente era indietro, ma sembrava potesse colmare il divario con i “paesi più avanzati” [3]. Sulla “primavera” di Praga, come sul tentativo del 1956 in Ungheria [4], fondamentalmente si disse gran parte di quello che ancora oggi gli storici sanno - a parte qualche documento relativo agli Archivi del PCI e dell’ex URSS (ma su questi ultimi gli storici italiani bazzicano ben poco) -. Sapere cosa succede, essere bombardati dalle informazioni non corrisponde necessariamente a uno spostamento di opinioni, all’interno della massa della popolazione. Il sistema era bloccato, e non solo tra Est ed Ovest, ma all’interno dell’Ovest esisteva una egemonia conservatrice, rigida nell’opporsi a qualsiasi infiltrazione di idee provenienti da qualsiasi parte, e ovviamente soprattutto dall’Est. Persino quando dall’Est provennero idee di riforma rispetto all’applicazione del socialismo in quei Paesi, la nomenclatura dei partiti comunisti occidentali preferì la conservazione, la fedeltà a Mosca. I giornali anti “comunisti” italiani informarono ampiamente su quello che accadeva, Jan Palach fu rinfacciato ai “comunisti” nostrani per tutta la durata della crisi, salvo poi a essere dimenticato nella fase successiva, a testimonianza che di un uso strumentale si trattava.

Giustamente il libro di Crainz si interroga su perché la “terza via” di Dubcek e della nuova dirigenza cecoslovacca non trovò una sponda neppure ideale nel movimento sessantottesco europeo che pur nell’estrema eterogeneità di posizioni era comunque accomunata dal desiderio generazionale di rivolta/protesta nei confronti dell’egemonia conservatrice esistente. La lettura che se ne diede, la parziale “liberalizzazione” economica rispetto al regime burocratico statalizzato esistente, fu quella di cedimento a forme “borghesi” di privatizzazione dell’economia [5]. E’ da dire che anche nel caso in cui ci fossero stati maggiori integrazioni tra le due proteste, non credo si sarebbe andati molto oltre. Una ingerenza da parte dell’Occidente sui fatti interni di un Paese dell’Est non era possibile, neppure in questo caso? Uno storico può anche porre la domanda ma non può dare risposte al riguardo.

La solitudine di Praga allora fa contraltare alla solitudine del riformismo e del ribellismo in Occidente. In Italia le bombe del 1969 alla banca dell’Agricoltura proiettarono il nostro Paese e un’intera generazione in un’altra epoca.


Un mio amico ha vissuto alcuni anni in Slovacchia. E’ tornato da pochi giorni in Italia. Lì a Bratislava, dice, ci sono 15 mila italiani. Una generazione migrata che ha aperto piccole attività, negozietti, caffé. E’ tornato il giorno dopo l’assassinio di Jan Kuciak, giornalista che indagava sulla corruzione di imprenditori e politici, e della sua fidanzata Martina. La polizia ha accusato un gruppo di italiani, collusi - ha detto la polizia - con la ‘ndrangheta calabrese.

3.

Oggi abbiamo a che fare con i “paesi dell’Est” per ragioni economiche e politiche. Sono tutti più o meno entrati nell’orbita dell’Unione Europea, hanno più o meno aderito all’euro e comunque l’euro è la moneta dominante. Dall’est europeo provengono strani segnali che impensieriscono la buona coscienza degli europei occidentali. Neofascismo, violenza, anti-migranti, traffici di droga armi e mafie… Il crollo del “comunismo” e dello statalismo industriale ha consegnato all’occidente una specie di frutto avvelenato, lo specchio stesso dell’occidente nei suoi aspetti peggiori. Prima Stati satelliti della potenza russo-sovietica, ora staterelli satelliti di un’Europa che non riesce a coordinarsi e strutturarsi al proprio interno se non su materie economiche (il “libero mercato” cioè la prevalenza delle multinazionali e degli Stati più forti come la Germania). Quando questi staterelli provano a riprendere in mano una propria identità e un proprio orgoglio, dato per scontato la coltre anti-comunista che si è radicata su quelle terre, lo fanno in direzione preoccupante: appunto, come caricatura grottesca dei ricchi Stati occidentali e nella direzione della più estrema Destra sociale ed economica. Lo smembramento della Jugoslavia ha lasciato residui avvelenati (non solo dalle polveri d’uranio usati dai proiettili occidentali) e un territorio lasciato in mano alle mafie. E’ come se nel cuore dell’Europa qualcuno sia intervenuto con un martello su una lastra di vetro.

Il riapparire della potenza russa al confine di questa zona ha incrementato la paura delle popolazioni (e dei ceti dominanti), la guerra in Ucraina è rimasta irrisolta (anche qui, un altro colpo di martello su una lastra di vetro). Il senso che l’Occidente europeo non sappia o non voglia essere tanto forte da riuscire a proteggere questa parte dell’Europa che pure si era affacciata all’Europa con tanta speranza.

Il “ritorno” dei paesi dell’est europeo all’interno dell’Europa occidentale, nella situazione pre-1945, non è stato facile. Si è ristabilito il corridoio tradizionale di comunicazione che dalla Germania punta verso la Turchia, ma gli emigrati di questi territori in Occidente hanno trovato un muro di disprezzo utilizzati come manodopera a basso prezzo (= schiavi economici [6]). Attraverso riviste come Limes, o le pagine di Girodivite, con la rubrica curata da Emanuele Gentile e con il suo Centro Studi, seguiamo da un decennio a questa parte quanto accade nei paesi dell’Est. Ricordo come negli anni Ottanta eravamo davanti alla televisione io e il mio amico polacco Ireneo a seguire trepidanti quello che accadeva in Polonia con Jaruzelski. Sono indimenticabili le pagine dedicate dall’olandese Jan Brokken ai Paesi baltici [7]: il lungo cordone di persone di tutte le età che si tennero per mano unendo le tre capitali da Tallin a Riga a Vilnius. Era il 1989, quella che fu definita la “rivoluzione cantata” [8]. Una “primavera dell’Europa” che portò all’abbattimento del muro di Berlino [9]. Poi, all’insegna dell’anticomunismo e dell’odio nei confronti dei cugini slavi russi (nonostante la presenza di russi e russofili in Crimea, in Ucraina, nei paesi baltici ecc_, tutto ciò destinato a esplodere da lì a poco nell’ottusità colpevole dell’occidente), la transumanza politica a ovest di questi Paesi. Oggi torna a soffiare un “vento dell’Est”, e non è esattamente il tipo di boomerang che l’Occidente si aspettava forse potesse tornare indietro.


Sinossi del libro

«Nella storia d’Europa dei decenni successivi, il ’68 non ci appare tanto rilevante per quel che avvenne a Parigi oppure a Torino, a Berlino, a Milano o a Trento, quanto per i traumi e i rivolgimenti che segnarono quell’area del l’Europa “sequestrata” dall’impero sovietico». (Guido Crainz)

A distanza di cinquant’anni dal simultaneo manifestarsi dei movimenti di contestazione del ’68 in tante parti del Vecchio continente, iniziamo forse a comprendere che per la sua storia successiva sono rilevanti soprattutto i rivolgimenti, i traumi e i processi che segnarono la Cecoslovacchia, la Polonia e altre aree dell’Europa «sequestrata» dall’impero sovietico, per dirla con Milan Kundera. Per molti versi quei rivolgimenti rappresentarono uno spartiacque: la conferma definitiva che il «socialismo reale» non era riformabile. I processi che attraversarono allora quest’area furono solo apparentemente stroncati a Praga dai carri armati del Patto di Varsavia e in Polonia da una brutale offensiva di regime che assunse violenti toni antisemiti, provocando l’esodo di una ricca comunità intellettuale e di una parte significativa degli ebrei rimasti nel paese dopo la Shoah. In realtà, pur nel modificarsi di prospettive e di visioni del mondo, si dipanano da allora alcuni esili e al tempo stesso straordinari fili che portano al 1989, passando per Charta 77 in Cecoslovacchia o per il Kor e Solidarność in Polonia. Eppure, in quel fatidico ’68, i giovani, gli intellettuali e i rinnovatori di quei paesi, i sostenitori di un «socialismo dal volto umano», non trovarono nei movimenti studenteschi dell’Occidente quel solidale sostegno che sarebbe stato necessario. Né lo ebbero dai partiti comunisti europei. Perché? E perché in molte ricostruzioni storiche complessive ha prevalso spesso una sostanziale rimozione di questi aspetti? A queste domande e a questi nodi rispondono i contributi del libro: il saggio di apertura di Guido Crainz; quelli di Pavel Kolář, Wlodek Goldkorn, Nicole Janigro, Anna Bravo; e i documenti di studenti e intellettuali di allora, con le successive testimonianze di personalità come Jiří Pelikán, Adam Michnik, Zygmunt Bauman.


Gli autori

Guido Crainz (Udine, 1947), già docente di Storia contemporanea all’Università di Teramo e commentatore del quotidiano «la Repubblica», per i tipi della Donzelli ha pubblicato fra l’altro Storia della Repubblica. L’Italia dalla Liberazione ad oggi (2015).

Pavel Kolárˇ, (Praga, 1963), insegna storia comparata e transnazionale presso l’Istituto universitario europeo di Firenze. Il suo ambito di lavoro è la storia europea contemporanea, in particolare della Germania e dell’Europa centro-orientale.

Wlodek Goldkorn, nato in Polonia, ha lasciato il suo paese nel 1968. Scrittore e giornalista, vive in Italia. Il suo ultimo libro è Il bambino nella neve (Feltrinelli, 2016). È autore di saggi sull’ebraismo, sul Medio Oriente e l’Europa centrale. Collabora con «la Repubblica» e «L’Espresso».

Nicole Janigro, nata a Zagabria, vive e lavora a Milano. Psicoanalista e saggista, insegna a Philo, scuola di pratiche filosofiche. Tra le sue pubblicazioni, L’esplosione delle nazioni (1993, 1999).

Anna Bravo è stata professore associato di Storia sociale all’Università di Torino. Fra i suoi lavori, A colpi di cuore. Storie del sessantotto (Laterza, 2008).


[1] Per il trentennale del Sessantotto partecipammo, chi scrive e la storica Pina La Villa, a un convegno organizzato dall’Istituto Gramsci dell’Emilia-Romagna e presentammo una nostra prima ricerca sul Sessantotto in Sicilia: Palermo, Messina, Catania. Pochi (nessuno?) fino ad allora aveva mai affrontato questo aspetto, il Sessantotto al di sotto di Roma. I nostri contributi andarono negli Annali dell’IGER, e poi nel 2017 è uscito in volume presso ZeroBook. Per il cinquantenario di questo 2018 parteciperemo il 27 marzo 2018 a un seminario dell’Università di Palermo di cui speriamo presto di dare conto, e forse anche questo è segno dei tempi più maturi per una indagine più vasta riguardante il Sessantotto (e non solo)

[2] Il Sessantotto come ovvietà, tra quelli che “lo” accusano e quelli che “lo” difendono. Probabilmente proprio per sfuggire al luogo comune il libro curato da Andrea Giardina, Storia mondiale dell’Italia, edito da Laterza nel 2017, al 1968 si focalizza su Basaglia e si svincola in questo modo dal controverso Sessantotto

[3] Il PCI aveva un suo giornale, si chiamava L’Unità, e veniva venduto (oltre che diffuso: no, non veniva regalato) dai militanti casa per casa, quartiere per quartiere. Le notizie giungevano attraverso agenzie internazionali di comunicazione; attraverso inviati sui luoghi che “raccontavano” servendosi di telescriventi e linee telefoniche con doppino di rame. Nonostante queste limitazioni, si trattava di un mondo “libero” rispetto a quello avutosi con la generazione precedente: sotto il fascismo tutta la stampa e le comunicazioni erano sottoposte a controllo e filtrate (come si era iniziato a fare dai tempi della prima guerra mondiale). La presenza di più partiti permetteva di poter accedere a più fonti di informazioni - ma i dati di scolarizzazione rimanevano ancora sconfortanti, l’Italia era un paese agricolo che si stava industrializzando.

[4] Su questo si legga quantomeno il libro di Luciano Canfora, 1956, pubblicato da Sellerio.

[5] Viene citato un articolo di Giovane Critica, n.19 del 1968-1969. Giovane Critica era la rivista fondata a Catania da Giampiero Mughini e da un gruppo di intellettuali catanesi, divenuta presto rivista nazionale: furono pubblicati pochi ma “storici” numeri. Bene, la critica di GC non si discostava, nel caso dei fatti di Praga, dalle posizioni conservatrici interne al blocco ideologico dell’epoca, incapace di vedere il dito che indicava la luna ma tutto assorto sul proprio occidentale ombelico “di sinistra”.

[6] Non è peregrino qui ricordare come in italiano il termine di “schiavo” derivi da “slavo”. Cfr: http://www.treccani.it/vocabolario/ricerca/schiavo/

[7] Anime baltiche / Jan Brokken, Iperborea 2014

[8] Cfr: https://it.wikipedia.org/wiki/Rivoluzione_cantata

[9] Nel Nel 2005 sarò a Praga, ne scrivo su: I ragni di Praha / Sergio Failla (ZeroBook, 2014)


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