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Pino Masciari: "Sono senza scorta. Che la mafia si prenda la mia vita"

Qualche settimana fa, il ministero dell’Interno ha notificato a Giuseppe (Pino) Masciari che avrebbe dovuto rinunciare alla scorta e la revoca, si precisava, valeva pure per la moglie e i due figli dell’ex imprenditore edile catanzarese, che vivono da anni con lui in Piemonte.

di francoplat - mercoledì 23 novembre 2022 - 991 letture

La storia di Masciari, classe 1959, è quella di un testimone di giustizia che, prima di diventare tale e di sovvertire l’intera sua esistenza e quella della sua famiglia, viveva nella complessa realtà calabrese. Complessa per un imprenditore onesto, s’intende, perché Masciari non ha «accettato le pressioni mafiose dei politici e del racket della ‘ndrangheta», come scrive egli stesso nella cronistoria presente su un suo sito in Rete. Complessa al punto che, nel 1994, ha dovuto licenziare gli ultimi cinquanta dipendenti e chiudere le sue imprese.

Aver denunciato la criminalità mafiosa calabrese e le sue collusioni con il mondo della politica, non poteva, del resto, che portare in quella direzione. «La criminalità organizzata ha distrutto le mie imprese di costruzioni edili, bloccandone le attività sia nelle opere pubbliche che nel settore privato, rallentando le pratiche nella pubblica amministrazione dove essa è infiltrata, intralciando i rapporti con le banche con cui operavo». È sempre Masciari a parlare, dal suo sito, a raccontare la vicenda esemplare di chi non intendeva sottostare alla violenza di un ricatto che sta annichilendo l’economia sana del Paese, non solo della Calabria.

Dall’ottobre 1997, insieme alla moglie e ai figli è stato sottoposto, quindi, al programma speciale di protezione, in quanto principale testimone di giustizia italiano, come lo ha definito il procuratore generale Vigna. A detta di Masciari, la protezione garantita da questo programma speciale era tutt’altro che robusta: «accompagnamenti con veicoli non blindati, fatto sedere in mezzo ai numerosi imputati denunciati, lasciato senza scorta in diverse occasioni relative ai processi in Calabria, registrato negli alberghi con il mio vero nome e cognome, senza documenti di copertura». Non solo questi sono stati i problemi per l’imprenditore calabrese, la cui odissea è continuata tra notifiche della cessazione del programma speciale di protezione (ottobre 2004) e relativi ricorsi, tra presenze ai processi privo di scorta e scioperi della fame per ottenere la corretta applicazione di una sentenza del TAR (2009) che lo reintegrava nel suo diritto alla sicurezza. Poi, dal 2010, fu definitivamente sospeso il programma speciale di protezione e a Masciari venne, comunque, concessa, vivendo alla luce del sole, la scorta.

Ora, anche la scorta viene revocata. Non sono note al testimone di giustizia le ragioni di tale decisione; il ministero lo ha invitato a produrre eventuali documenti o notizie in grado di consentire una rivalutazione del provvedimento. Tuttavia, con un paradosso i cui meccanismi sono tutt’altro che insoliti, a Masciari è interdetto l’accesso agli atti che potrebbero consentirgli di consegnare quei documenti. A dirlo sono due consiglieri Pd, Diego Sarno e Domenico Rossi, al termine di un’audizione, giovedì 17 novembre, dell’ex imprenditore presso la Commissione legalità del Consiglio regionale del Piemonte; incontro voluto dai due politici locali proprio per mantenere viva l’attenzione sul caso del testimone di giustizia calabrese. «Da un lato si ribalta l’onere della prova su Pino Masciari, chiedendogli di dimostrare la necessità di continuare ad usufruire della scorta; dall’altro si nega l’accesso agli atti necessari per poter fornire tali dimostrazioni, sulla base del fatto che si tratta di documenti riguardanti persone ancora esposte a pericoli. Tutto questo sarebbe ridicolo se non fosse tragico».

Nel Paese di Luigi Pirandello non suona anomala la compresenza di tragico e di comico, si è abituati a sorridere del dolore prodotto da paradossi solo apparenti e, in realtà, ben spiegabili. Non c’è nulla di paradossale nella fiducia, che si incrina, di un testimone di giustizia nei confronti dello Stato, nulla di inspiegabile: tutta la lunga storia della lotta alle mafie vive di questi paradossi, ossia di slanci appassionati, individuali e collettivi, contro il cancro mafioso raffrenati da una parte di quello Stato che quegli slanci dovrebbe governare e accogliere, stimolare e promuovere. Perché dovrebbe essere conveniente testimoniare contro le mafie? Perché rischiare? I testimoni di giustizia, dopo aver vissuto i loro inferni quotidiani, passano; le mafie restano. E non restano per caso, è quell’apparente paradosso a consentirne e a garantirne la permanenza storica. Sono sempre Sarno e Rossi a ricordare che, «a quasi 5 anni dall’approvazione della legge 6/2018 sulle disposizioni per la protezione dei testimoni di giustizia, siamo ancora in attesa dei decreti attuativi affinché la legge produca effetti concreti».

Pino Masciari vive in questo apparente, solo apparente paradosso, come altri testimoni di giustizia, come altri individui coinvolti loro malgrado nella violenza mafiosa, privati della loro dignità – Attilio Manca – o, nel caso di collaboratori di giustizia credibili ed esplosivi, della vita; si pensi a Luigi Ilardo. La morale che se ne trae, sulla quale non sentenziare con facile ironia, è quella proferita a voce bassa dal personaggio di un bel film che c’entra con questa vicenda, “Paradise. Una nuova vita” (2019), storia di un uomo, Calogero, che, avendo assistito a un omicidio in Sicilia, decide di non tacere, di testimoniare e, per questo, viene mandato come misura di protezione in uno sperduto paesino del Friuli. Bene, la moglie di Calogero, Lucia, per ribadire la sua distanza dalla scelta del marito, a un certo punto gli dice: «io voglio una vita tranquilla». Frase moralmente eccepibile, senza dubbio. Ma meno aspra di quella non cinematografica e volutamente provocatoria dello stesso Masciari, a conclusione dell’audizione presso il Consiglio regionale piemontese: «a seguito delle continue diffide che ho inviato, nell’impossibilità di avere un’interlocuzione con lo Stato (…), sento che lo Stato sta facendo ritorsioni su di me. E allora, che la Mafia si prenda la mia vita: mi renderebbe dignità».

Il vero paradosso è che a sembrare una battuta cinematografica è la frase del testimone calabrese, mentre quella della Lucia protagonista del film risulta di un realismo limpido e incontrovertibile. Paradossi, appunto, di un paese in cui è cosa buona e giusta lavarsene le mani, vivere una vita tranquilla senza porsi troppe domande, perché la ‘ndrangheta non uccide solo d’estate e, soprattutto, non dimentica e questo Pino Masciari lo sa bene. Lo dice esplicitamente in una lettera indirizzata alla Prefettura: «la ‘ndrangheta non è consueta notificare atti di archiviazione di volontà di vendetta ai diretti interessati, quindi io non ho modo di sapere quali siano le attuali intenzioni di rivalsa nei miei confronti. Sappiamo però bene tutti che la ‘ndrangheta aspetta proprio il momento in cui si è abbassata la guardia per colpire».


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