Tornai a casa, come ogni giorno, intorno alle 17.00 e dopo un’intensa giornata di lavoro ciò che desideravo maggiormente era una doccia rilassante ed un bicchierone di the ghiacciato. Non parcheggiai la macchina nel garage, certa che oggi sarei riuscita a convincere Jessica a prendere una boccata d’aria che non fosse quella del nostro giardino, profittando della relativa calma circostante per riprendere la questione Gregory. Le chiavi come sempre si erano incastrate fra la tasca interna della mia borsetta ed il portamonete, e quindi dovetti sedermi nello sdraio della veranda per vincere quello strano intreccio di fili e acciaio. Il sole lasciava filtrare i suoi raggi luminosi fra i rami e le foglie del nostro oliveto, rendendo l’atmosfera irreale, statica, confezionata: sensazioni di realtà incantata si susseguivano velocemente come i fotogrammi di una pellicola cinematografica. Il miagolio di Street, che veniva nella mia direzione lungo il corrimano, mi fece sobbalzare; guardai l’orologio e l’istante ipnotico trascorso a contemplare l’avvolgente incontaminata natura, aveva scacciato via dalla mia mente le paure di Jessica: la sua idealità impediva di fatto il sogno di una vita, della nostra vita, della mia vita.
Aprendo la porta un odore acre mi avvolse completamente: non riuscivo a respirare e cercai un fazzoletto per coprirmi la bocca ed il naso. Tutto era buio intorno a me, un buio acido, un buio caldo che saturava la stanza, squarciato d’improvviso dallo squillo del telefono: avanzavo a tentoni, lo stordimento dovuto a quel fortissimo odore rendeva ancor più difficoltoso spingermi fino nelle vicinanze dell’interruttore della luce. Non trovai l’interruttore ma il telefono, che, unendosi col buio, formò un tutto composito di parti insostituibili: era bagnato, viscido, oleoso e non capii mentre, respirando nuovamente quel caldo odore, il chiaro del sole che prima sembrava dovesse svelarmi scenari fatati, irradiò la sua fioca luminosità all’interno del soggiorno, riservandomi l’ultimo sussulto di questa misera vita, trascorsa a faticare per salire l’ennesimo scalino.
«Signora Lewis sono Gregory della WP News, ci siamo sentiti ieri, si ricorda? Ho una nuova offerta per l’intervista.»
Rimasi bloccata tra la porta dell’ingresso e la poltrona davanti al tavolo da pranzo non appena i miei occhi cominciarono ad abituarsi alla semioscurità e l’odore acre si trasformò in immagini scioccanti: sangue e materia cerebrale ovunque sparsi, nella poltrona, nella gamba del tavolo da pranzo, nel quadro di Schifano donatomi da Jessica per il suo primo stipendio da soldato.
«Signora Lewis, mi sente? Pronto?»
Ovunque vi erano i resti di quel folle gesto. La mia bambina, si era tolta la vita quando era tornata alla vita, dopo aver rischiato l’anonima fine di tanti caduti in guerra. Nel divano, incapace di muovere un dito, guardavo lo spettacolo che mi era di fronte certa che prima o poi le giornaliere grida di Jessica per l’ennesimo incubo, avrebbero destato i sensi miei drogati. Tremante come una foglia avvicinai nuovamente il telefono alle mie orecchie e un conato di vomito tornò a fare capolino, ma riuscii a ricacciarlo via mentre rispondevo all’odioso ed incessante Pronto con le prime parole che passarono per la mia testa.
«Non capisco, la conoscevano tutti ormai.»
Trovai una lettera nel tavolo maculato, le ultime parole della mia bambina.
«Come dice Signora Lewis? Pronto? Mi sente?»
«Lei sarà il primo a saperlo, porti con sé la macchina fotografica. Aspetterò il suo arrivo in veranda.»