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Perché non dobbiamo dare i numeri

I numeri non sono neutrali e dobbiamo confrontarci in modo critico e consapevole, capaci di non recepirli passivamente. Il virus siamo noi?
di Massimo Stefano Russo - mercoledì 4 novembre 2020 - 322 letture

Un virus impazza, galoppa a gran velocità, con tutta la sua forza violenta ed è capace di colpire duro e indiscriminatamente. È uno spettro che continua ad aggirarsi per l’Europa, si presenta realmente in movimento e ci ossessiona dall’inizio dell’anno. Di questo virus devastante che si è fatto strada, e ha guadagnato terreno infettando il mondo si sa ancora poco. I rischi che corriamo sono tanti e ci toccano singolarmente e come collettività. Il timore è che, nel dilagare del contagio, si finisca per ammalarsi e alla lunga ritrovarsi degenti ospedalizzati, senza sapere in che condizione poter essere curati. I soggetti fragili naturalmente sono i più a rischio, ma nessuno, anche se giovane e forte, si può ritenere esente dal dramma delle terapie intensive. Covid-19 non è un brutto scherzo, ma una pandemia che mette a repentaglio la vita individuale dal punto di visto medico-sanitario e la sopravvivenza collettiva sul piano socio-economico.

Se il senso di responsabilità, come risorsa e bene pubblico, è necessario e indispensabile e passa attraverso l’agire politico, non si può pensare di curare un fallimento attribuendolo agli altri, finendo col dimenticare e cancellare dalla propria memoria gli errori commessi. Una grande pandemia del Novecento che ricordiamo poco fu la febbre asiatica del 1957-58. Ebola fra il 2014 e il 2016 ha provocato in Guinea, Sierra Leone e Liberia, collassi simili a quelli della coronavirus.

È il ricordare quanto successo in passato che ci permette di capire l’esistenza in modo lineare e chiaro.

In quale direzione porta l’esame dei dati se si dibatte con tipica arroganza? Si finisce in un angolo cieco. I numeri non sono neutrali e dobbiamo confrontarci in modo critico e consapevole, capaci di non recepirli passivamente. La grandezza dei numeri fa prorompere immagini tragiche, in cui gli spettatori inconsapevolmente si riflettono, ma il nostro cervello comprende solo i processi lineari, quelli non lineari, anche quando prevedibili, sfuggono. (Pensare alla progressione esponenziale di un contagio genera facilmente una reazione psicologica autoimmune fondata sul panico).

L’Università di Harvard ha stimato che le vittime della spagnola furono trentanove milioni, con il virus che arrivò a contagiare un terzo dell’umanità. La spagnola devastò la salute più di Covid-19, ma Covid-19 ha inferto all’economia più danni della spagnola. In pochi mesi ha provocato la peggiore catastrofe economica dell’ultimo secolo e mezzo. Il rischio è che si distruggano centinaia di milioni di posti di lavoro e si inneschi una catastrofe economica globale, senza paragoni in tempo di pace.

Siamo diventati molto vulnerabili e giustamente si dà più valore rispetto al passato a ogni singola vita e ci si affida a provvedimenti più rigorosi di cui i lockdown sono espressione. Ciò ha consentito di salvare milioni di vite, anche se a danno di una “ibernazione” forzata dell’economia.

Cosa vuol dire contare il totale delle vittime in tempo reale? Indubbiamente si dà più valore di prima alla vita umana. Ma raggiunti pervasivamente da brandelli continui di informazione allarmante, nel diventare ipersensibili a ciò che accade, è facile finire inerti e rimanere paralizzati in preda al panico. In un contesto di rischio acuto dell’intero sistema a crescere è il rifiuto radicale dell’incertezza che blocca. Quando gli eventi hanno una forza schiacciante il comprendere intellettualmente e il prevedere non bastano e bisogna rimettersi a studiare, ad approfondire e anche dubitare, ancora di più. Il nuovo che emerge, con nuove prove e nuove ipotesi sta sempre alla base delle modeste certezze della scienza e per dare un senso alle cose bisogna collocarle in prospettiva. Perché siamo diventati così fragili? Negli ultimi anni si è assistito a una circolarità e connessione profonda che ha riguardato i luoghi, le merci, le persone. La sensazione è che la vita sia diventata ancor di più un filo sottile e labili i confini tra le varie parti del mondo. La realtà si è fatta minacciosa e piena di pericolo: il mondo è diventato meno sicuro. Se Covid-19 è diventata rapidamente un’ossessione e catalizza gli interrogativi delle persone, non dimentichiamo che la gente basa le proprie conoscenze in gran parte sulla forza delle parole. L’attuale pandemia ci ha mostrato che basta un virus per paralizzare città, commerci, regioni e stati. L’azione di contrasto al virus va portata avanti all’interno di una cornice di salute globale, poiché determinante è la società in cui si vive, la sicurezza economica e alimentare, le condizioni di lavoro, l’ambiente, gli effetti climatici. La crisi odierna è sanitaria e la salute va considerata un nuovo orizzonte più ampio. La malattia amplifica i confini delle disuguaglianze sociali e a rischiare sono soprattutto le persone ai margini delle società, per le condizioni di reddito e di salute più precarie.

Il virus è potente e si diffonde, viaggia con noi che ne lasciamo le tracce. Possiamo contenerlo e nella misura del possibile anticiparne le mosse, in chiave preventiva? Quale futuro per la società del dopo pandemia? La risposta può darla solo la scienza che permette di acquisire nuove conoscenze, ma a essa non si può acriticamente attribuire un valore salvifico. Come prevedere e controllare la diffusione di Covid-19? Il valore Ro rappresenta la capacità riproduttiva teorica di un agente patogeno. E’ il valore medio delle infezioni prodotte. Se Ro è uguale a 1 il numero delle persone infette rimane stabile e non aumenta.

Se la tragedia condivisa va oltre le condizioni sociali e geopolitiche, per proteggere noi stessi ci dobbiamo prendere cura e non dimenticare l’ambiente. Ma chi è in grado di fronte a un virus sconosciuto di offrire certezze e regole solide? Chi può dettare ordini politico-sanitari inevitabili e sicuri?

Ps Da domani a seguito dell’ordinanza della Regione Marche continuerò il mio corso all’Università di Urbino online e potrò fare lezione solo, in un’aula vuota!



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