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Perché non abbiamo diritto alla discrezione e alla riservatezza?

Interrogativi su una società che spinge tutti noi a rendere di pubblico dominio ogni aspetto della propria esistenza

di Emanuele G. - martedì 9 ottobre 2012 - 2467 letture

Possibile che siamo costretti a rendere di pubblico dominio ogni aspetto della nostra esistenza? La domanda sorge spontanea se si sottopongono ad analisi dinamiche e fatti della società contemporanea. Infatti, sembra che noi cittadini non si abbia più diritto a un minimo di discrezione e riservatezza. Come se il confine fra lato privato della nostra esistenza e quello pubblico fosse di fatto abolito a tutto vantaggio della dimensione pubblica. Vedete il quesito che scaturisce da tale sintetica constatazione è il seguente: una società è realmente democratica e tutela la libertà del cittadino se infrange il sacrosanto diritto alla privacy? L’argomento del quesito non è di poco conto e merita una riflessione quanto meno articolata. Alcuni casi esemplari ci aiuteranno a rispondere con maggiore facilità al succitato quesito.

Le norme a tutela della privacy

Al cittadino viene richiesto in più di un’occasione – anzi quasi sempre – di firmare un modulo riguardante il consenso al trattamento dei dati personali. Questi dati vengono forniti usualmente per l’acquisto di un bene o servizio oppure per l’espletamento di una pratica. Questa modalità, regolamentata dalla legge, dovrebbe tutelare in linea di principio la privacy del cittadino. Ovverossia evitare che i dati personali siano amministrati in malo modo e per finalità terze. Eppure mi permetto di evidenziare il lato paradossale della vicenda. Un atto amministrativo che dovrebbe tutelare la nostra privacy in realtà rende di pubblico dominio quante volte noi diamo il consenso al trattamento dei nostri dati personali. Pertanto rivela un aspetto della nostra vita quotidiana che dovrebbe rimanere nel perfetto anonimato. Il consenso al trattamento dei dati personali al fine di rimanere un atto riservato dovrebbe essere implicito e non sottoposto all’obbligo di firma di qualsivoglia modulo.

Username e password

Internet è uno strumento particolarmente rodato per memorizzare la cronologia degli atti posti in essere da ognuno di noi durante il giorno. Infatti, se dobbiamo accedere a un sito o attivare una procedura ci viene chiesto sempre di creare una username e una password. Certe volte tale obbligo è collegato alla compilazione di un modulo teso ad ottenere il maggior numero di informazioni possibili sul nostro conto. Il risultato è che siamo schedati in decine – o per meglio dire centinaia – di banche dati sparse in tutto il mondo. Non soltanto si sa chi siamo, ma in base all’uso di username e password è possibile verificare le nostre attività quotidiane in tempo reale. Vorrei sapere dove risiede il rispetto del diritto alla discrezione e riservatezza? Diritto che è uno dei cardini del principio riguardante il rispetto della personalità umana nella sua integralità.

Talk show e reality

Da alcuni anni la televisione programma delle trasmissioni dove si cerca di entrare in contatto con la realtà di tutti i giorni ed interessarsi di noi cittadini. L’idea è senza dubbio positiva in quanto risponde al concetto di televisione al servizio del cittadino. Tuttavia, con il passare del tempo si è ecceduto in maniera inquietante. Il povero cittadino invitato a una di queste trasmissioni non è libero di dire quello che vuole, ma è quasi violentato al fine di rendere di pubblico dominio gli aspetti più intimi e privati della propria vita. Il risultato è quello di aver creato una televisione “guardone” che fruga all’interno di noi per spettacolarizzare per lo più aspetti poco edificanti della nostra esistenza. Non va meglio, inoltre, nei c.d. “reality” dove l’occhio indiscreto di una telecamera osserva un gruppo di persone mentre è intenta a svolgere attività che dovrebbero essere tutelate da discrezione e riservatezza. Tutto questo ha creato una distorsione molto pericolosa nella nostra società in quanto si tende a distruggere il nostro privato per creare un cittadino che non ha un privato.

I social network

Negli anni sono stati creati degli spazi virtuali a nostra disposizione affinché potessimo costruire delle reti di interazione con altri consimili. Anche qui l’idea è da apprezzare perché questa società tende a isolare la persona umana per meglio dominarla. Il problema è che si è andato oltre. Questi social network sono utilizzati in maniera davvero irresponsabile. Diventano scenari di una “mise en abyme” pubblica che non ha precedenti nella storia dell’uomo. Provate a porre attenzione a ciò che si rende di pubblico dominio su questi social network e vi renderete conto che chi li utilizza spesso preferisce dare il via a spettacoli di indecente sovraesposizione oppure a fenomeni di falsificazione della propria personalità. Naturalmente tali comportamenti non sono privi di conseguenze. I gestori dei social network registrano in maniera ossessiva questo campionario afferente alla “comedie humaine” realizzando una sorte di gigantesco controllo di massa capace di orientare le opinioni pubbliche di tutto il mondo.

Il quadro che ne viene fuori non è positivo, tutt’altro. Se ne riceve la netta sensazione di un disegno, voluto in maniera espressa, il cui fine ultimo è rappresentato dalla frantumazione della sfera privata di noi tutti cittadini. La motivazione di base ritengo sia da rinvenire nella banalizzazione della persona umana. Banalizzazione che interviene su due aspetti. In primis, l’essere umano è un codice alfanumerico che non tiene in nessuna considerazione la persona umana in quanto persona e umana. Inoltre, la medesima persona umana ha una vita pubblica resa vuota da una sua eccessiva spettacolarizzazione e pertanto essa finisce con l’essere maggiormente controllata e guidata. Siamo su un crinale molto pericoloso che di fatto svuota di ogni principio democratico e libertario la nostra società che sembra rassomigliare al prodotto di una lenta quanto silente azione di continua modellazione.


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