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Perché la lezioncina del prof sulla studentessa suicida è un’offesa


Una studentessa universitaria si è uccisa a Napoli salendo sul tetto della facoltà di ingegneria e gettandosi nel vuoto. Si sarebbe dovuta laureare quel giorno ma non era riuscita a confessare di essere "fuori" dall’Università.
mercoledì 11 aprile 2018 , Inviato da Redazione - 408 letture

Una studentessa universitaria si è uccisa a Napoli salendo sul tetto della facoltà di ingegneria e gettandosi nel vuoto. Si sarebbe dovuta laureare quel giorno ma non era riuscita a confessare di essere indietro con gli esami. La tragica notizia ha stimolato la penna di un docente di Teramo, Guido Saraceni, un accademico avvezzo a fare l’opinionista su internet. La lettera del docente è stata considerata una “struggente lettera alla studentessa suicida” e pubblicata sul Corriere in tripudio di morale e paternalismo. Ma qualcosa stona. Riportiamo la lettera inviataci da una studentessa.


Salgono in cattedra anche dopo che ti ammazzi.

Questi docenti universatari, tronfi e fieri, non ce la fanno proprio a trattenersi. Ce l’hanno lì e la devono fare, la lezioncina.

La lezioncina di vita, anche.

Loro sì che sanno come si fa.

"La giornata delle lauree celebra la maturazione, la fatica e l’impegno dei nostri studenti. Ha il sapore della speranza nel futuro. L’Università non è una gara, non serve per dare soddisfazione alle persone che ci circondano, non è una affannosa corsa ad ostacoli verso il lavoro. Studiare significa seguire la propria intima vocazione. Il percorso di studi pone lo studente davanti a se stesso."

Queste sono alcune delle frasi del professor Guido Saraceni di Teramo dopo il suicidio di Giada. Queste parole mi risuonano nella testa. Mi sembra che non abbiano più valore delle frasi motivanti ai colloqui di lavoro di qualche impresa che ti offre un posto lavoro finto. Tipo quelli in cui mi hanno offerto di fare la promoter di non-abbiamo-capito-nemmeno-cosa. “Non hai studiato marketing?”.

No, studio storia e non lo sento il delizioso sapore di futuro. Chi lo sentirebbe...

Vorrei dire a questo professore che se noi non ce la facciamo più è anche colpa di questo atteggiamento ipocrita, che i pezzi grossi (e quelli che provano a ingrossarsi) dell’università assumono con nonchalance. A nessuno di questi dotti davanti alla tragica notizia della morte di Giada è venuto in mente di rispondere "scusate, siamo anche noi parte del problema".

Non lo dicono perché pensano "insegniamogli bene che non è una gara perché non l’hanno capito".

Siamo sempre noi che non capiamo?

O è la gente come lei, PROFESSORE, che non si rende conto che invece l’università ora È una gara, È una corsa ad ostacoli e ci fa venire voglia di appallottolarla e buttarla nel cesso la nostra vocazione. Ed è sopratutto colpa vostra.

Ora sì che sentiamo che sentiamo un sapore familiare. L’amaro in bocca.

Per noi non c’è mai del rispetto. Invece da parte nostra dovremmo averci le scorte nello zaino e distribuirlo generosamente.

La nostra esistenza per voi comincia all’appello prima dell’esame e finisce con "grazie, arrivederci", o se ci va male "torni la prossima volta".

Quando dobbiamo andare a lavoro e non possiamo andare alla lezione obbligatoria, quando dobbiamo prendere il treno e ci serve passare prima per dare un esame, quando dobbiamo chiedere qualcosa noi... ci sembra di dover andare al patibolo perché si sta chiedendo l’impossibile. Solo scherno indietro: il commento umiliante del docente, il risolino dell’assistente, lo sbuffare dei colleghi.

Sei crediti per sei libri, un libro per credito. Perché il vostro esame è più figo e importante degli altri. Ma se pensate di essere al centro del mondo non è perché vi consideriamo dei saggi in grado di restituirci agli autentici valori delle cose, è perché ve lo permettiamo anche noi, perché vi consegniamo quel poco di autorità che vi permette di darci quello che ci serve: quei crediti, quell’idoneità o quel calcio in culo che ci proietta sul prossimo ostacolo. Così ogni volta sempre. La corsa è per arrivare al traguardo. Non ci stiamo ingannando è la vostra gara che ci fa perdere il gusto di andarci all’università...

La nostra vita da studenti non è quasi mai appagante. Faticosa sì. Ce la mettiamo tutta e non ci torna mai niente in cambio. Nessuna sicurezza o serenità.

In questa situazione, forse una delle poche cose che ci rasserena è invece proprio dare qualche soddisfazione ai nostri genitori che ci pagano le tasse o la casa. Ci incoraggiano ad inziare, a partire, credendo ci faccia bene quello che si crede ci debba far bene. Studiare. Ma questa università non ci fa star bene. E no, non è per colpa nostra che non abbiamo capito. Basta raccontarci balle.

Invece, quando le bugie le diciamo noi, ci costano carissime. Un prezzo troppo alto. La nostra vita non vale l’ennesimo giudizio, quello che ancora ci ripete che ci siamo ingannati, anche se una ragazza come noi muore.

Professori oggi la lezioncina è per voi: non valete così tanto come credete di valere, non date quasi niente di quello che cerchiamo. Non dico il senso della vita, non dico il senso delle cose ma un po’ di equilibrio tra quello che facciamo e la possibilità di controllarlo anche noi, non solo di subirlo.

Penso alla Francia, ci sono centinaia di studenti che si mobilitano questi giorni in università. Vorrei che succedesse anche qui. Per darvi una lezione.


La lettera è stata pubblicata da InfoAut.



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