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Per rilanciare la PA non basta lo smart working

Il governo rilancia l’idea del lavoro da casa per la Pubblica Amministrazione (PA). Quali scenari si prospettano nell’immediato futuro? L’editoriale della Unione sindacale di base (Usb) sull’argomento
di Redazione Lavoro - giovedì 9 luglio 2020 - 787 letture

Una PA vecchia e smagrita dai tagli agli organici realizzati in questi ultimi dieci anni. Così viene rappresentata la Pubblica Amministrazione dal Sole24Ore e da altri organi di informazione. Negli articoli si percepisce anche un certo risentimento per i dipendenti pubblici che corrono troppo velocemente verso la pensione approfittando dell’opportunità rappresentata da Quota100.

Beh, cari signori, tutto questo, ma proprio tutto è il frutto di anni di violentissimi attacchi al settore pubblico, fatti di campagne denigratorie, tagli ai bilanci, riduzioni di organico, precarizzazione di massa, riduzione dei diritti, aumento dei carichi di lavoro, esternalizzazione di servizi.

Se è senza dubbio osceno oggi sentire il grido di allarme provenire dagli stessi ambiti che questa situazione l’hanno costruita con sapienza, sia dal punto di vista comunicativo che da quello economico e normativo, è allo stesso tempo inquietante che la soluzione di tutto sia individuata nello smart working per questa o quella percentuale di lavoratori.

Le politiche neoliberiste che hanno individuato nel settore pubblico l’ostacolo al nuovo modello sociale realizzato per garantire sempre maggior profitto ai padroni, hanno letteralmente massacrato la PA e i dipendenti pubblici. Infrastrutture fatiscenti, organici pesantemente ridimensionati, strumentazione di lavoro antiquata, organizzazione del lavoro disfunzionale, mansionismo e precariato, questi sono i frutti. Senza questi interventi e i relativi investimenti, lo smart working rischia di essere un bel fiocco rosso su un ammasso di macerie.

Sappiamo bene che lavorare sulle questioni reali poco si presterebbe a campagne mediatiche, ma sarebbe quello che serve alla PA per una PA che serva al Paese. E allora sì che lo smart working, se adeguatamente regolamentato, assumerebbe un senso e potrebbe rappresentare un’opportunità.

Pur riconoscendo al ministro Dadone una reale discontinuità con il pensiero brunettiano, nella nostra modalità di un confronto molto franco e a volte spigoloso, ma sempre mirato al miglioramento del settore pubblico, non possiamo non evidenziare come l’accelerazione sullo smart working, in assenza di interventi sugli altri fronti che abbiamo sopra elencato, non sia il provvedimento che serve a lavoratori pubblici e cittadini.

Insomma, anche a fronte di un dibattito pubblico polarizzato su smart working e fannullonismo, c’è il rischio ancora una volta che non si parta dai dati reali e non si vada quindi ad intervenire laddove servirebbe per consentire ai lavoratori pubblici di fornire ai cittadini servizi migliori.

E allora una domanda ci sorge spontanea: e se fosse altro lo scopo dell’introduzione dello smart working nel Pubblico Impiego?

USB Pubblico Impiego

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Smart working


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