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Pensare il territorio

Quando in macchina percorriamo le nostre strade, riusciamo sempre di meno ad abbandonarci alla contemplazione dei luoghi che lasciamo correre oltre i vetri dei finestrini...
di Simone Olla - mercoledì 19 gennaio 2005 - 3315 letture

Forse questi luoghi non sono silenziosi come un tempo, l’aria fresca del mattino non è poi così fresca, il cielo sopra di noi raramente si presenta celeste, e un pallido alone visibile a occhio nudo conferma che ahinoi non è tempo di contemplare ma di riflettere. Fermarsi e riflettere. Spegnere il motore, tirare il freno a mano, scendere dalla machina e riflettere. Liberarci dal tempo che impone e scandisce il ritmo delle nostre esistenze e riflettere. Magari non andare a lavoro, ignorare tutti i semafori rossi, gli stop e le precedenze così puntigliosamente studiate per creare il maggior numero di ingorghi a cui seguirà il rumore di qualche clacson, quello di una radio, le urla di un conducente in ritardo.

L’ambiente che viviamo l’abbiamo costruito per stare meglio e per soddisfare i bisogni sempre maggiori che approdano sulle nostre sponde occidentali; in altre parole, tutte le azioni che attiviamo nei confronti dei luoghi che ci ospitano sono pensate per migliorare la qualità della vita: la nostra qualità della vita, quella dell’uomo. Viene definito ambiente tutto quel sistema di relazioni esistenti fra uomo e territorio, dove per territorio si intende una realtà che esiste a prescindere dall’uomo. Io suggerirei nonostante l’uomo. Il territorio come sistema di risorse quindi, e non inteso come unica risorsa avente l’esclusiva vocazione monodimensionale che assume i contorni dell’urbanizzazione.

Questa svolta epocale ha avuto piena maturazione nella pianificazione del territorio intorno alla metà degli anni sessanta, ma da allora non ha migliorato il luogo dell’abitare, che è andato via via perdendo alcune caratteristiche fondanti del suo senso più profondo: solo per fare un esempio, le piazze come luogo di incontro partecipativo, disinteressato, solidale hanno lasciato il posto a ruspanti centri commerciali nei quali velocità, individualità e profitto fanno bella mostra nelle abbondanti vetrine illuminate. In un recente scritto Rossella Marchini ci ricorda l’importanza di «costruire spazi pubblici prima che altre case, restituire un senso agli [stessi] spazi pubblici attraverso la partecipazione. Costruire non "centralità urbane" come mezzi di decentramento di tutta la struttura urbana, ma centri coincidenti con la minima comunità riconoscibile, che esprime desideri, speranze, bisogni.»

Liberi dalla strada della sola dimensione urbana che aveva guidato i piani di ricostruzione post-guerra, ci ritroviamo dunque a pensare il territorio come un sistema di risorse da sfruttare e consumare con l’inviolabile e distorto obiettivo di migliorare la qualità della vita: il sapere tecnico non incide in modo critico nelle dinamiche sociali in corso ma piega il territorio a supporto di un modello di sviluppo e di società che non prevede equilibro differente dal rigido incontro tra domanda e offerta. In un’ottica di possibili alternative mi piace rifarmi ad Alberto Magnaghi quando sostiene che le «società e i sistemi economici locali che si autogovernano, creando legame sociale attraverso l’autoriconoscimento degli attori sociali in un patrimonio identitario locale e in un progetto di futuro condiviso per la valorizzazione di questo patrimonio, sono in grado di attivare relazioni "globali" fra loro di tipo solidale e non gerarchiche.»

Altre forme di società esistono, sono esistite ed esisteranno; altri equilibri che non prevedono esclusivamente le egoistiche logiche economiciste guidano altrove le relazioni sociali fra gli uomini o i rapporti fra l’uomo e i luoghi. Dalle nostre parti le macchine sono in fila e in ogni macchina c’è un solo conducente. Proveremo a fermarlo e cortesemente anche a lui chiederemo di spegnere il motore e tirare il freno a mano.

La sfida metapolitica conduce fino a queste sponde: creare una coscienza collettiva consapevole che possa relazionarsi con il sapere tecnico, il quale dovrebbe pensare più che eseguire.

Simone Olla


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