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Pecora Bianca

Piccola storia di un uomo semplice

di Antonio Carollo - venerdì 8 dicembre 2006 - 6677 letture

In paese lo chiamavano Pecora Bianca, per via del pelo rossiccio, quasi bianco; nessuno conosceva il suo vero nome. Era di statura media, ben piantato, piuttosto muscoloso; aveva un carattere allegro ed estroverso, amico di tutti; faceva il pescatore, come quasi tutti gli abitanti maschi di San Nicola L’Arena, un borgo sorto intorno al Castello del Principi Ganci di Butera, a quattro chilometri da Trabia. Era il portiere della squadra di calcio del Trabia.

Qualche volta me lo trovavo sull’uscio di casa, mentre vendeva del pesce a mia madre; triglie, dentici, scorfani, naselli, sparagghiuni sugarelli, anguille, si muovevano nella sua cesta, in mezzo all’alga verde, odorosa di mare. Il pesce allora costava poco; Mamma Nunù lo comprava tutti i giorni; all’udire il richiamo del pescivendolo (“ Pisci friscu, pisci friscu! Arrivò ‘u pisci friscu!” ) si precipitava fuori; era un’accanita negoziatrice: con cinquanta lire, o giù di lì, riusciva a comprare il pesce sufficiente per la famiglia. La carne e il pollo erano riservati per le domeniche e per le feste comandate.

Mia madre tirava sempre sul prezzo; con Pecora Bianca non faceva eccezione. A volte mi trovavo ad assistere a queste trattative; un po’ me ne vergognavo.

Mia madre era sbrigativa: “Vediamo che hai, marinaio”. A Trabia si chiamavano marinai i pescatori che rivendevano direttamente il pesce pescato ed anche i rivenditori, cioè coloro che compravano il pesce a cassette sul molo e lo rivendevano per le strade del paese. “Ci sono triglie e luviri, signora, roba viva, col profumo del mare”. – “Avanti dimmi quantu t’a ddari”- “Signora, chista è cosa fina, mi dassi sessanta liri per un bel chilo” – “Ma chi ffai ti sonni ? cinquanta liri, e basta” – “Cangiò i trigghi chi sauri? chistu è piattu di signori”. –“ Vabbè, cinquantacinque, c’aiu chiffari, amuninni”. Pecora Bianca era paziente e rispettoso; dopo qualche battuta, cedeva.

Per mia madre Pecora Bianca era um marinaio come un altro, non sapeva neanche che egli era una star del calcio trabiese; lo conosceva anche come uno dei cutulaturi (scuotitori) di olive di mio padre. San Nicola L’Arena, a quei tempi, forniva i più provetti e ricercati cutulaturi della zona, da Casteldaccia a Termini Imerese.

Da portiere Pecora Bianca era una forza; agilissimo, saltava da un palo all’altro; si buttava su ogni pallone senza badare minimamente al rischio; la sua porta sembrava blindata; i suoi tuffi e le sue uscite spesso risultavano decisivi per le vittorie e per i pareggi della squadra. I suoi compagni di gioco appartenevano alla piccola borghesia del paese, figli di agricoltori benestanti, impiegati, professionisti; lui era pescatore, figlio di pescatore, semianalfabeta. Allora le distanze tra le classi sociali erano marcate; Pecora Bianca riusciva ad annullarle con la sua verve e con il suo particolare modo di rapportarsi con i compagni, tra il servizievole e il cameratesco. Volentieri se lo portavano alle partite del Palermo, pagandogli l’ingresso alla Favorita e il viaggio in taxi. A quell’epoca la squadra palermitana giocava stabilmente in Serie A, sotto la presidenza del Principe Raimondo Lanza di Trabia, un grande sportivo con la fama di play boy internazionale. In paese si era orgogliosi delle prodezze del Principe nel duplice campo, amatorio e sportivo. “Il Giornale di Sicilia” riportava puntualmente le sue imprese. Il suo terreno di gioco era preferibilmente la Costa Azzurra; là veniva fotografato con le più belle attrici del cinema. Spesso il suo castello ospitava i rappresentanti più in vista dello spettacolo e della finanza; più volte furono visti Mariella Lotti (con la quale Raimondo ebbe una storia), Gianni Agnelli, Anna Magnani, Vittorio De Sica.

Oltre che Presidente del Palermo, Raimondo Lanza era un veterano della Targa Florio, antica corsa automobilistica che si disputava ogni anno nel terribile circuito di Cerda-Cefalù; figurava tra i piloti più temuti perché conosceva a menadito il percorso e possedeva perizia, coraggio ed audacia da vendere; difficilmente, però, arrivava al traguardo: o usciva di strada o rompeva la macchina.

La Targa Florio era considerata la corsa automobilistica più difficile del mondo. L’asprezza del tracciato, il fondo stradale, sempre dissestato per le frane, le continue curve, le salite, le discese, la strettezza della carreggiata , mettevano a dura prova la bravura dei piloti. Lungo la strada parecchi cippi ricordavano i punti dove si era conclusa l’avventura terrena di tanti piloti. Raimondo Lanza, pur non vincendo (vi partecipava da dilettante, senza l’organizzazione e le attrezzature di una casa automobilistica), usciva dalla gara da eroe: rientrando ai boxes, presso le tribune di Cerda, veniva osannato e portato in trionfo dalla folla accorsa da ogni parte della Sicilia.

La prima volta lo vidi da bambino: un bel volto maschio,pantaloncini, canottiera e un paio di ciabatte, tutto abbronzato; tra la curiosità di tutti, con fare disinvolto, entrò dal tabaccaio, comprò le sigarette e, con il suo passo tranquillo, si avviò verso il Castello. Tutti se lo indicavano: “’U’ Principi! ‘u Principi! tal’è ‘u principi!”. Io ebbi una piccola delusione. Forse m’aspettavo un Principe su un cavallo bianco, con la spada sguainata. Però mi fece ugualmente un certa impressione per la semplicità e la trasgressività nel vestire: in quell’epoca era impensabile che un uomo passeggiasse in pieno centro del paese vestito in quel modo, quasi nudo cio.

Raimondo, con la sua vita dispendiosa, andava prosciugando il già esiguo patrimonio rimasto dopo generazioni di sperperi. Le sorti economiche della famiglia erano in mano al fratello Galvano; Raimondo veniva spesso a bussare alla sua porta.

La fine del Principe fu spettacolare come lo era stata la sua vita: si buttò, nudo, da una finestra di un grande albergo romano, sfracellandosi sulla strada; era il 1954 , aveva trentanove anni. Le congetture furono tante: qualcuno disse che era sommerso da una montagna di debiti, altri che era affetto da un tumore alla testa. Nel paese per settimane non si parlò d’altro.

Per me fu un dispiacere: era morto un mio eroe; scrissi una ingenua poesia in suo onore.

Davanti al bar di Pinù Di Vittorio, sulla strada principale del paese (‘u stratuni), spesso si accendevano animate discussioni sull’ultima Targa Florio e sul mondo del calcio.Se c’era Pecora Bianca la disputa assumeva subito toni paradossali e divertenti; aveva un modo tutto suo di raccontare: condiva certe sparate con fantasia e surrealismo istintivi; sapeva di essere fisicamente forte, se ne compiaceva, e spesso si vantava di imprese nelle quali, immancabilmente, primeggiavano la sua prestanza fisica e la capacità di intimidire i suoi antagonisti. Negli anni quaranta e cinquanta Trabia non disponeva più di un campo sportivo, come tra le due guerre. Qualcuno, forse approfittando del caos prodottosi dopo la partenza degli Americani, se ne era impadronito e vi coltivava ortaggi e alberi da frutta.

Si giocava sul campo di San Nicola L’Arena; le partite divenivano presto, per l’agonismo e l’accanimento, epiche battaglie, che vedevano i giocatori battersi alla morte. Una massa enorme di gente, venuta con ogni mezzo da Trabia e dal paese della squadra ospite, seguiva le partite in un indescrivibile delirio di incitamenti, grida e confusione. Pecora Bianca era uno degli eroi di quelle domeniche, insieme a un magnifico centravanti, Pino Pirrone, a un’ala, Pinù Parrineddu, ed altri.

Dopo una trentina d’anni rividi Pecora Bianca a Viareggio. Era invecchiato, ma sempre di pelo mirrino e con la sua antica vivacità verbale. Si guadagnava la vita lavorando a giornata sui motopescherecci.

Ogni anno molti pescatori di San Nicola L’Arena, Porticello, Terrasini, Termini Imerese, Isola delle Femmine venivano a Viareggio per la stagione della pesca .Pecora Bianca vi aveva messo su casa con una donna milanese e un suo bambino.Viveva in un decoroso appartamento dell’ex Campo di Aviazione.

Un giorno me lo trovai in ufficio.Era venuto a protestare per non so quale questione; dalla segreteria del sindaco l’avevano dirottato verso di me. Nonostante gli anni la sua figura era rimasta inconfondibile: capelli arruffati, quasi bianchi (ma non per l’età), corporatura tarchiata, volto scavato, bruciato dal sole e dal salmastro, scarpe da tennis, un paio di pantalonacci e una maglietta da marinaio. Lo riconobbi subito.

“Paolo non mi ha voluto ricevere, ma me la pagherà, quant’è vero Iddio” – si riferiva al sindaco. Era arrabbiato e irrequieto. Mi alzai, gli indicai la poltroncina davanti alla scrivania. Non mi diede retta e continuò avanti e indietro per la stanza.

“Non mi riconosci ? “- gli dissi. Si fermò di botto e mi guardò fisso in faccia.

“Ma tu…”

“Certo, ero un bambino… sono il figlio di Nino Carollo”.

“ Comu, tu figghiu di don Ninì ?” In un attimo mi abbracciò stretto e mi baciò. Si sedette e, con una gioia che traspariva da ogni suo poro, cominciò a interrogarmi, dimenticando completamente il motivo che l’aveva spinto in municipio.

“Ma chi ffai tu cca ? Sei ‘u segretariu ? –Il labbro inferiore gli tremava; era emozionato.

Poi si mise a parlare di mio padre; quante volte aveva lavorato per lui, quanto era bravo e generoso don Ninì. “ Nno nvernu stamiru simani sani senza travagghiari; mari tintu, maistrali, nenti travagghiu. Quannu ni prisintamiru a don Ninì nun lu lassamiru mai chi manu vacanti. A San Nicola non c’è cchiu nenti da fari; ‘u pisci è scarsu e paghinu ‘na miseria. Mi detti vita cca a Viareggio, e poi, sai com’è, m’arristaiu cca. Canuscìu a me mugghieri e staiu beni. Il lavoro nun manca, ma sugnu chinu di duluri e vogghiu iri in pinsioni. Sti figghi di buttana nun ma vonnu dari. Unu di sti jorna vaiu a Roma e ci va rumpu i corna , a sta massa di jarrusi. Vonnu i marchetti. Ma chi marchetti e marchetti. A San Nicola marchetti mittevinu? Dimmillu tu. I marchetti du sticchiu di so matri”. Siamo stati più di un’ora a chiacchierare. Alla fine m’invitò al bar a prendere il caffè.

Da quel giorno non passò settimana senza una sua visita in ufficio. “Lassili iri, sunnu tutti fausi”. – mi diceva, riferendosi agli impiegati che via via ci interrompevano per le incombenze d’ufficio. Si presentava con qualche piccolo problema da risolvere; ma chiaramente era una scusa per venirmi a trovare e per chiacchierare a ruota libera con me. Si lamentava di tutto: della pensione che non arrivava, dei politicanti che facevano solo il loro interesse e se ne strafregavano dei bisogni dei cittadini, dei cani che sporcavano i marciapiedi, degli automobilisti arroganti e maleducati. Dopo qualche tempo gli arrivò la pensione: una cifra mensile ben misera, poco più della pensione sociale.

Smise di imbarcarsi sui motopescherecci; ma la pensione non aveva risolto i suoi problemi economici. Dovette girarsi intorno per trovare qualche occupazione che gli permettesse di arrotondare le sue entrate. Viareggio è un porto turistico, uno dei più importanti d’Italia. Vi è ormeggiato un gran numero di barche da diporto, yacht, catamarani, ecc. La vigilanza su queste imbarcazioni è disciplinata da regole severe, scritte e non scritte. Tra le concessioni al Club Nautico, al Comune e ad un vecchio sorvegliante, le banchine erano tutte assegnate. Non so come abbia fatto, Pecora Bianca riuscì ad ottenere la sorveglianza di due o tre posti-barca, forse in subconcessione clandestina.

Nei miei giri in bicicletta lo vedevo, a volte, seduto su un panchetto a guardare le sue barche. Intorno aveva sempre qualche gatto che si strofinava alle sue gambe o mangiava qualcosa da un involtino. Abitava in Darsena; per raggiungere il posto di lavoro a piedi attraversava la Pineta di Levante. All’ombra degli alti pini, in quel tratto, ormai incuneato tra le case, s’era formata come una colonia di gatti randagi; Pecora Bianca ne era divenuto il protettore; non passava mai di lì senza portar loro delle cartate di cibo. Nel vicinato le donne di quelle case conoscevano questo suo amore per i gatti; conservavano gli avanzi di cibo e glieli consegnavano quando lui passava a prelevarli. Quando mi fermavo a scambiare qualche parola mi diceva: “Il gatto è un animale nobile, ama l’uomo, ma non ne diviene schiavo; ha la sua dignità e indipendenza”.

“Non ti viene mai il desiderio di tornare al tuo paese?” – gli dicevo- “Ogni tantu ci tornu. C’è rimasta una sorella; me frati sta a Palermo. Ma che vuoi, ormai sugnu cca. Che bellezza era stari cun l’amici! Ora nun c’è chiù nuddu. I me’ amici sunnu i jatti.” Poi proseguiva con le sue filippiche contro gli impiegati del Comune che non facevano il proprio dovere, contro i politici, contro i giovani drogati, contro la gente vastasa, cioè maleducata.

“Sai na cosa?”. “Dimmi”.”Da quannu i to mpiati sannu ca sugnu amicu tuo, mi salutanu cun tantu di rispettu. Prima mancu mi taliavinu. Se m’affaccio in qualchi ufficiu, subitu si susinu e mi dumanninu si aiu bisognu di nenti. Figghi di buttana! Però, tu stai attentu. Quannu ‘u jattu nun c’è i surci abballinu. Sempri fuora li vidu, peri peri. Appena mi vidinu, canginu strata. Chissi, nna l’ufficio, nun fannu nenti tuttu u jornu. Daccilla qualchi stangata! accussì si mettunu a cuda mmenzi i cosci”.

“Dimmi di mio padre, quando l’hai conosciuto”.- Gli chiesi un giorno.

“Qannnu? di picciriddu. Prima raccoglievo olive. To patri aveva alivi a San Miceli, Antoniacci, ai Tre Filieri, a Suprana, o Brauni. Criscìiu quasi quasi nne so manu, tu nun lu sai. Poi divintaiu cutulaturi e mi facievu a raccolta d’alivi quasi tutta nni to patri. Quantu sacchi d’alivi carricamiru, a sira, supra u carrettu! To patri aveva un mulu mirrinu, un po’ anzianu; nna muntata da Tunnara ni tuccava spingiri u carrettu. Come paga ci dava quel che era giusto; o sabitu non sgarrava mai, ni pagava sempri. Insiemi a Carmelu Cinc’Unzi e a Totò Greco, aveva un grande frantoio unni macinava alivi pi misi e misi. To patri era un signori; te lo dicu, no picchì si tu presenti; u dicevinu tutti.

Un giorno mi portò, quasi per forza, a casa sua.

“Ti faccio conoscere la mia Signora e la casa dove abito” – mi disse con un certo orgoglio.

Salimmo al secondo piano di una palazzina decorosa all’ex Campo di Aviazione. Ci aprì la moglie. Mi colpì il lindore della persona e la cortesia naturale. Ad occhio e croce era vicina alla cinquantina. Dopo i convenevoli Pecora Bianca mi mostrò la casa: un ingresso, la sala, la cucina abitabile, la camera da letto, la cameretta del ragazzo, il bagno e il ripostiglio; un tipico appartamento viareggino di ottantacinque metri quadrati. Ci sedemmo in sala. La Signora andò in cucina e ne sortì con un vassoio e tre tazze di caffè. La sala era arredata con mobili di buona fattura: un bel tavolo, una grande credenza, un altro mobile, dei quadri di paesaggi alle pareti, una macchina da cucire Singer; tutto era in ordine e pulito. Sul marmo della credenza alcune fotografie incorniciate. In tutte figurava il mio amico, impettito e felice, insieme a personaggi famosi dello spettacolo, Domenico Modugno, Johnny Dorelli, Peppino Di Capri.

“Conosci questa gente?”-Gli chiesi un po’ meravigliato, e lui con un sorriso beato: “E come no, sono tutti amici miei”.

Le fografie erano state scattate al Gran Caffè Margherita, il locale della Passeggiata, reso celebre da Giacomo Puccini, perché vi trascorreva dei pomeriggi, giocando a carte.

Nelle serate d’estate spesso vi cantavano artisti di gran nome, accompagnati da una orchestrina. I gestori del locale avevano creato un bell’ambiente: le grandi porte spalancate, tanti tavolini all’interno e fuori, fin oltre il marciapiede; il tutto contornato da una fila di grandi vasi con piante ornamentali. L’orchestrina rimaneva mezza dentro e mezza fuori, in modo da essere visibile da ogni angolo. Quando si esibivano cantanti celebri, come Modugno ed altri,vi era il tutto esaurito e una gran folla si accalcava sulla strada, applaudendo con calore alla fine di ogni canzone.”Volare”, “Vecchio frak”, “Il cielo in una stanza”, “U pisci spada” e tanti altri pezzi mandavano in visibilio il pubblico.

Dopo l’esibizione succedeva il caos, un gran numero di fans circondava i malcapitati artisti, per avere un autografo, per farsi fotografare, o, semplicamete, per toccarli o sentirli parlare. Il mio amico aveva messo a punto una tecnica raffinata e riusciva sempre a farsi immortalare in compagnia di artisti di quella levatura.

Egli notò il mio interesse per quelle fotografie e un’espressione di soddisfazione si dipinse sul suo volto.

“Sai com’è pulita mia moglie? E’ terribile”- mi stupì il suo italiano –“Guarda qua, se c’è polvere; ma questo è niente. Certe volte non mi fa entrare in casa se non mi levo le scarpe. Te la immagini una cosa simile a San Nicola? Tu non sai quante cose sa fare mia moglie, a mano e con la macchina da cucire. Ha le mani d’oro. E il ragazzo? Sta studiando per la maturità. E’ intelligente e studioso”.

“Mio marito esagera .Qualche lavoro bisogna farlo. Sa, mi parla spesso di lei. Ho un amico importante, mi dice. Da quando ha incontrato lei è più contento”.

“Signora, conosco suo marito sin da bambino; immagini il mio piacere per averlo rivisto dopo oltre trent’anni”.

“Senti, appena possibile ti porterò un barattolo di sarde salate, ma di quelle mafiose, alla siciliana. Abiti vicino alla stazione centrale, in via Vespucci, vero?”.

Mi accomiatai. Scendendo le scale non potei fare a meno di pensare alla differenza di quello alloggio con certe case di pescatori in Sicilia dei miei tempi: quasi sempre dei tuguri; e a quella donna: così ben vestita, linda, snella, fine. Proprio il contrario delle mogli dei pescatori che ricordavo: giovani e già sfatte.Il loro rapporto mi apparve ben definito: adorazione e sottomissione da parte di lui; una certa aria di superiorità e di accondiscendenza da parte di lei; insomma i pantaloni li indossava lei. Uno squilibrio-equilibrio sperimentato, e, quindi, solido Mi venne in mente una scenetta raccontata da mio zio Pietro in occasione di uno dei suoi ritorni a Trabia dal Canada. La sera del giorno di nozze si tolse i pantaloni e li posò sulla spalliera della sedia ai piedi del letto. Si rivolse alla sua mogliettina, già infilatasi sotto le lenzuola, e le disse: “Vedi questi pantaloni?”. “Si, li vedo, perché?”.”Domani mattina voglio trovarli qui dove li ho appoggiati, capito?”

Dopo qualche settimana Pecora Bianca bussò a casa mia con un un barattolo di sarde salate in mano. Proprio come facevano i pescatori di una volta con mio padre. “Don Ninì, ci portu sardi ca si può liccari i baffi”. “Non dovevi, io non ti ho dato mai niente”.- Gli dissi.

Era vero: non chiedeva mai nulla per sè o per la sua famiglia; chiedeva, e in questo caso con forza, interventi, che so, per riparare una buca o un marciapiede, per eliminare del sudiciume in qualche posto, per mettere a posto certi impiegati, per curare i giardini comunali.

“Ma stu sindacu cosa fa? Non gira per la città? Non vidi quantu cosi c’è di bisognu?” Gli offrii un pezzo di torta avanzato e un bel bicchiere di vino Chianti, che gradì palesemente.

“Lassa iri u sindacu, pensa a saluti”.

“Sai ca hai na bella casa. Bene bene ,damoci in testa a sti tuscani”. Eravamo in cucina. Aveva visitato l’ampia sala, lo studio, il giardino, muovendo la testa in segno di approvazione.

“Quanto lavoro c’era prima a Trabia. Ora a campagna nun duna chiù nenti. A San Nicola nun ci sunnu chiù lampari. Campinu tutti cun i pinsioni. Chi belli partiti di calciu facemiru. Erimu forti.

Chi belli tempi erinu!. Pochi soldi, ma c’era lavoro e tanta amicizia. Ora ognunu sta per cuntu so Mancu ti guardinu quantu si longu. Sugnu cuntentu pi ttia. C’hai un bellu postu”.

Rimase a chiacchierare un paio d’ore con me. Chissà quanti anni erano che non parlava così con un vero amico. Quando mi salutò era commosso.

Lo rividi altre volte, in ufficio e fuori.

Oltre alla guardiania di un gruppo di barche aveva trovato da guardare di notte alcuni locali tra la pineta e il porto. Gli davano piccoli compensi; tirava avanti discretamente.

Ma il destino era in agguato. Una notte, verso le tre, mentre faceva il suo consueto giro, sentì dei rumori provenienti da uno chalet, ristorante-pizzeria, posto in pineta. Appoggiò la bicicletta alla siepe di pitosfori e fece per entrare . Il cancelletto era aperto. Pecora Bianca non aveva paura di nessuno; un altro sarebbe filato via a chiedere l’intervento della polizia. Lui no. Entrò nel giardino deciso ad affrontare chiunque fosse. Non era armato.Durante la sua vita non aveva mai posseduto una pistola. Le sue armi erano state sempre le mani e il coraggio fisico.

All’improvviso dalla porta d’ingresso dello chalet, forse accortosi di essere stati scoperti, tre giovani (fu accertato poi che non erano meno di tre) uscirono come furie. Pecora Bianca non esitò: si buttò su di loro; la colluttazione era impari; riuscì ad atterrare uno o due dei malviventi, ma si rialzarono prontamente. Allora si slanciò verso la bicicletta, la inforcò e piggiò sui pedali per acquistare velocità, nell’intento di raggiungere il posto di polizia. Fu inutile. Lo agguantarono e lo buttarono a terra, sul duro asfalto del Viale dei Tigli. Si accanirono su di lui con la legna, trovata lì per lì, vicino ad una pianta abbattuta.

Al funerale c’era tanta gente. Vennero i parenti dalla Sicilia. Il fratello si occupò di tutto. La cerimonia in Chiesa, e, poi, al cimitero fu toccante. L’autorità giudiziaria aprì l’inchiesta, ma degli assassini non s’è saputo più nulla.


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Pecora Bianca
15 dicembre 2006, di : ALESSANDRO BAFUMO

SONO UNO DEI COLLABORATORI DEL WEBMASTER DI TRABIA ON LINE,www.trabiaonline.it,E VORREI CHIEDERE L’AUTORIZZAZIONE AL SIGNOR CAROLLO DI PUBBLICARE IL SUO ARTICOLO SUL NOSTRO SITO, CI FAREBBE MOLTO PIACERE E AVERE ALTRI INTERVENTI SUOI.
    Pecora Bianca
    15 dicembre 2006

    Gentile Collaboratore di trabiaonline.it, autorizzo senz’altro la pubblicazione del mio racconto sul vostro website. Sarò lieto di inviarvi altri miei lavori. Vi ringrazio per la possibilità che mi date di tenere dei contatti con la mia città natale. Complimenti ed auguri per un felice Natale. Antonio Carollo
    Pecora Bianca
    16 dicembre 2006, di : Ugo Giansiracusa

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Pecora Bianca
20 dicembre 2006, di : ALESSANDRO BAFUMO

Ringrazio lei e il Sig.Giansiracusa per la vs.autorizzazione e auguro ad entrambi buone feste 2006/07