Solo un moto di rinascita dal basso, che sbocca nella celebrazione di primarie vere, all’americana, può ridare slancio al partito.
La fine della leadership di Walter Veltroni, anche se umanamente comprensibile, non è giustificabile sul piano politico. Un leader che ha la forza di un’investitura popolare di 3,4 milioni di persone non può e non deve arrendersi di fronte alla guerriglia sotterranea di un gruppo di notabili dei partiti confluiti nel Pd. Gli elettori, eleggendolo con quello straordinario plebiscito, avevano affidato a Veltroni un compito preciso: costruire un partito nuovo di centrosinistra dalla fusione della parte riformista della sinistra con il centro cattolico democratico. Per un lavoro così arduo, (direi doppiamente difficile) non era, e non è, pensabile un lasso di tempo inferiore a tre o quattro anni.
Era (o doveva essere) scontato che l’esito eventualmente negativo delle consultazioni elettorali scadenti nel frattempo non potevano interferire con un’impresa politica di tale portata. In caso di frizioni con i capi-area e i capi-corrente il segretario aveva un’arma formidabile, quella delle primarie congressuali. Un rinnovato mandato lo avrebbe affrancato da qualsiasi condizionamento dandogli mano libera nella formazione delle strutture e nel radicamento del partito sul territorio. E’ successo invece il contrario. Il segretario, anziché costruire la presa del partito sull’elettorato spendeva buona parte delle sue energie nel mediare tra le posizioni dei cosiddetti oligarchi.
Sforzo stressante, disperato, perdente. Tempo fa ho scritto che il segretario, se voleva riuscire nel suo intento, doveva stare lontano dai giochi romani e dimenticarsi perfino la porta di casa sua. Non ho cambiato idea. E’ finito il tempo delle oligarchie, delle nomenklature, dei notabili, dei portatori di tessere. I cittadini, la società civile vogliono avere voce in capitolo. Il rapporto ormai è diretto, con il leader. Veltroni non è parso rendersene conto.
Alle grandi formulazioni logiche e programmatiche, tuttora valide e da perseguire con forza, non ha affiancato un’azione decisa, mirante a spianare la strada ad una vera partecipazione degli iscritti, dei simpatizzanti e dei semplici cittadini, scavalcando le sovrastrutture partitiche presidiate dai maggiorenti. Allo stress di tre sconfitte elettorali, perfettamente prevedibili in questa fase di riassestamento del sistema delle forze politiche e di edificazione del Pd, si è aggiunto quello della sorda lotta interna, tenuta sempre accesa da gente politicamente cieca, che crede di viaggiare ancora nelle comode vetture della prima repubblica.
Mi dispiace dirlo, a Veltroni è mancato l’energia necessaria. Non se l’è sentita di superare il suo punto debole, quello di essere stato designato alla carica di segretario dai vecchi dirigenti; di mettere a posto gli stessi facendo uso dell’enorme potere di cui era stato investito, di fare ricorso a nuove primarie, che lo avrebbero caricato a mille nell’immancabile costruzione di un forte partito riformista del centrosinistra.
Le dimissioni di Veltroni hanno scatenato una grande paura. E adesso, dicevano i soliti maggiorenti, che succederà in quell’informe assemblea costituente di 2.800 delegati? E giù centinaia e centinaia di telefonate per fare eleggere subito il segretario da loro indicato, Dario Franceschini. A me sembra che questa sia piuttosto paura della democrazia. Io vedo in questo i sintomi di una dirigenza Pd smarrita, disorientata, paurosa del vuoto di cui essi stessi sono causa. Fanceschini nasce debole. Praticamente è una creatura dei vecchi giuochi di potere. Mille delegati presi dal panico non sono il popolo delle primarie. Non c’è respiro lungo. E’ un velo steso nell’illusione di nascondere il disastro.
A mio avviso solo un grande moto di rinascita dal basso, che sbocca nella celebrazione di primarie vere, all’americana, può ridare slancio al partito. Un segretario da cannibalizzare, dopo averlo cotto nel fuoco delle probabili prossime sconfitte elettorali, per me è uno scenario orripilante. Spero di sbagliarmi. Franceschini è giovane, ha carattere ed energia, è un convinto sostenitore del progetto politico che sta alla base della formazione del partito,crede nel possibile amalgama tra le due anime Pd. E’, insomma, un osso duro da rosicchiare.