Pastorale americana (Philip Roth, 1997)

Una lettura personale dello scrittore sul mito del "sogno americano", infranto nella realtà contraddittoria di un destino universale con il quale, un’intera umanità deve confrontarsi.
di Piero Buscemi - mercoledì 28 ottobre 2015 - 1693 letture

I figli non assomigliano ai genitori. Spesso, neanche fisicamente. E’ una pretenziosa illusione di chi crede di poter ritrovare una nuova giovinezza nelle loro vite. Un’altra possibilità di riscatto. Un’occasione mancata che si rimette in gioco. Un sogno interrotto che riprende, anche senza spegnere la luce.

L’arte narrativa di Philip Roth trova in questo libro una delle manifestazioni più destabilizzanti. Anche per lettori vaccinati e propensi ad andare sempre fino all’ultima pagina. Sin dalle prime parole, si è già introdotti in una storia che ci pone di fronte ad un resoconto con le proprie scelte di vita, che pensavamo di poter rinviare.

Seymour Levov, il protagonista di questo romanzo pubblicato nel 1997, è il figlio ideale per qualsiasi genitore. Il compagno di studi che tutti sogneremmo di avere. L’eroe al quale affidare il sogno di successo e di traguardo da raggiungere. Un giorno, anche il principe azzurro per una ex reginetta in sfilata per il titolo di Miss America. E il padre di una ragazzina che va incontro alla vita, mentre la guerra in Vietnam richiama ad un esame di coscienza.

Basterebbero queste premesse per descrivere un libro che assomiglia troppo alla storia di una società davanti alle proprie contraddizioni. Anche da questa parte del globo. Ma è la costruzione narrativa che ci conduce mestamente verso una cruda ed insospettabile verità. Come lo scorrere di un fiume, lento e pacifico, come una cartolina promozionale di un sito turistico, come una nostalgia che fa dei ricordi i capitoli da centellinare al lettore, in attesa di una reazione che lo aggrappi alle pagine e lo renda complice dello stesso scrittore, assumendo inconsapevolmente le sembianze del suo personaggio.

Ma il romanzo di Roth è la quiete prima della tempesta. E’ il fascino del fiume che si increspa e lentamente conduce l’illuso nella impetuosa realtà delle cascate, metafora di un crollo che, stoltamente nascosto all’evidenza, crea il baratro di un’intera generazione.

Philip Roth ci guida su questo percorso letterario, attraversando e incidendo l’anima del protagonista. Figlio di una generazione americana, che ha solo sfiorato gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, il cui padre trovò il modo di investire in una fabbrica di guanti di pelle, senza alcun rischio oggettivo che potesse nuocergli dalla tragedia in corso nel resto del mondo.

Seymour Levov seguirà quelle orme paterne, dopo essersi gustato il suo momento di notorietà locale grazie alle sue gesta sportive, portate in gloria con l’aiuto di un fisico atletico ed un carisma intrigante. Capelli biondi, occhi azzurri. Alto e possente, passerà alle cronache del suo college con lo pseudonimo de "Lo svedese".

A distanza di anni, dopo essersi lasciato alle spalle i sogni e le arroganze giovanili, ritroviamo il protagonista davanti alla realtà di un uomo che ha rilevato l’attività del padre; che si è sposato con una bellissima donna con un passato di sfilate e titoli da reginetta di bellezza; che ha cresciuto una figlia con problemi di balbuzie, provando a costruirle intorno un mondo fiabesco e protetto dagli orrori del mondo.

E’ proprio in questo momento della sua vita che Seymour Levov si vedrà trascinato nel folle ingranaggio delle certezze disilluse, dell’apparire che non è mai essere, degli ipocriti convenevoli a negare un’evidenza scomoda, a falsi rapporti umani sorretti da un bisogno incontrollabile di quieto vivere. Questa sua presa di coscienza sarà più traumatica della inevitabile consapevolezza di una realtà al di fuori della sicumera della sua fabbrica di guanti, che ha già cambiato la sua vita.

La figlia adorata, Merry, trasformata in adolescente terrorista, autrice di alcuni attentati che provocheranno morti innocenti, negli anni dello scoppio della guerra in Vietnam, sarà il detonatore dello scoppio dilaniante nell’anima del padre, costretto ad entrare in contatto con problematiche che la sua vita pastorale lo aveva illuso di poter eludere.

La trasposizione cinematografica, curata da Ewan McGregor, l’attore scozzese protagonista di Trainspotting, che oltre ad impersonare "Lo svedese", si cimenterà con la sua prima esperienza da regista, sarà una sfida artistica che, oltre a dimostrare una notevole predisposizione all’azzardo, evidenzia un argomento ed un messaggio di riflessione attualissimo.


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