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Passaggi


La morte è anche appartenenza. Si adagia sugli sguardi incrociati nei corridoi colorati dei reparti di oncologia. Gli stessi della nuova ala dell’Ospedale Umberto I di Siracusa.
mercoledì 6 aprile 2011, di Piero Buscemi - 909 letture

La morte è riflettere. Su quanto si è fatto. Su quanto si poteva fare e non si è avuto il coraggio di fare. La morte è erudirsi. Sui limiti della scienza medica. Sulle parole dai significati incomprensibili, che si amalgamano nelle fasi vitali di un percorso che uccide le speranze.

La morte è anche appartenenza. Si adagia sugli sguardi incrociati nei corridoi colorati dei reparti di oncologia. Gli stessi della nuova ala dell’Ospedale Umberto I di Siracusa.

Occorre passare davanti al bar, per poterci accedere. Poi una saletta d’attesa e una piccola libreria accolgono i familiari, in attesa di entrare all’inferno. E alla fine ci si entra. Mascherandosi da giullari, per nascondere il proprio disagio. Per eludere un attimo di smarrimento e gli occhi di quell’essere umano, padre, madre, figlio, fratello, sorella, che non riesce a nascondere l’espressione di una resa. Non riesce, perché non può.

E allora ci si siede, su quelle promiscue seggiole di abbandono. Si prova a non guardare quei tubi, quelle bottiglie capovolte, quei camici azzurri, quei misuratori elettronici di pressione, quell’ennesimo esame del sangue, che possa farci gridare al miracolo.

Ma il miracolo, troppo spesso, non si manifesta. E allora ci si traveste ancora. Un’altra maschera che nasconda lo sgomento e restituisca un senso di indefinito, con il quale provare a non compromettersi.

Si, la morte è riflettere. E’ riflettere anche nelle anticamere dello studio medico del dott. Spada. Un uomo robusto e trascinante, troppo paffuto per accostarlo al suo ruolo di primario del reparto di oncologia all’ospedale Umberto I di Siracusa. Ma l’aspetto non deve essere metro di giudizio sulla competenza di un medico. E’ difficile confermarla o smentirla, per i comuni mortali che ignorano la materia. Troppo complessa ancora per gli stessi addetti ai lavori.

Ma la morte è riflettere. E’ riflettere dentro quello studio medico, dove ci attende il primario Spada. Dove a turno ci si accomoderà per ricevere in temuto silenzio, il verdetto. E’ riflettere stando seduti, in attesa che il medico sentenzi, mentre ci fa un segno d’intesa e continua a parlare al telefono. E’ riflettere mentre si ricostruisce quell’assurda conversazione, quella pratica burocratica da snellire, quella notizia intuita che il suo collaboratore gli sta riferendo sulle dimissioni volontarie di una paziente. E’ riflettere sul suo commento finale a quella novità della giornata, su quel suo "...bene, oggi abbiamo un problema in meno", a coprire un impaccio diventato troppo contrastante con quelle pareti colorate, tinte di recente. E quei quadri astratti, appesi alle pareti, e quella libreria che qualcuno ha detto, merita di essere rifornita.

La morte è riflettere, come abbiamo già detto. Sul passaggio successivo al reparto Hospice dell’ospedale Rizza, altra struttura di Siracusa. Il reparto che "accompagna" i malati terminali negli ultimi momenti. Il reparto che l’Asp di Siracusa ha voluto ad ogni costo aprire nel 2009, nonostante le carenze strumentali e del personale.

E all’Hospice si può dimenticare, ancora una volta, i disagi dei malati di tumore che abbiamo lasciato all’Umberto I, le corse fino a Catania per i trattamenti di radioterapia che una città come Siracusa, tra i primi posti in Europa per casi di tumore vista la minacciosa presenza delle raffinerie nelle vicinanze, non può ancora annoverare. Si può dimenticare tutto, distratti da altri colori variopinti alle pareti, dal sorriso dolce e disponibile della caposala, dall’umanità dello staff medico e infermieristico.

Si può dimenticare il sig. Messina, titolare di una delle più rinomate agenzie funebri della città. Anche lui troppo robusto e troppo affarista per riconoscergli anche un po’ d’umanità. L’uomo che ti elenca gli optional a pagamento e quelli gratuiti. L’uomo che stabilisce il prezzo, che varia se vuoi la fattura per l’intero importo e che ti fa notare che è vantaggioso per entrambe le parti, pagare una quota in contanti e l’altra con assegno. L’uomo che ti avverte che anche la saldatura della bara in chiesa, comporta una regalia al prete.

Lo stesso prete che ha già incassato "il fiore che non marcisce" che i congiunti non possono destinare liberamente a nessuna associazione, neanche a quella per la ricerca contro il cancro. Lo stesso prete che viene a rivendicarla quella regalia per la saldatura, specificando che la stessa non sia da essere meno di cinquanta euro.

La morte è riflessione. Ma anche una livella, come avrebbe detto Totò. Qualcuno potrà dire che queste cose ci sono sempre state. Che tutto si ripete nel tempo, che anche la morte ha un suo prezzario. Che niente cambierà. Mai. E la vera tragedia è propria questa.

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