Party o impresa

Per la finale Inghilterra-Italia Boris e Mariano gli avevano affidato l’incarico di organizzare la festa più sensazionale di tutti i tempi...

di Deborah A. Simoncini - sabato 10 luglio 2021 - 1003 letture

“Alzati, figliuolo, sennò arriverai tardi al lavoro!” Il gatto gli si accucciò vicino e gli fece le fusa. Il generale si gettò a terra e si coprì la testa col pennacchio. Percorse il corridoio senza accendere la luce e protetto dall’oscurità rimase sulla porta della sala da pranzo. Voleva dimenticare la notte, anche se gli sembrava impossibile. Non riusciva a togliersela dalla mente. In testa il cappello col giglio ricamato. Un cocchio tirato da mule precedeva la carrozza con quattro magnifici cavalli e scortata da centinaia di cavalieri. Salutato più volte dal tuonare dei cannoni. Per la finale Inghilterra-Italia Boris e Mariano gli avevano affidato l’incarico di organizzare la festa più sensazionale di tutti i tempi. Il calcio è poesia e prosa, sogno domenicale e miracolo collettivo, ma è la politica la leva del cambiamento. Decretati dieci giorni di festeggiamenti andavano offerti a settantamila ospiti diecimila otri di vino, oltre ad abbondanti quantità di cibo (duemila tra mucche e vitelli, venticinquemila pecore e agnelli, molte migliaia di uccelli, gazzelle, pesci, uova e altro).

Previste altre bevande, tra cui diecimila anfore di birra, ciascuna contenente diversi litri, più o meno quanto un otre di vino. Mariano pronunciò un discorso a reti unificate alla radio e alla televisione, ascoltato da due terzi della popolazione adulta dell’Italia. “Voglio che ci andiate giù duro e li colpiate. Suonatagliele, ma senza maltrattarli”. Temeva la jettatura e bofonchiava con voce nasale, mentre gli altri ministri straniti strabuzzavano gli occhi e recitavano collegialmente il rosario. “Abbiamo superato la prima e la seconda fase. I ragazzi ce l’hanno fatta, viriamo sulle loro ali e vi posso dire e assicurare che puniremo con una sonora sconfitta la perfida Albione. Possiamo gioire di nuova grandezza e gloria”.

Matteo, promosso ispettore nazionale del pollame e dei conigli, ordinò a parroci, priori e abbadesse dei conventi di suonare le campane a festa, dai primi tocchi del campanone, fino a sera. Chiese di accendere torce e lumi propiziatori sulle finestre. La sua fama cresciuta a vista d’occhio si era allargata all’estero. Le occasioni di viaggio si moltiplicarono. Soffriva di una sorta di “nevrosi geografica” non riusciva a stare più di tre giorni in nessuna città o luogo. Quando la testa brucia ci vuole l’acqua fredda da far scorrere sul petto e lungo la schiena.

“Nanna santa che non è”, divenuta una grande in orizzontale, in vent’anni aveva messo insieme una fortuna di 600.000 euro. Costretta a fare prima l’affittacamere, poi la lavandaia, la cuoca, la rivenditrice di candele di fronte alle chiese e infine la meretrice. La Compagnia delle “Vergini miserabili”, quando l’offerta di “ardentissimo desiderio” abbondava, l’aveva reclutata con le prediche e la persuasione. Passata alla comunità delle “vergini pericolanti”, modesta nel portamento teneva lo sguardo basso. Un modello da seguire. Fu lei a introdurre in villa Antonia Pizzicamano, detta la Luparella che nelle feste camminava scalza con una teglia di mele cotte sulla testa. Lavorava come fantesca e girava per le taverne a ballare “visposetta e allegretta”. Soprannominata “mia mamma non vuole” da quando aveva iniziato a concedersi a molti.

Nanna “la santa che non è” oltre a insegnarle a preparare lasagne e polpette, melanzane, sfincioni e maccheroni, a friggere cervelletti e cotolette, arrostire polli e preparare pignolate l’addestrò a come comportarsi il giorno e durante la notte e cosa sapere o fingere di sapere. Per sedurre un uomo imparò così a sorridere delicatamente, parlare a bassa voce, arrossire e sospirare, abbassare gli occhi, tacere al momento giusto e ricambiare gli sguardi. A tavola manteneva una posizione eretta, masticava a bocca chiusa, beveva moderatamente.

Silvio, esaltato dall’entusiasmo senile convocò i due Matteo e ricordò: “Eh, ci metteremo d’accordo”, andiamo oltre la “legge De Zan”, riapriamo le case chiuse, perché il mondo è cambiato. Da sempre chiedo di preservare la sicurezza dei cittadini e per questo vinco. Ogni giorno la mia televisione diffonde immagini di barche piene di migranti pronti a invadere e intimorisco la gente col fantasma dell’immigrazione di massa. Da politico abile dico sempre quello che il pubblico si aspetta di sentire. So quello che la gente vuole prima ancora che la gente sappia quello che vuole. La legge del 25 febbraio 1958, n. 75 non fu saggia. Mi batto per riforme morali importanti e fondamentali. Il mio discorso è da progressista, coraggioso e politicamente scorretto: i bordelli vanno riaperti. Chiudere i bordelli all’epoca per me, che attendevo rispettosamente il mio turno dietro la porta del lupanare e nell’oscurità notturna mi soffiavo nei pugni giunti, per scaldarmi, fu lacerante. Mi ritrovai senza “casa mia”. Stavo bene in quella casa che sentivo mia e mi rendeva felice; ne conoscevo benissimo l’anatomia interna. Nudo nella vasca profonda con le zampe di leone, era come ritrovarmi in un mondo senza tempo, in una fotografia. Da mammifero di rilievo ho sempre avuto grande rispetto nel toccare cosce, capezzoli, naso e mento, quando i palmi delle mani scorrono sul viso e sul corpo”. A turno si prostravano a leccarmi i divini alluci.

Il bordello è istituzione pedagogico-disciplinare, sviluppa la “coscienza sessuale del cittadino. Benedetto Croce disse: “Eliminando le case chiuse non si distruggerebbe il male che rappresentano, ma si distruggerebbe il bene, con il quale è contenuto, accerchiato e attenuato quel male”.

Ci vuole un approccio realistico e una concezione profondamente laica dello Stato.

La Merlin voleva tutelare la donna prostituta e offrirle una via di emancipazione, sottraendola al regime delle case di tolleranze che ne limitava la libertà e ne perpetuava la subalternità all’uomo-cliente e alla titolare del bordello. Com’è finita? Mi accusano di fomentare discordie e mettere il popolo contro le autorità. Adulteri, fornicazioni, prostituzione e stupri crescono in città e nella campagna circostante. Chi si preoccupa della sorte delle donne che vendono prestazioni sessuali in luoghi pubblici? Io offro loro opportunità di lavoro come operatrici del sesso, con regolarità, profilassi igienico-sanitaria e contribuzione fiscale. Chi vuole esercitare il meretricio si iscriva al mio Ufficio delle Bollette e acquisti una sorta di licenza di esercizio. La prostituzione, attuata da donna adulta che esprime scelta libera e consapevole, va governata razionalmente. Bisogna combinare misure di controllo e un sistema di tutele flessibili. E’ il principio liberale di John Stuart Mill: “in sé, nella sua mente e sul suo corpo, l’individuo è sovrano”.

Silvio, capace di accompagnare i defunti nell’aldilà e divinare il futuro, di notte girando casa casa in cerca di fantasmi, diventato un importante produttore e commerciante di vini, volò a Londra in una calda giornata d’estate, sceso dall’aereo, aspettò, come gli avevano detto, che qualcuno venisse a prenderlo. La gente procedeva veloce, senza guardare in faccia nessuno, tantomeno lui. Stanco dell’attesa raccolse una giovane donzella forte e allegra, la prese sotto braccio e la condusse a Westminster Bridge, e poi, debitamente protetto, se ne servì. Il capriccio di farlo lì, con il Tamigi che scorreva sotto, lo divertì molto e se ne rallegrò. Stremato dalle emorroidi, il ventre enorme, da sembrare di sentire il sussurro delle budella, chiese ricovero e fu accolto da Larry al 10 Downing Street: si mise le brache lunghe e masticava davanti alla televisione, saltellando di tanto in tanto, urlava: “I-ta-glia, I-ta-glia. Beppe sono io il papi privilegiato di un paese matto tu propaganda gazzose e yogurt”.

Giuseppi l’aria di noia infinita se ne stava stravaccato sulla sedia, la mano destra appoggiata a una guancia. Disse di vergognarsi per la facile vita che conduceva. Rifiutò il brandy e chiese un bicchiere d’acqua frizzante con ghiaccio. Il puritanesimo all’acqua frizzante durò solo tre giorni, poi passò allo champagne d’annata.

I politici designati sono incompetenti, ma fedeli a chi comanda. In politica creare qualcosa che funziona è molto difficile, distruggere più facile. E’ strano come senza aver ottenuto alcun successo riceva solo elogi, mentre quando prima ho fatto diverse cose che ritenevo buone, ho ricevuto solo insulti. Come d’avvocato, il sigaro in una mano e il whisky nell’altra, si versò un bicchiere di scotch e li guardò con benevolenza. Matteo si crede molto furbo, ma la vera furba è lei ‘a mulunara. Così furba da far credere che sono loro i furbi e a comandare. Fa la finta tonta, come nessun altro. L’animale politico vero è lei: ha l’istinto assassino dei politici autentici. Si dedica a ogni tipo di intrallazzi. I due come cane e gatto e lei in rotta con l’uno e l’altro. Quasi non si parlano, o si parlano solo per l’indispensabile. Quella donna se li toglierà di torno.

La prima parata importante ci fu dopo mezz’ora. Un sinistro secco di … deviato da … e cambiò tutto. Mariano, abile a calcolare mentalmente il trascorrere di un minuto, sgarrando di non più di mezzo secondo, ai supplementari dimostrò una sensibilità molto acuta sul significato delle parole. Ritrovò la serenità, l’ispirazione e soprattutto la libertà. Per conto dell’Ufficio dell’Onestà emanò una bolla che firmò orgoglioso con la sua penna stilografica che chiamava “penna da ricerca” e minacciò di sbattere in carcere per ciarlataneria i due Matteo, l’uno autonominatosi commissario inquisitoriale e l’altro provveditore alle Pompe funebri. Tributò un omaggio ai suoi ministri e per rafforzare il messaggio usò parole oscure e arcaiche: “il rischio è che la pandemia di Coronavirus diventi occasione per una dittatura tecnocratica”.


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