Partito "Democratico"?


Certo, democratizzare l’Italia sarebbe una bella iniziativa, in questa oligarchia pseudo-repubblicana di cui abbiamo cittadinanza ce n’è un gran bisogno.
domenica 29 aprile 2007, di paskal007r - 527 letture

Che belle parole si sentono ultimamente sul partito democratico della domenica.

Quasi sembra che non nasca solo per vendersi tutti in gruppo da bravi corrotti bipartisan.
Magari si può far fessi così tre o quattro milioni di persone, ma davvero la cosa potrà durare?

In realtà l’evento fa anche piacere: se i marci si uniscono la gente se ne accorgerà più facilmente; più si mettono insieme gli inciuciones più finisce in fretta l’era del "meno peggio", più si cerca qualcuno di affidabile, e non semplicemente "diverso dall’altro".

E qualche spiritoso potrà anche permettersi lo sfizio di andarglielo a dire in faccia, perché tanto, non cambia niente, i vertici ormai hanno deciso, questi spettacolini detti "congressi" servono solo a dare ai galli del pollaio il tempo di fare la spartizione dei poteri interni da un lato e a far abituare il popolo bovino all’idea di un nuovo simbolino, per quei pochi asini che ancora credono che dietro la cartapesta magari sopravvivano i contenuti.

Resta poi un mistero il nome: partito democratico.
Come democratico?
Forse che al suo interno sarà prevista una democrazia, possibilità di libero voto, primarie per i tesserati, almeno loro che avranno diritto ad un voto onesto e non di scambio o di contrasto dell’altra fazione come noialtri semplici cittadini?
Ma no, più probabilmente "democratico" perché la democrazia è il suo totem, la sacra (nel senso proprio del termine, cioè intoccabile) ideologia che ormai da sola resiste in un mercato delle idee dove anche l’ideologia del libero mercato non è più accettata da tutti.

Un bel colpo di marketing per il partito dei marchettari.

Certo, democratizzare l’Italia sarebbe una bella iniziativa, in questa oligarchia pseudo-repubblicana di cui abbiamo cittadinanza ce n’è un gran bisogno.

Eppure ho questa sensazione fastidiosa che questioni come la assoluta non-rappresentatività dei partiti, il ladrocinio del voto di preferenza, la salvaguardia della libertà di informazione, il conflitto di interessi, il finanziamento pubblico ai partiti (altrimenti detto rimborso elettorale), il finanziamento delle aziende private ai partiti (più onestamente detto corruzione, ma così è legale) e altre simili amenità non saranno mai affrontate dal PD, se non con fiumi di vuote parole e languide promesse per quei poveretti proni elettori.

In fin dei conti non stupisce l’entusiasmo di Berlusconi, perché in fondo quel partito è il suo trionfo, il culmine di un ventennio di duro lavoro di rieducazione della nazione intera attraverso i tubi catodici. La vittoria completa del berlusconismo, un nuovo partito di plastica che nasce per contrapporsi al suo partito di plastica, ma senza i mezzi mediatici (in mano sua), senza la forza della ragione che le idee di pace, di legalità e giustizia sociale arrivavano (si noti il passato) da sinistra rendendo quei figli della prima repubblica passabili da un punto di vista intellettuale-morale, senza la base storica ereditata dagli anni sessanta e rimasta stabile forse per pigrizia, forse per una fiducia troppo dura a morire.

Un partito che non griderà allo scandalo per le mazzette o i trasformisti ma che si limiterà ad un’alzata di spalle, mentre una mano lava l’altra e tutte e due inciuciano trionfalmente.

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