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Parliamo di MES

Un’analisi dell’Unione Sindacale di Base su uno degli argomenti più "caldi" di questi giorni
di Redazione Lavoro - mercoledì 11 dicembre 2019 - 1025 letture

In questi giorni il teatrino della politica si sta concentrando sul cosiddetto Meccanismo Salva Stati. Al di là del consueto scarico di responsabilità e delle finte contrapposizioni tra le varie forze politiche, il progetto di riforma del MES costituisce l’ennesimo tassello di quell’architettura europeista orientata ad esasperare le diseguaglianze tra gli Stati e tra le classi sociali all’interno degli stessi.

Mentre il ministro dell’Economia Gualtieri ha provato a minimizzarne gli effetti definendolo “un alleato e non un nemico” e asserendo che il nostro paese non ne avrà bisogno perché “il debito è sotto controllo”, proprio qualche giorno fa la Commissione Europea pronunciandosi sulla Legge di Stabilità ha ribadito che resta alta l’attenzione sui conti pubblici italiani perché il nostro bilancio è a rischio di violazione del Patto di stabilità. Non vi è dubbio che sul giudizio di Bruxelles, per ora rinviato solo di qualche mese, peserà lo sviluppo della vicenda MES.

Mes

Il Fondo Salva Stati (un eufemismo…) istituito nel 2012, finanziato dai paesi dell’eurozona (il nostro paese è il terzo contributore dopo Germania e Francia) serve per accordare prestiti agli Stati in difficoltà. Sorvoliamo sul tipo di aiuti prestati alla Grecia, se non per sottolineare che l’obbiettivo del progetto di riforma del MES è proprio quello di generalizzare e rendere ordinario quel modello.

Nel progetto di riforma del MES le linee di credito per gli Stati in difficoltà sarebbero sostanzialmente due: le linee di credito precauzionali (precautionary conditioned credit line le c.d. PCCL) e le linee di credito rafforzate (enhanced conditions credit line le c.d.ECCL).

Per accedere alla prima linea di credito (le c.d. PCCL) occorre essere in regola con una serie di requisiti rigorosamente fissati da paletti che di fatto coincidono con i parametri stabiliti dal Fiscal compact (rapporto deficit/Pil del 3%; debito pubblico inferiore al 60% del Pil o riduzione dello stesso nei due anni a una media di 1/20 l’anno, ecc): insomma si tratterebbe di un caso di salvataggio ordinario rivolto a Stati già con i fondamentali a posto. Una vera e propria manna dal cielo per le banche tedesche che in tal modo potrebbero ricorrervi per fronteggiare e risolvere le pesanti criticità dei loro istituti bancari che detengono in pancia titoli illiquidi, ovvero prodotti finanziari derivati.

Per i paesi non in regola con i parametri economici (per esempio l’Italia) sono invece previste le linee di credito rafforzate rappresentate dalle c.d. ECCL che spalancherebbero le porte alla ristrutturazione del debito.

Tali paesi, infatti, potrebbero subire una valutazione di non sostenibilità del debito pubblico con obbligo di ristrutturazione ben prima di ottenere il finanziamento. Solo dopo tale ristrutturazione scatterebbe il prestito subordinato a un piano di aggiustamento macroeconomico sotto stretta osservanza delle istituzioni europee.

Come ha sottolineato l’economista Guido Salerno Aletta si determinerebbero, quindi, le condizioni ideali per operazioni speculative sui i titoli del debito pubblico attraverso l’abbassamento del loro valore e l’innalzamento dei tassi di interesse.

I sostenitori della riforma del MES affermano che non ci sono variazioni rispetto al testo del 2012, poiché già il Trattato eccezionalmente contemplava la partecipazione del settore privato alla ristrutturazione del debito.

Ma qui entra in ballo la riforma delle Clausole di Azione Collettiva (le CAC): oggi per cambiare le condizioni contrattuali in modo che la ristrutturazione del debito comprenda tutti i titoli e non solo quelli che hanno acconsentito alla ristrutturazione previste nei titoli di Stato, occorrono maggioranze qualificate. Ciò significa che, per esempio, una minoranza di banche italiane (attualmente i nostri istituti bancari possiedono 400 miliardi di debito pubblico), potrebbe impedirne l’entrata in vigore.

La previsione delle maggioranze qualificate puntava proprio a limitare l’adesione alla ristrutturazione a casi in cui non vi fossero alternative percorribili. Ebbene con la riforma vengono introdotte le SINGLE LIMBS CACS superando il quorum richiesto per ogni singolo titolo coinvolgendo obbligatoriamente la totalità dei titoli, proprio allo scopo di agevolare e accelerare il processo di ristrutturazione del debito. E così si aggirano le minoranze di blocco, si rende ordinaria e praticabile l’ipotesi della ristrutturazione aumentando esponenzialmente i rischi per risparmiatori ed investitori sui titoli di Stato.

La riforma del MES si configura quindi come una vera e propria trappola per paesi come il nostro perché lungi dal prevenire crisi finanziarie, servirà per scatenarle invitando gli speculatori ad assaltare i titoli di Stato di paesi con più alto debito al fine di conseguire facili guadagni.

La vicenda del MES dimostra ancora una volta la profonda asimmetria con la quale è stato concepito tutto il processo di integrazione europeo. Non si stratta di emendare alcune parti o di prender tempo rinviandone la sottoscrizione: occorre mettere in discussione le politiche dell’UE nel suo complesso, il ricatto del debito e la disciplina di bilancio. Bisogna farlo subito prima che la gabbia dell’UE si stringa sempre più seminando disoccupazione e precarietà e precludendo definitivamente ogni tipo di politica espansiva e socialmente avanzata.


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