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Paola Mastrocola “Togliamo il disturbo” (Guanda)


Ma è davvero giunto il momento per la scuola italiana di “togliere il disturbo” visto le mille disattenzioni volute che la affliggono da tempo immemore?
martedì 26 aprile 2011, di Emanuele G. - 490 letture

Ecco fra le mia mani uno dei libri che hanno caratterizzato la presente stagione letteraria. Quello della Professoressa Paola Mastrocola intitolato “Togliamo il disturbo” e pubblicato per i tipi di Guanda.

La recensione che sto andando a scrivere non si presenta facile. Tutt’altro… C’è il rischio, infatti, di iniziare un lungo – quanto demagogico – discorso sul perché la scuola italiana sia di fatto fallita. Piuttosto di accentrare l’attenzione sul libro in sé. Da qui la necessità, anche per semplicità strutturale della recensione, di attenersi al libro. Le considerazioni sulla scuola italiana possono essere sviscerate in altra sede.

Il libro è “sostanzioso”. Quasi 300 pagine. Fitto – quasi sul punto di tracimare – di mille e mille annotazioni e riflessioni. Non poteva essere altrimenti. Parlare di scuola significa rivolgere la propria riflessione sulla recente storia del nostro paese. I due termini mica viaggiano disgiunti. “Togliamo il disturbo” si compone di tre parti.

La prima si occupa dei c.d. “nonstudianti”, cioè dei fruitori finali del prodotto scuole. In altre parole, gli studenti. Ciò che si legge è al dir poco agghiacciante. Denota una caporetto della scuola italiana. Studenti che non sanno rispondere in sede di interrogazioni e incapaci di pensare alla scuola come momento centrale della loro vita. La scuola è – oramai – un qualcosa di indefinito. Un passatempo. Un obbligo a cui ci si sottomette in modo svogliato e abulico.

La parte successiva discute con fare ampio e argomentato del c.d. “nonstudio”. In sintesi, come mai siamo arrivati a tale disastro che rischia di compromettere gli assetti sociali del nostro paese. Le ragioni sono molteplici. La più importante è senza dubbio aver trasformato lo studio in un divertimento. Ma c’è dell’altro. Mi riferisco al sessantotto, alla pedagogia spockiana, al donmilanismo, al rodarismo, alla pedagogia democratica, a Monsieur Thelot, a internet e la lista potrebbe essere definita “ad libitum”. Sono tutte motivazioni di base che hanno portato la scuola ad implodere.

Infine la parte conclusiva che cerca di capire cos’è la scuola di oggi. E’ in questa area del libro che prende vigore il grido disperato TOGLIAMO IL DISTURBO. Si fa notare che l’istruzione non segua affatto le inclinazioni vere del discente. Anzi si cerca sempre di deviarlo verso una condizione di laureato destinato naturalmente ad essere disoccupato. Mentre in Italia abbisogneremmo di ben 2,5 milioni di operai e tecnici specializzati! Una motivazione plausibile è che si è voluto istituire il liceo dell’obbligo svilendo il lavoro manuale. A tutto questo è da aggiungere il nefasto peso che viepiù i genitori hanno assunto con l’introduzione nel 1977 dei “decreti delegati”.

Ma ripeto. Il libro della Professoressa Mastrocola invita a tali e innumerevoli riflessioni che l’esiguo spazio dell’articolo non può minimamente esaudire. L’unico modo per riuscire a soddisfare la curiosità di sapere lo sfracello in cui si trova la scuola italiana di oggi è molto semplice. Comprare il libro poiché si tratta di un libro dialettico e che cerca di costruire un percorso di resurrezione per un malato non più cronico. Moribondo!

Termino la recensione riportando le parole messe in bella evidenza nella quarta di copertina:

"Ditemi se le devo ancora insegnare queste cose o no. Forse, se i ragazzi non sanno più l’italiano, vuol dire che la scuola non ha più ritenuto che fosse il caso di insegnare l’italiano. Forse tutti in Italia (o meglio, in Europa) hanno deciso questo: che non è più utile insegnare la propria lingua, e si sono dimenticati di dirlo anche a me, e allora io sono l’ultima a fare una cosa che non interessa più nessuno, e quindi è bene che smetta. Questo libro è una battaglia, perché la cultura non abbandoni la nostra vita e prima di ogni altro luogo la nostra scuola, rendendo il futuro di tutti noi un deserto. È anche un atto di accusa alla mia generazione, che ha compiuto alcune scelte disastrose e non manifesta oggi il minimo pentimento. Infine, è la mia personale preghiera ai giovani, perché scelgano loro, in prima persona, la vita che vorranno, ignorando ogni pressione, sociale e soprattutto familiare. E perché, in un mondo che li vezzeggia, li compatisce, e ne alimenta ogni giorno il vittimismo, essi con un gesto coraggioso e rivoluzionario si riprendano la libertà di scegliere se studiare o no, sovvertendo tutti gli insopportabili luoghi comuni che da almeno quarant’anni ci governano e ci opprimono."

Già…

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