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Palestina di Joe Sacco


E cosa spinge un autore di fumetti in Palestina? L’indignazione. Joe Sacco parte, destinazione Palestina, tra la fine del 1991 e l’inizio del ’92, ci resterà per due mesi con il proposito raccontare la prima Intifada in modo autentico...
giovedì 21 dicembre 2006, di Sonia Lombardo - 2290 letture

Joe Sacco proviene dalla tradizione del fumetto underground, dalle riviste come World War 3, in cui la cronaca giornalistica e il disegno confluiscono nel mezzo più sovversivo che esista: la letteratura disegnata, come l’ha definita Hugo Pratt, capace di calamitare l’attenzione dei lettori anche su argomenti duri come la questione palestinese.

E cosa spinge un autore di fumetti in Palestina? L’indignazione. Joe Sacco parte, destinazione Palestina, tra la fine del 1991 e l’inizio del ’92, ci resterà per due mesi con il proposito raccontare la prima Intifada in modo autentico, avvalendosi della sua formazione giornalistica, raccogliendo in un diario di viaggio testimonianze di un popolo solitamente inascoltato insieme con impressioni personali, perché Joe Sacco è sempre al centro della storia: è attraverso il suo sguardo da occidentale un po’ cinico, nascosto dietro le grandi lenti a specchio, che scorriamo lungo le vignette, dal campo lungo della confusione dei mercati mediorientali al primo piano di un bimbo tremante davanti ai soldati israeliani.

Questa graphic novel assume oggi ancora più valore, essendo in grado di partire dall’origine dei conflitti, di spiegare suo malgrado cosa c’è dietro il diffondersi dei fondamentalismi religiosi, tutto in un’unica domanda che Sacco si pone al termine del soggiorno in Palestina: cosa pensa quel bimbo tremante? Come diventa chi crede di non avere alcun potere sul proprio destino?

Forse gli stessi pensieri che deve aver fatto un sopravvissuto di Auschwitz, oppure, l’espressione indignata di quel bambino potrebbe essere oggi quella di un iracheno, già, perché il lettore troverà difficile distinguere il tratto caricaturale di Joe Sacco che ritrae le torture inflitte ai prigionieri palestinesi nel 1992 dalle foto di Abu Ghraib del 2005.

In quindici anni poche cose sono cambiate, quasi nessuna migliorata: alla prima Intifada ne è seguita una seconda, ai confini immaginari si sono sostituiti i muri, ai trattati di pace le guerre preventiva e duratura, ma di certo una cosa si fa sentire sempre meno: l’indignazione, la voglia di denuncia per ottenere una pace che non sia frutto dell’omissione dei fatti.

di Sonia Lombardo

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