Il 17 marzo del 2010, alle due del pomeriggio, mi trovo nel centro di Palermo alla ricerca di un parcheggio nei pressi di Via Cavour, dove si trovano la Feltrinelli e la Banca d’Italia. Devo partecipare a un corso di formazione diretto ai docenti e ai presidi di diverse scuole della Sicilia e organizzato dal Miur e dalla Banca d’Italia.
Deviazioni per sit-in e manifestazioni in vari punti della città.Faccio un giro turistico forzato per tutto il centro storico, fra Palazzo dei Normanni, Via Maqueda, Via Roma. Sbuco in vicoli caotici e in piazze bloccate da auto e assembramenti, qualcuno spiega al megafono che bisogna resistere, gli altri approvano. La rivolta è nel greve dialetto palermitano che risuona per le strade.
L’interno della banca è uno scintillare di marmi appena lucidati dove si specchiano mobili d’epoca e piante verdi. Nel salone, legno scuro per il soffitto e un grande lampadario al centro.
Il corteo della protesta fa il silenzio in Via Cavour, è cessato il rumore abituale del traffico. Il silenzio viene interrotto solo da parole di rabbia e grida potenti, che entrano del tutto inattesi, spiazzanti nell’elegante salone della Banca d’Italia, dove dirigenti di banca sorridenti stanno spiegando a insegnanti stanchi e disincantati cos’è un mutuo o un conto corrente.
Qualcuno si affaccia al balcone. La voce dei manifestanti è arrivata con la sua drammatica verità a distrarre i corsisti.
Il carabiniere napoletano davanti al portone della Banca commenta solidale la protesta dei lavoratori che non possono più mantenere le loro famiglie,
Sul Giornale di Sicilia del giorno dopo, fra titoli e occhielli, il racconto della giornata, e le proteste si confondono con il problema del traffico:
“Replay di un incubo. Maxi-ingorgo da piazza Croci a Palazzo delle Aquile. I vigili costretti a deviare il traffico in quasi tutto il centro storico. Riecco la protesta. Città bloccata dai cortei da mattina a sera. Scesi in piazza gli ex “Pip” e i lavoratori dell’Amia. Scene di una città paralizzata”.