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Paese di notte

Gabriele ha la lingua è piuttosto tagliente, però non è uno sprovveduto o uno spavaldo o un pazzo. Sa fino a che punto può arrivare. La legge non scritta del silenzio su certi fatti e personaggi vale anche per lui.

di Antonio Carollo - giovedì 15 ottobre 2009 - 4681 letture

Dieci minuti all’una, Gabriele si alza; per lui la serata è finita. Ai tavoli dell’ampia sala del circolo una decina di soci giocano a carte. Gli dispiace lasciare a mezzo quella partita tra Pippinu e Masi, ma s’è fatto tardi. Gabriele è sulla cinquantina, piuttosto alto; ha il viso scavato, gli occhi vivi e penetranti, un naso grosso e adunco. Indossa un completo grigio-scuro. La moglie, Tere’ lo tiene come un figurino, ma guai a sporcarsi o a macchiarsi. In casa Gabriele deve stare molto attento, Tere’ non sopporta disordine o trascuratezze. I suoi rimbrotti a volte si sentono dalla strada. La voce di Gabriele non si capta mai: non litiga con la moglie, non replica alle sue sfuriate: per tutto il tempo della piccola tempesta se ne sta zitto, con un sorriso sornione appena accennato. Il giorno rincasa poco prima di pranzo, prende una seggiola e il giornale e si mette a leggere davanti casa, fino a quando arriva la voce della moglie: "Gabri, a tavola!". Del giornale lo attragono i fatti di cronaca, specialmente i delitti di mafia. E’ un buon raccontatore di storie; si ritrova spesso al centro di un gruppetto di amici che pendono dalle sue labbra. Sa vita, morte e miracoli di tutti, in paese. Dalla sua voce un po’ cupa prendono vita i suoi personaggi. Arricchisce i fatti con particolari e caratterizzazioni fulminanti. Molti nomi da lui evocati sono ancora vivi nella memoria degli ascoltatori. Le antiche passioni, le inimicizie, gli odi, ma anche le solidarietà, i sentimenti di amicizia, prendono corpo, con grande forza creativa nei suoi racconti di sgarri, vendette, amori proibiti, fatti di sangue, fuitine andate a buon fine e di altre fallite. Qualche volta racconta di relazioni pruriginose intrecciate da personaggi "sintuti nno paisi" con femmine maritate. Parla di capi-mafia di altri tempi, veri capi di paese, ai quali i paesani si rivolgevano per qualsiasi bisogno: una lite tra vicini, il componimento bonario di un’imprevista fuitina, liti tra parenti per questioni di eredità, raccomandazioni per un lavoro, per una licenza, per il porto d’armi, per la pratica di un giovane laureato (rari) presso uno studio di avvocato, per molestie subite, per liti di confini. Gabriele, da acuto osservatore della vita quotidiana del paese, raccatta e racconta volentieri maldicenze e pettegolezzi su persone più o meno conosciute atteggiando il volto ad espressioni furbesche o sardoniche o di finta deplorazione o indignazione. Teatro de suoi racconti sono il circolo e il bar. Il suo è un monologo raramente interrotto dagli ascoltatori. Non può dirsi che abbia dei veri amici; difficilmente lo si vede a passeggio in compagnia di qualcuno. La sua lingua è piuttosto tagliente. Gabriele, però, non è uno sprovveduto o uno spavaldo o un pazzo. Sa fino a che punto può arrivare. La legge non scritta del silenzio su certi fatti e personaggi vale anche per lui. Questo atteggiamento di auto-contenimento gli permette di godere di una certa dimestichezza da parte degli uomini più influenti del paese, compresi quelli della nfanfira (in odore di mafia). Non di rado lo si vede prendere il caffè, e stare in conversazione, con pezzi da novanta: tutto prestigio agli occhi della gente comune. Gabriele passa le serate al circolo raccontando storie o assistendo alle partite a carte. L’una è un limite invalicabile per lui. La moglie Tere’, una donna magra e alta, anch’essa sulla cinquantina, gli ha detto perentoriamente: "Vai dove vuoi, ma all’una devi essere a casa. Se oltrepassi quest’orario troverai la porta chiusa. Potrai dormire dai tuoi parenti". Gabriele la conosce bene: non esiterebbe ad attuare quella minaccia. Così lascia a metà la partita a ’perdi vinci’ tra Pippinu e Masi. Il primo è un uomo piuttosto pingue con un viso da luna piena, il naso schiacciato, un grosso neo vicino alla bocca, le labbra sottili; ha le guance rotonde e accese, la fronte alta incorniciata da folti capelli biondi. Il suo sorriso appena accennato, un po’ sfottente, irrita l’avversario. Ha il collo incassato nelle spalle e un torace possente e peloso. Masi è un omino mingherlino, dalla barba di tre giorni su un volto da spaventapasseri, capelli e occhi neri, chiaramente in difficoltà ma ciarliero e combattivo, pieno di verve, con una parlantina intessuta di iperboli e di immagini surreali che provocano scoppi di risa tra gli astanti. Apostrofa il suo avversario, lo chiama mulu mutanghiru per il suo vezzo di non spiccicare una parola durante la partita, per i nervi che gli procura quel sorrisino, per la sua calma e la totale applicazione al gioco. Si arguisce subito chi è il vincente. Masi parla parla ma subisce la personalità e il gioco sottile di Pippinu. Finisce a volte che Masi interrompe il gioco, alzandosi e sbattendo le carte sul tavolo, e sbotta: "C’hai na furtuna buttana. Cu ttia un si pò jucari." Pippinu gli risponde: "Assettati, joca e parra picca, jurici poviru.". Gabriele esce dal circolo. Il tragitto per casa non supera un paio di centinaia di metri. A quell’ora non c’è anima viva per la strada; è un colpo d’occhio; dal possente platano della Favara, su cui incombe a picco la montagna, fino ai tigli della curva all’altezza della Chiesa madre i lampioni illuminano i larghi marciapiedi lastricati di pietra viva e la striscia di asfalto della carreggiata. Dopo il tabacchino, svoltando, inizia il tratto in salita. Sulla sinistra c’è la casa della vedova Annina, una quarantenne severa e vitale, di pelle chiara e liscia, dai lineamenti regolari, con una piega leggermente amara ai lati della bocca, la lingua pungente. Da qualche settimana Gabriele ha preso l’abitudine di soffermarsi davanti al muricciolo che delimita il marciapiede della signora Annina; si apre la patta e giù una rilassante pisciata. "Alla faccia tua!", si lascia scappare piano. Quel breve e basso muretto sembra fatto apposta per quell’atto trasgressivo. L’indomani i segni del rivolo d’urina, con relativa puzza, risultano evidenti. Alla signora Annina ogni mattina tocca eliminare, con un secchio d’acqua e una scopa, ogni traccia visiva e olfattiva di quella pisciata notturna, indirizzando immancabilmente all’autore del misfatto iastimi, improperi, parolacce come porcu e figghiu di buttana. Si rivolge a Iana, la vicina della casa di fronte, una donnetta bassa e rotonda che sta alla persiana per assistere all’arrabbiatura di Annina:"’U viri cosa mi tocca fari ogni matina pi un’omu disutili ca si diverti a pisciarimi ravanti casa! Ma s’u piscu ci fazzu livari ’u viziu!". Parlando dà occhiatacce all’abitazione poco distante di Gabriele. L’insofferenza di Annina per lui è totale; l’uomo non è amato in paese, la sua lingua è tagliente come una forbice; lei non lo sopporta per niente: forse per astio e stizza per qualche chiacchiera in più. Tutte le volte che lo vede passare per via lo guarda storto, entra in casa e sbatte la porta. Gabriele ne è infastidito e un po’ intimidito. Conosce il carattere spigoloso e deciso della donna, sa come tiranneggia le due cognate zitelle e come fa filare diritto i figli. Gabriele cammina sul marciapiede. L’aria è frizzante. Marzo è un po’ pazzo. Spesso piove; certe sere sembra inverno. Gli agricoltori sono contenti: la terra è sazia d’acqua, l’annata si annuncia promettente. Gabriele non ha di questi pensieri: lavora al banco del lotto. Pensa alla moglie, al suo corpo ossuto sotto le lenzuola. Tere’ non sopporta di essere disturbata. Glielo ha detto più volte: "Se vieni a letto presto, va bene. Se no, lasciami in pace". Dopo cena lui non riesce a rimanere in casa. Il giornale l’ha letto, i cruciverba lo annoiano, i programmi della radio non lo interessano, il dialogo con la moglie è a monosillabi. Tere’, dopo aver lavato i piatti e rigovernato la cucina, si siede nella sala da pranzo a sferruzzare o a leggere un romanzo preso in prestito al Circolo Cattolico. Qualche volta le viene voglia di raccontare al marito la trama del libro che sta leggendo. Ma a Gabriele quelle vicende melense di amori contrastati, tutte inventate, non vanno giù; le considera cose per donne. La vita tutta un’altra cosa. Sta tre minuti ad ascoltare, fa delle smorfie di ironica approvazione o di finta meraviglia, poi cominciano i primi sbadigli. Tere’ a questo punto chiude il libro, con te non si può parlare, dice, vattene a sproloquiare tra gli estranei, io sto bene da sola e non ho bisogno di nessuno. Gabriele prende un po’ male quelle parole, acuiscono i suoi sensi di colpa. D’altra parte il richiamo del circolo, le chiacchiere con gli amici sono troppo forti. Gli sembra di non avere mai niente da dire alla moglie. Del resto, eccetto i rari tentativi di coinvolgerlo nella lettura di un romanzo, non è che lei lo incoraggi molto. Se apre bocca è per rimproverargli qualcosa: la sua disattenzione per le cose di casa, la sua eccessiva dedizione al lavoro, le frequenti visite alle sue sorelle, Sara e Vincenza, la sua indifferenza verso di lei. Le tirate contro le sorelle lo mettono a disagio: non crede di far del male; alla fin dei conti loro sono una coppia senza figli, mentre le sorelle ne hanno uno ciascuna. Gli sembra naturale passare di tanto in tanto un’ora in casa delle sorelle, fare dei regalini ai nipoti. Gabriele svolta all’angolo e inizia la salita. Gli giunge il rumore di passi frettolosi e vede a distanza come un’ombra che scantona. Chissà, forse qualcuno impegnato in una tresca clandestina. Il suo repertorio è ricco di storie simili. Gli sembra di vederla la scena, l’uomo spinge cautamente la porta, entra, lo investe l’abbraccio di una donna in sottana, soda e calda. No no, si scuote, sono troppo vecchio per pensare a queste cose. Riprende il cammino. Ecco il muretto; il silenzio e la luce piuttosto debole delle rade lampade comunali penetrano la strada. Quell’atmosfera gli dà uno strano senso di intima libertà. Il paese dorme, è come scomparso, remoto, le facciate delle case sono i resti di una vita sospesa nelle nebbie del sonno. Gira lo sguardo sulle abitazioni circostanti: tutto chiuso e buio. E’ il momento di allentare i freni. In casa ha un bagno moderno con water, bidè, lavandino e vasca; ma quel muretto è un’altra cosa. Comincia a sbottonare la patta. Non è un dispetto, non pensa minimamente alla vedova. E’ sereno, la notte è come un velo leggero. Traffica un po’ con un bottone che non vuole uscire dal suo occhiello. Alza gli occhi verso il finestrone. E’ un attimo, un getto violento d’acqua lo acceca. Gli si gela il sangue. Per qualche secondo rimane stordito. Scuote la testa e le braccia; sente sulle labbra un sapore acre che non sa riconoscere. Finalmente capisce. Gli occhi vanno al finestrone: non c’è nessuno, la porta è chiusa. Tutto tace. Dal profondo del suo essere sente salire un urlo, ma si fa violenza, la rabbia gli rimane in gola. No, la vedova non l’avrà vinta. Niente piazzata; niente divertimento per il vicinato. E’ quello che vuole lei. Si dimentica della pisciata. E’ zuppo da capo a piedi. Torna a guardare il finestrone e la persiana. Alza un braccio agitando energicamente il pugno. Si sente infangato. L’urina della vedova si fa sentire. Di scatto si dirige verso casa sua. La chiave non ne vuol sapere di aprire la porta. Gli trema la mano, non riesce a trovare il verso giusto. Sente la voce della moglie "Sei tu, Gabri?".


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