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Outlet: inglesismi e significati DOC per il new business dell’economia europea

Ho iniziato a giocare sul significato di questa parola, tradotta dall’inglese all’italiano. Di primo acchito, a traduzione letterale suona così: Out= fuori; Let= lasciare. Lasciare fuori.
di Rosalba Cancelliere - mercoledì 7 ottobre 2009 - 4787 letture

“Quello degli Outlet è un fenomeno che in Italia è esploso da pochi anni, dopo che in Europa, esperienze del genere erano presenti già da circa 25 anni”. Un po’ dovunque in città, oltre al mercato rionale, detto in dialetto “a fera o luni”, esistono altre due categorie di shopping alla portata di uno stipendio medio basso, quello dei negozi cinesi e quello dei negozi Outlet.

Questi ultimi a Catania sono nati per caso, dall’oggi al domani, un po’ come quelli cinesi. La loro Mission è vendere a basso costo i capi firmati, abbigliamento o calzature, della stagione passata. Ho iniziato a giocare sul significato di questa parola, tradotta dall’inglese all’italiano. Di primo acchito, a traduzione letterale suona così: Out= fuori; Let= lasciare. Lasciare fuori.

Un capo d’abbigliamento o calzatura lasciata fuori dal grande business; lasciati in affidamento al negozio di seconda categoria. Un grande magazzino, con le commesse ed i reparti. Le scarpe lasciano le eleganti mensole in legno o in vetro trasparente per essere messe in fila sugli scaffali, con attaccata su ognuno la misura della scarpa stampato su carta. Vedere la dignità e la bellezza, a volte, di questi capi, vittime del capriccio di una stagione, ha fatto scaturire in me la riflessione selvaggia; l’associazione selvaggia.

Non mancano le connessioni con la realtà, se proprio ti scappa l’associazione mentale. Lo stato sociale ti da sempre una mano, non ti abbandona a deliri scevri di punti di riferimento. Soprattutto se ogni giorno il pensiero più concreto che ti puoi permettere è: come sbarcare il lunario. Sbarcare il lunario, alias lavorare.

Il lavoro mi sembra uno dei punti fondamentali sanciti dalla costituzione; dovrebbe essere il primo, se non sbaglio. Certo se consideriamo il cerchio della vita, è facile che le prime cose si possano trovare in ultimo nella lista, magari un articolo può confondersi con un altro ed andare a rifugiarsi lontano da noi, lo perdiamo e non ci pensiamo più. Dopo la laurea, con il lavoro e la decisione di vivere da sola, ho iniziato la mia avventura sociale.

Da un giorno all’altro ho visto apparire intorno a me, proprio come è successo con gli Outlet, una nuova categoria di lavoratore, il precario; questa realtà ha preso ancor più forma quando ho cambiato casa per la seconda volta, abitando con due miei amici, un ragazzo ed una ragazza, laureati con il massimo dei voti e con una storia lavorativa molto vicina alla mia. Alla fine del primo anno di convivenza, ho potuto constatare l’evidente relazione tra Outlet e condizione lavorativa in questo momento storico. La convivenza con persone che vivono come me con un lavoro in bilico tra il serio e il faceto, mi ha fatto pensare sempre di più a questa condizione. È reale ed incontestabile la fortuna di poter lavorare, facendo esattamente quello che hai sempre sognato.

È anche vero che il mondo del lavoro ha operato in questi anni una trasformazione, in peggio naturalmente. A parte le professioni conosciute, come il medico, lo psicologo, l’insegnante, il vigile urbano, e mi fermo qui, per il resto tutto è in divenire. Dopo la riforma del mondo del lavoro, con il lavoro a progetto, con la legge Biagi, questo si è trasformato a poco a poco in un attività marginale, da fare quando rimane un po’ di tempo tra un nulla e l’altro della tua vita. Il che può essere bello se vivi di rendita o se fai l’attore, il calciatore, la velina o il politico, per esempio. È vero che il lavoro ideale, concepito e concettualizzato dai teorici che hanno dato vita a movimenti sociali importanti, è stato descritto come un’attività di supporto alla realizzazione umana e sociale dell’individuo.

È vero che determinate professioni sono necessarie alla regolamentazione della vita sociale, vedi gli avvocati, i giudici, gli insegnanti; altre si sono aggiunte per venire incontro alle esigenze esistenziali e sociali: lo psicologo, l’educatore, l’assistente sociale. È anche vero che il nuovo contratto messo in atto dalle legislazioni passate favorisce il cosiddetto “libero scambio” del lavoro, parola che abbiamo più volte sentito in merito al commercio di beni di consumo. Ciò significa che l’individuo, al pari di 10 chili di arance, può liberamente lavorare dieci ore in un posto per dieci mesi, anche fuori dal suo paese, altre venti ore in un altro posto per un anno, fino al raggiungimento di un monte ore. Tutto ciò avviene in un lasso di tempo così breve che non lascia spazio ad alcuna formazione specifica, ma lascia aperta la possibile realizzazione di uno stato di precarietà perenne.

Queste considerazioni sono diventate ancor più consistenti quando mi sono accorta di essere diventata una lavoratrice precaria. E come me in questo periodo tante altre persone al di fuori di ogni sospetto. Gli insegnanti per esempio. Il delirio dell’associazione mentale non è più tale se penso al senso dell’outlet; al senso del lasciato fuori, fuori dalla realtà produttiva e sociale; una realtà che a differenza di quella commerciale, di quella del business, non può essere soggetta a nessuna moda, a nessuna stagione. il motivo che fa la differenza, è l’essere umano. Il cittadino che abita un luogo, lo vive insieme ai suoi affetti ed alla comunità, che produce per se e per gli altri.

Outlet in questo momento storico siamo un po’ tutti, anche chi è ingaggiato con un contratto a tempo indeterminato, con un monte ore al di sotto del minimo sindacale, retribuito al di sotto del minimo sindacale. Outlet sono coloro che, per sbarcare il lunario, devono fare chilometri da una città all’altra in autobus, vivendo sulla propria pelle lo svilimento del ruolo che con tanta fatica e studio hanno costruito, a causa di cavilli burocratici e politici. Altri si ritrovano a lavorare in luoghi convenzionali, dove si vendono servizi e beni a consumatori ignari e pacificamente seduti sulla poltrona della loro casa. Outlet è un modo di svendere una professione, quando si è deciso che essa non è più così necessaria. Outlet è un mercato che decide quanto tempo ti rimane per credere in ciò che stai facendo. Allo scadere del tempo non ha importanza cosa sei riuscito a costruire, quale sia il seme che hai gettato; se qualcosa germoglia è già fuori moda, pronta ad essere svenduta.


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Outlet: inglesismi e significati DOC per il new business dell’economia europea
16 novembre 2009, di : joseph1951

In inglese (commerciale) outlet ha il significato di punto di vendita, sbocco commerciale. Quindi se in inglese dico "Tesco has two thousand outlets" dico semplicemente che Tesco (una catena di supermercati) ha duemila punti di vendita ( o negozi) . Questi punti di vendita non hanno mai il significato di "punti di vendita a prezzo scontato", o punti vendita per merci lasciate fuori (probabilmente dai canali di vendita tradizionali ??" . Ora, quando una lingua adotta una parola straniere ne travisa soventemente il significato, ma travisare il signifcato originale di un forestierismo di origine inglese per cercare di spiegare una condizione economica precaria a cosa serve?