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Operazione Beta. La Messina dei colletti bianchi verso il processo

Giovedì 7 giugno, il Tribunale di Messina deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio dei 50 imputati del procedimento denominato “Beta”, scaturito a seguito dell’omonima operazione antimafia del luglio dello scorso anno
di Antonio Mazzeo - martedì 15 maggio 2018 - 1208 letture

La Mafia a Messina esiste e ha peculiari caratteristiche locali ma con ramificazioni, dinamiche e interessi globali. Mafia 2.0 l’ha definita la Direzione Distrettuale Antimafia, un’organizzazione “nuova” che si presenta e manifesta grazie al “raccordo di vari mondi con quello più tipicamente mafioso”. Un clan criminale in grado di “collegare i reati di istituto mafiosi con quelli appropriativi, corruttivi e di truffa di altri sistemi, dagli appalti al gioco, riconoscere che all’intimidazione si sostituisce la passività e la rassegnazione preottenuta, la corruzione e la paura a priori di scontrarsi con il potere, e che al dominio del territorio strada si sostituisce il dominio all’interno della società in leve vitali della realtà sociale, imprenditoriale, professionale, ma anche bancaria finanziaria e politica”.

Giovedì 7 giugno, il Tribunale di Messina deciderà sulla richiesta di rinvio a giudizio dei 50 imputati del procedimento denominato “Beta”, scaturito a seguito dell’omonima operazione antimafia del luglio dello scorso anno, un vero e proprio terremoto giudiziario con tanto di arresti eccellenti di noti imprenditori, professionisti e legali e delle vecchie e nuove leve della criminalità peloritana. In particolare, i sostituti procuratori della Repubblica Liliana Todaro, Fabrizio Monaco e Antonio Carchietti hanno contestato il delitto di associazione mafiosa per il pregiudicato Francesco Romeo inteso “Ciccio” (cognato del boss Benedetto “Nitto” Santapaola), i figli Benedetto, Pasquale e Vincenzo Romeo; il nipote Antonio Romeo; i fratelli Pietro e Vincenzo Santapaola (anch’essi nipoti di Francesco Romeo); il costruttore milazzese Biagio Grasso; Stefano Barbera (originario di Messina ma residente a Rometta); i tecnici informatici Giuseppe Verde, Nunzio Laganà e Marco Daidone. Secondo i magistrati, essi avrebbero “fatto parte di un’associazione, promossa da Francesco Romeo e diretta da Vincenzo Romeo, appartenente a Cosa Nostra e collegata al clan Santapaola-Ercolano di Catania, la quale, avvalendosi della forza di intimidazione derivante dal vincolo associativo e dal rapporto con l’organizzazione madre e della condizione di assoggettamento e di omertà che ne deriva, operava allo scopo di commettere una serie indeterminata di delitti – estorsione, intestazione fittizia di beni, reimpiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, frodi informatiche, gioco d’azzardo illegale e trasferimento fraudolento di beni, corse di cavalli - nonché per assumere il controllo di servizi di interesse pubblico (quali quello per la consegna a domicilio di parafarmacie per la distribuzione di farmaci), di autorizzazioni e concessioni (per l’esercizio dei giochi); per condizionare l’andamento di pubbliche forniture (quali quelle legate all’acquisto da parte del Comune di Messina di immobili da adibire ad alloggi); per assumere il controllo e l’esecuzione di pubblici appalti (subentrando di fatto nella gestione delle imprese Demoter e Cubo aggiudicatarie di rilevanti lavori pubblici, anche allo scopo di svuotarle dei contenuti patrimoniali per realizzare bancarotte con frode a danno dei creditori”. Sempre secondo i sostituti della Procura della Repubblica di Messina, Francesco “Ciccio” Romeo, in qualità di promotore dell’organizzazione, “sovrintende alle attività dell’associazione mafiosa, interviene negli affari e nelle decisioni più rilevanti; decide gli investimenti economici e gli esborsi; assicura il flusso di denaro necessario alla gestione degli interessi dell’organizzazione e cura il finanziamento degli affiliati e dei soggetti”.

Per gli inquirenti, il figlio Vincenzo Romeo avrebbe invece assunto il compito di dirigere le attività illecite, selezionare ed organizzare gli investimenti economici e le attività da svolgere mediante prestanomi, assicurare la gestione degli interessi sui territori, “curando i rapporti con le altre organizzazioni mafiose e, per quanto attiene al settore dei giochi illeciti e delle scommesse clandestine, dirigere e controllare il settore, mediante le società a lui riconducibili, Start Srl, Win Play Soc. Coop., di cui è dipendente, e tramite la Bet Srl, imponendo ai titolari di sale giochi e internet point l’acquisto di pc e dispositivi di gioco collegati alla rete internet, curando la gestione amministrativa e finanziaria, la predisposizione dei server e dei software, la manutenzione e la raccolta delle somme derivati dai giochi e dalle scommesse e la risoluzione delle problematiche tecnico-informatiche”.

Ai congiunti Benedetto e Pasquale Romeo i compiti di collaborare nelle attività illecite, “curare in proprio alcune attività economiche riferibili al gruppo” e “intervenire nella commissione di reati funzionali alla presenza criminale sul territorio”. Contro i fratelli Pietro e Vincenzo Santapaola, l’accusa di aver gestito direttamente o indirettamente attività economiche per contro del gruppo criminale, curando settori commerciali strategici della grande distribuzione (come ad esempio la gestione di macellerie del gruppo Giannetto), “ovvero avviando in proprio la gestione di supermercati senza investimenti economici propri”. All’imprenditore Biagio Grasso è contestata la gestione degli investimenti economici “avvalendosi delle condizioni di operatività assicurate dall’organizzazione e in concreto delle imprese edilizie e degli affari della società XP Immobiliare, nonché delle società formalmente appartenenti al gruppo Borella”. Sempre Grasso avrebbe curato la partecipazione ai lavori pubblici e le “questioni legate all’andamento sociale e aziendale” del gruppo criminale. Antonio Romeo e Stefano Barbera dovranno invece rispondere all’accusa di aver operato alla “dipendenza dei capi”, il primo gestendo settori illeciti quali le corse dei cavalli, il secondo “operando in stretto raccordo con i vertici dell’associazione anche nei rapporti strategici con soggetti ed operatori economici”.

Gioco d’azzardo, internet e corse di cavalli maltrattati e dopati

Forte l’attenzione degli inquirenti per il settore scommesse clandestine curato dagli altri imputati di associazione mafiosa del procedimento “Beta”. “Nunzio Laganà collabora con Vincenzo Romeo, intrattiene rapporti con i titolari dei marchi di scommesse maltesi, mette a disposizione del sodalizio la sua competenza tecnica nel settore delle scommesse, anche mediante la creazione di skin”, riporta la richiesta di rinvio a giudizio della DDA di Messina. “Marco Daidone, in qualità di master per il sito Betgame 24, abilita i profili di gioco degli esercenti e gestisce una delle skin utilizzate. Giuseppe Verde ha l’incarico del ritiro e del versamento dei proventi delle scommesse e si occupa della soluzione delle problematiche di tipo informatico”.

Sempre a Nunzio Laganà, Marco Daidone e Giuseppe Verde, in concorso con i fratelli Vincenzo, Benedetto e Gianluca Romeo, Giovanni Bevilacqua, Giovanni Marano, Caterina Di Pietro e Fabio Laganà è contestata l’accusa di aver installato e gestito presso alcuni esercizi pubblici ubicati nel territorio di Messina (tra essi il Millenium Sport Group, Copacabana Srl, l’Associazione di promozione sociale Accademia del Biliardo, il Bar Ustica, la Biliardi Sport Srl, il Bar del Villaggio, Piazza Point di Grosso Tiziana, il Ritrovo Mondello, l’ASD Pool Direction, il Ritrovo Rowenta) slot machines, “nonché apparecchi terminali, strutturati nella forma di totem e collegati alla rete internet, per effettuare gioco a distanza, in assenza di autorizzazione da parte dell’AAMS o licenza ai sensi di legge”. Questi stessi imputati avrebbero agevolato il gioco d’azzardo all’interno dei locali pubblici ove erano installati i dispositivi elettronici di genere vietati; inoltre, in assenza di specifica licenza, avrebbero organizzato e gestito la raccolta di scommesse su eventi sportivi e su corse virtuali di cani, con attività di intermediazione per conto di un allibratore straniero anch’esso privo di concessione. “In particolare – scrivono i magistrati messinesi – effettuavano attività di gestione di scommesse quali terminali di una rete di agenzie e internet point dislocate sul territorio cittadino (quali il bar di Catanzaro Tania, Piazza Point di Grosso Tiziana, il Ritrovo Mondello, ASD Pool Direction, Ritrovo Rowenta, Gold Bet FSA), tramite siti collegati a Internet service provider allocati all’estero e in particolare a Malta, tra cui i siti Betgame24.com e Bet610.com, non autorizzati a operare in Italia, nonché tramite la piattaforma connessa al sito Racingdogs.eu, con sede a New York”.

Francesco, Vincenzo, Antonio e Benedetto Romeo, con i congiunti Gianluca e Maurizio Romeo; Antonio Rizzo, Salvatore Lipari, Paolo Lo Presti, Antonino Di Blasi, Francesco Altieri e Giovanbattista Croce, dovranno rispondere dell’accusa di aver organizzato ed effettuato in concorso “più corse clandestine di cavalli sulla pubblica via, con relative scommesse illecite”, nonché di aver sottoposto gli equini a fatiche “non sopportabili” e a veri e propri maltrattamenti, “addestrandoli e facendoli partecipare a competizioni in condizioni non adeguate alle loro caratteristiche etologiche” e “somministrando agli stessi, farmaci, al fine di incrementare artificiosamente le prestazioni agonistiche e con modalità dannose per la loro salute”.

Messina e quei colletti bianchi

Del delitto di concorso in associazione mafiosa (artt. 110 e 416 bis I. II, III e IV comma) dovrà rispondere invece il noto avvocato messinese Andrea Lo Castro, “perché senza esservi organicamente partecipe, traendone vantaggi personali, contribuiva al perseguimento degli scopi dell’associazione di tipo mafioso promossa e diretta da Francesco Romeo”. Sempre secondo i sostituti procuratori della Repubblica di Messina, Lo Castro avrebbe messo a disposizione la propria attività di professionista per “consentire il riciclaggio di denaro proveniente da reati, la falsa intestazione di beni, l’elaborazione di strategie per la sottrazione, in frode ai creditori, della garanzia patrimoniale sulle obbligazioni; prestandosi in prima persona a formare fatture, contratti e documenti falsi, ad intentare cause in qualità di attore, a fungere da prestanome per l’intestazione di beni”.

Altro potente colletto bianco protagonista dell’inchiesta “Beta”, l’imprenditore Carlo Borella, già presidente dell’ANCE, l’associazione dei costruttori edili peloritani, accusato anch’egli di “aver concorso, senza farne parte”, del gruppo Romeo-Santapaola. “In particolare – scrive la DDA – Borella poneva a disposizione occulta degli interessi economici del sodalizio mafioso le imprese Cubo S.p.A. e Brick Srl, ad egli riferibili, ed in cui erano confluiti rami di azienda della Demoter S.p.A. (dichiarata poi fallita), relativi all’esecuzione di opere pubbliche, anche in territorio diverso dalla Sicilia, e comprensivi di varie attrezzature, provento di distrazione commessa in danno della Demoter, raggiunta anche da interdittiva antimafia; in tal modo favoriva l’infiltrazione del clan nel settore degli appalti pubblici e privati, ove operava la Demoter e, successivamente la Cubo S.p.A., avvalendosi della forza del clan e dei legami della famiglia Romeo con la criminalità organizzata calabrese, per procurare la ripartenza di taluni lavori aggiudicati in Calabria alla Demoter e, quindi, trasferiti alla Cubo, ottenendo anche supporto finanziario, in cambio di una futura ripartizione di utili, conseguente al rapporto societario di fatto così instaurato dal Borella con Biagio Grasso e Vincenzo Romeo, ed avente ad oggetto anche la cessione dei mezzi delle citate imprese in danno dei creditori, per ricavare liquidità”.

Di “accesso abusivo a sistema informatico e telematico” devono rispondere gli immancabili Vincenzo Romeo e Biagio Grasso, in concorso con Lorenzo Mazzullo (autista in servizio presso la Procura della Repubblica di Messina) e altri soggetti ancora non identificati. Mazzullo, nello specifico, si sarebbe introdotto nei sistemi informatici protetti da misure di sicurezza riservati alle forze di polizia “per apprendere informazioni relative alla posizione di Romeo e Grasso (determinatori)”; agli stessi, venivano poi rivelate notizie riservate relative a procedimenti penali, “nonché la notizia della collaborazione con la giustizia intrapresa da Carmelo D’Amico, esponente di vertice della mafia barcellonese, area territoriale di provenienza di Biagio Grasso”.

Capitolo ancora da definire in tutti i suoi contorni è quello relativo alla presunta infiltrazione criminale del gruppo Romeo-Santapaola in alcune importanti operazioni di edilizia pubblica e privata avviate negli ultimi anni nella città dello Stretto. Per una di esse è imputato nel procedimento “Beta” un altro personaggio eccellente, l’ingegnere Raffaele Cucinotta, dipendente del Dipartimento Ufficio Urbanistica del Comune di Messina. Per Cucinotta, i sostituti della Procura della Repubblica hanno chiesto il rinvio a giudizio perché in concorso con Biagio Grasso, Vincenzo Romeo e Stefano Barbera, avrebbe turbato la procedura di acquisto sul libero mercato di alloggi da assegnare in locazione ai cittadini aventi diritto e che abitavano all’interno di 95 baracche in località “Fondo Fucile”, indetta dal Comune di Messina con delibera di Giunta n. 151 dell’11 marzo 2014. “Cucinotta, in particolare, per il tramite di Stefano Barbera, per consentire alla ditta privata XP Immobiliare Srl, gestita di fatto da Grasso e Romeo, di risultare aggiudicataria all’esito della procedura, riferiva notizie riservate sulla gara, attraverso il funzionario comunale Salvatore Parlato promuoveva un prolungamento del termine di presentazione delle offerte ed interveniva per evitare l’esclusione della ditta dalla gara in presenza di presupposti che ne avrebbero impedito la valida partecipazione (in particolare facendo sì che il Parlato non rilevasse la circostanza che l’immobile edificato non ricadeva su particelle di intera proprietà della ditta costruttrice, come previsto tra i requisiti di gara); ciò compiendo anche nell’interesse di Sicuro, Amenta, Gentile e Amato, amministratori delle società, ovvero proprietari dei terreni sulle quali stava sorgendo l’edificazione degli appartamenti all’uopo realizzati”.

Sempre secondo l’accusa, l’ingegnere Raffaele Cucinotta, per compiere atti contrari ai doveri d’ufficio “e al fine di realizzare la condotta di turbata libertà degli incanti o comunque per favorire la ditta privata XP Immobiliare nei rapporti con l’Amministrazione pubblica, anche a danno dei concorrenti – ovvero per evitare l’esclusione dalla gara pur in presenza di presupposti che ne mettevano a rischio la valida partecipazione, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso ed in tempi diversi - riceveva quale corrispettivo dazioni in denaro, utilità economiche quali l’assunzione di Giacomo D’Arrigo e Antonina D’Arrigo presso le aziende di Biagio Grasso e di Vincenzo Romeo, e la disponibilità da parte degli stessi – gestori di fatto e dunque interessati alle vicende economiche della predetta XP – ad intervenire nelle vicende relative alla cooperativa edilizia cui lo stesso Cucinotta e la moglie erano interessati; mettendo in ogni caso il Cucinotta, dietro utilità economiche, le sue funzioni a disposizione del gruppo mafioso”.


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