Arendt Hannah, On Violence, 1969 (tr.it. Sulla violenza, in Id., Politica e menzogna, Milano 1985)
Arendt Hannah, On Violence, 1969 (tr.it. Sulla violenza, in Id., Politica e menzogna, Milano 1985)
Nel saggio On Violence , scritto da Hannah Arendt nel 1969, la riflessione sulla violenza tocca diversi aspetti ed esperienze storiche. La studiosa dedica alcuni significativi e illuminanti brani alla rivoluzione studentesca a cui, dall’osservatorio degli Stati Uniti, stava assistendo. E’ la prima ad affrontare il tema della globalità del fenomeno, a chiedersi cosa univa esperienze così diverse.
“I nuovi militanti sono stati denunciati come anarchici, nichilisti, nazimaoisti e, molto più a ragione, come «negatori della società industriale», e gli studenti hanno contrapposto slogan altrettanto insensati quali «stato poliziesco» o «fascismo latente del tardo capitalismo», e, molto più a ragione, «società dei consumi». Il loro comportamento è stato addebitato a fattori sociali e psicologici di ogni genere – a un’educazione troppo permissiva in America e a una reazione esplosiva a un eccesso di autorità in Germania e in Giappone, alla mancanza di libertà negli stati dell’Europa orientale e a un’eccessiva libertà nelle nazioni occidentali, alla disastrosa mancanza di sbocchi professionali per gli studenti di sociologia in Francia e alla sovrabbondanza di possibilità di carriera in quasi tutti i campi negli Stati Uniti. Ognuno di tali fattori appare localmente abbastanza plausibile, ma viene chiaramente contraddetto dal fatto che la ribellione studentesca è un fenomeno globale”.
Un fenomeno globale di cui evidenzia alcuni aspetti comuni, almeno da un punto di vista psicologico “un’audacia senza limiti, una stupefacente volontà di agire, e una non meno stupefacente fiducia nella possibilità di cambiare le cose.” Ma queste non sono cause, dice Arendt. Se andiamo in cerca di queste ,
"sembra assurdo ignorare il fattore più evidente e forse più potente, a cui per di più non si trova alcun precedente o analogia, e cioè il fatto puro e semplice che il «progresso tecnologico» sta in tanti casi dirigendosi dritto dritto al disastro; che le scienze, insegnate e apprese da questa generazione, sembrano non solo incapaci di annullare le conseguenze disastrose della loro stessa tecnologia, ma aver raggiunto nel loro sviluppo uno stadio in cui «non esiste nessuna dannata cosa cui si riesca a impedire di tradursi in guerra».”
Il discorso sulla violenza non è quindi, come in Italia ci aspetteremmo - abituati per così dire a legare sessantotto e terrorismo - sulla violenza degli studenti, il discorso è sulla violenza degli Stati e delle guerre che minacciavano:
“Il pathos e l’élan della nuova sinistra, la sua credibilità per così dire, sono strettamente connessi con il fatale sviluppo suicida delle armi moderne; questa è la prima generazione che cresca sotto lo spettro della bomba atomica. Ha ereditato dalla generazione dei padri l’esperienza di una massiccia intrusione di violenza criminale nella politica: ha appreso nelle scuole e nelle università dei campi di concentramento e di sterminio, del genocidio e della tortura, dello sterminio in massa dei civili, in assenza del quale le moderne operazioni militari non sono più possibili, anche se limitate all’uso di armi «convenzionali»".
Contro la violenza del potere, anzi, negli studenti:
“La prima reazione fu un rigetto di ogni forma di violenza, con la logica adozione di una politica di non-violenza. L’enorme successo di questo movimento, specialmente nel campo dei diritti civili, fu seguito dal movimento di resistenza contro la guerra nel Vietnam, che è tuttora un fattore importante nel determinare il clima dell’opinione pubblica americana” .
La violenza contro la quale gli studenti si ribellano (reagiscono) è quella della guerra, ma anche quella dell’esercizio del potere nella moderna società di massa.
“quanto maggiore sarà la burocratizzazione della vita pubblica, tanto maggiore sarà l’attrazione che la violenza esercita. In una burocrazia pienamente sviluppata non resta nessuno con cui si possa discutere, a cui si possano rivolgere lagnanze , su cui possano essere esercitate le pressioni del potere. La burocrazia è la forma di governo in cui ciascuno è privato della libertà politica, del potere di agire; poiché un dominio da parte di Nessuno è un non-dominio, e dove tutti sono egualmente senza potere siamo di fronte a una tirannia senza tiranno. La caratteristica fondamentale nelle ribellioni studentesche in tutto il mondo è che sono dirette ovunque contro la burocrazia dominante.”
e questa osservazione rende chiaro anche perché gli studenti fanno la rivoluzione in tutti i paesi a prescindere dal tipo di governo. Tutti hanno a che fare con la burocrazia dominante in una società di massa, la stessa che Arendt aveva individuato alle origini del totalitarismo. Ma questo è appunto ciò che è difficile da comprendere se non si riflette sulla natura dell’agire politico in una società di massa:
“Questo spiega ciò che a un primo sguardo sembra così fastidioso – che le ribellioni nei paesi dell’Est chiedano precisamente quella libertà di parola e di pensiero che i giovani ribelli occidentali affermano di disprezzare come irrilevanti. Al livello delle ideologie tutto questo è sconcertante; molto meno però se si parte dal fatto evidente che le pesanti macchine di partito sono riuscite ovunque a sovrastare la voce dei cittadini, anche nei paesi in cui la libertà di parola e di associazione è tuttora intatta. Coloro che dissentono e resistono nei paesi dell’Est chiedono libertà di parola e di pensiero in quanto condizioni preliminari per l’azione politica; i ribelli nei paesi occidentali vivono in una situazione in cui questi presupposti non costituiscono più canali d’azione o di un esercizio della libertà”