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Omicidi sul lavoro

Non si contano più le morti sul lavoro

di Piero Buscemi - mercoledì 22 dicembre 2021 - 1191 letture

La morte sul lavoro è uno degli argomenti dei quali ci siamo occupati in più occasioni sulle pagine del nostro giornale. L’avremmo fatto volentieri a meno e per ogni circostanza drammatica che abbiamo dovuto testimoniare e ricordare, auspicavamo di dover un giorno non avere più eventi a disposizione per realizzarci un articolo.

La realtà è fin troppo evidente per illuderci di risvolti ottimistici sulla questione. In Italia si muore di lavoro, oltre che per lavoro. Una delle cause principali è l’incidente che spesso non perdona. Non si fa a tempo a commentare un incidente che subito un altro subentra nel quotidiano conteggio statistico di questa assurda lista senza fine.

E’ un’orrenda e insostenibile situazione che non possiamo accettare come un dato di fatto sul quale dovere ammettere una sorta di resa e di rassegnazione. Non ci si stanca solo di queste stragi sul lavoro, ci si stanca di frasi fatte e di circostanza che in ogni occasione vengono annunciate dalle platee figlie di propagande politiche costruite ad hoc. Ci si stanca delle ricorrenze, delle fiaccolate, delle manifestazioni di piazza a denunciare un problema che, per i risultati ottenuti in questi anni, è fin troppo evidente non si sia seguita la strada giusta.

Ci si stanca dei soliti discorsi di rilancio economico al quale sembriamo costretti a dovere sacrificare vite umane per il bene di tutti. Ci si stanca delle inchieste senza tempo che vengono avviate e che non portano mai a nessuno colpevole ben identificato. E quando lo fanno, nelle rare volte che questa ipotesi si realizzi, le condanne emanate dai tribunali dopo anni e migliaia di pagine di fascicoli, trovano un riscontro nella metafora del "cornuto e mazziato" che tanto di voga va nel nostro Paese per trasformare una tragedia in un mero fatto folcloristico.

E’ già capitato con la vicenda della ThyssenKrupp Acciai Speciali, i cui dirigenti Harald Espenhahn e Gerald Priegnitz, condannati per la morte di sette operai dopo il rogo dello stabilimento di Torino il 6 dicembre 2007, uno degli incidenti sul lavoro più drammatici della storia italiana, hanno potuto godere di una forma di semilibertà che la legge tedesca riconosce, obbligandoli ad un soggiorno in carcere nelle ore notturne alternato al lavoro in ufficio durante il giorno. Già una beffa descritta così, ma che assunse i toni del grottesco quando addirittura ad Espenhahn gli fu sospesa la condanna per un ricorso inoltrato alla Corte costituzionale federale tedesca, che gli impedì l’ingresso in carcere.

Abbiamo voluto ricordare questa "sporca" vicenda per accostarla a quanto di recente accaduto a Torino, ancora città protagonista, e alle sue recenti morti sul lavoro di via Genova. Perché, come abbiamo visto più volte, in Italia l’amnesia è una delle patologie più diffuse e dopo l’iniziale enfasi anche emotiva di una notizia drammatica, si tende a dimenticare, trascinati da eventi che si susseguono in continuità e che bombardano eccessivamente il nostro cervello da non riuscire neanche più a focalizzare i problemi.

Il rischio di un altro nulla di fatto, tra chi avrebbe dovuto e non ha voluto, tra chi avrebbe potuto e non ha veduto, è molto più che una supposizione, nonostante i proclami del governo sulla revisione della sicurezza del mondo del lavoro. Già nel recente passato con un ddl che aveva movimentato i lavori della Commissione lavoro del Senato, si è provveduto al varo di un’idea di impletamento dell’ispettorato del lavoro e l’inasprimento delle sanzioni per quelle imprese che non rispettano le norme di sicurezza.

Nel dettaglio, il ddl prevederebbe la creazione presso il tribunale del capoluogo, di una direzione distrettuale del lavoro con la designazione di magistrati che dovranno mantenere l’incarico per almeno due anni. Inoltre nell’ambito della procura generale presso la Corte di cassazione, dovrebbe essere istituita la Direzione nazionale del lavoro. Il procuratore nazionale del lavoro avrebbe il mandato di quattro anni, che può essere rinnovato una sola volta, ed avrebbe il compito di incentivare l’attività di indagine dei procuratori distrettuali, in qualità di coordinatore, di garantire la funzionalità dell’impiego della polizia giudiziaria nelle sue diverse articolazioni e di assicurare la completezza e la tempestività delle investigazioni.

Molte parole per adesso che non sembrano avere un riscontro nella realtà, almeno per il momento. Il settore edile, spesso quello più protagonista nella questione morti sul lavoro, ha fatto registrare un incremento del fenomeno che coincide stranamente con l’emanazione dei bonus e dei superbonus che, se da un lato ha fatto registrare una crescita del lavoro nel settore, ha anche palesato un’alta percentuale di irregolarità delle imprese italiane sulla questione sicurezza.

Le incombenze di fine anno e la fitta lista di provvedimenti in discussione al parlamento, senza escludere ovviamente l’emergenza covid che ormai regola le nostre vite, lasciano pensare che un provvedimento di responsabilità su quelli che forse sarebbe più giusto definirli omicidi sul lavoro, non sia di immediata promulgazione. Eppure quello che lascia perplessi è quella sorta di cecità collettiva che impedisce di vedere il livello di sicurezza non rispettato in qualsiasi cantiere che si possa incontrare per le strade della nostre città. Le feste imminenti completeranno l’opera di distrazione e rilassamento mentale degli Italiani, pronti a sensibilizzarsi e a indignarsi alla prossima tragedia, trascinandosi anche i milioni di pensionati, oggetto di ilarità e sarcasmo durante i loro appostamenti d’osservazione.


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