Le banalità dei politici dopo gli ennesimi morti sul lavoro. Nel Paese poca indignazione e nessun sciopero. Si continua a seguire in Tv le partite e le Veline
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, non aveva finito ancora di tuonare con il suo “Basta con le stragi sul lavoro” e subito altri 9 lavoratori sono morti. Non vi voglio però parlare del fatto specifico di Mineo e delle altre morti che ormai tutti conoscono. Quanto, piuttosto, della sagra delle banalità che i nostri politici hanno voluto dire dopo i terribili omicidi. Anche in un caso così drammatico non hanno avuto il buon senso di fare il mea culpa e di stare zitti. Veri sepolcri imbiancati che attraverso le dichiarazioni cercano di guadagnare un po’ di visibilità.
Ha cominciato, giustamente, il ministro del Lavoro, della Salute e delle politiche sociali, Maurizio Sacconi. E’ un ex parlamentare socialista che ha aderito a Forza Italia quando il Psi tramontava, colpito a morte dalle inchieste della magistratura. In Forza Italia ha trovato il suo habitat naturale e nessuno ormai più gli rinfaccia il suo allineamento con il condannato definitivo Bettino Craxi. Anzi, in Forza Italia ha fatto carriera. Ha avuto solo un intoppo quando Marco Biagi, ucciso in seguito dalle “nuove Br”, gli aveva scritto denunciando di non avere un’adeguata scorta. Del resto sono cose vecchie. Chi si ricorda più di Biagi definito da un esponente di primo piano di FI un “rompicoglioni”?
Cosa ha detto Sacconi? Se ne è uscito con una frase talmente banale che fa inorridire: “Un piano straordinario per arginare il fenomeno delle morti bianche”. Ma come? Muoiono sul lavoro, in un solo giorno 9 lavoratori e il ministro pensa “ad un piano straordinario”. Cosa significa? “Lo Stato e le parti sociali – ha continuato Sacconi – devono reagire e oggi pomeriggio ci incontreremo per varare un piano straordinario”. In realtà, in quel pomeriggio, si sono riuniti. Alla fine della riunione forse saranno andati tutti assieme al ristorante. Cosa abbiano deciso non è dato sapere. “Stato e parti sociali devono reagire”. Dove sta la reazione? E mentre discutevano di norme già contenute nel Testo unico che non vogliono approvare, altri due lavoratori sono morti a Milano. Erano stranieri, senza permesso di soggiorno, lavoravano in nero nell’edilizia. Forse sono caduti dalle impalcature perché, come afferma il ministro, la maggior parte degli incidenti “è di origine comportamentale”.
Poi Sacconi scopre, lui ministro, quello che da anni denunciamo e cioè che “C’è carenza di mezzi e risorse”. E’ incredibile. Il ministro, nel 2008, ripete quello che si è sempre saputo e che i governi non hanno voluto mai risolvere e cioè che i controlli sono inesistenti e che non ci sono mezzi e risorse. Infatti, gli ispettori del lavoro, pochissimi in tutta Italia, spesso non hanno neppure i soldi per far benzina ed andare a controllare cantieri e fabbriche. E lo dice nello stesso giorno che il suo governo ha deciso di dare 50 milioni di euro l’anno, sino al 2011, per l’Afghanistan. Poi, però, Sacconi, lancia anche una stoccata agli operai tanto per non dimenticare di essere sempre e comunque dalla parte dei padroni: “Moltissimi infortuni sono determinati da errori”. Ecco fatto. Non ci meraviglieremmo assolutamente se i 6 di Mineo e i 5 sparsi per l’Italia fossero denunciati per “errori”. L’errore di morire.
A dar man forte a Sacconi arriva anche Francesca Martini, sottosegretario del ministero del Lavoro con delega alla Salute. Non so quali siano i motivi e i meriti di questa signora veronese, bionda e bella. Comunque è finita in un ministero importante per conto della Lega. La sua dichiarazione, a caldo, raggiunge vette difficilmente eguagliabili. Secondo la bionda signora per risolvere il problema degli infortuni nei posti di lavoro ci vuole “Formazione, controlli, dialogo ed etica”. Infatti, gli operai, ogni qual volta, si accingono ad entrare in una vasca di depurazione si domandano: ma c’è l’etica? Sì, perché per la leghista “E’ fondamentale l’etica che l’azienda pratica sul proprio lavoro”. Non so se la parlamentare bionda ha mai visto un cantiere o una fabbrica e non so neppure in quale Paese viva per dire simili inutilità verbali. Nella sua scheda lei stessa scrive che le sue curiosità (le chiama così) sono: “Politica nazionale e internazionale, cooperazione e sviluppo, associazionismo cattolico”. E il lavoro? Non è “curiosa” del lavoro? Sembra di no ed, infatti, è finita a fare il sottosegretario del Lavoro.
Naturalmente anche Silvio Berlusconi ha voluto dire la sua esprimendo cordoglio alle famiglie, dichiarazione che tutti i giornali e Tv hanno prontamente sottolineato con enfasi. E cosa avrebbe dovuto fare un Presidente del Consiglio? Non fare le condoglianze? Poi, ha promesso, come sempre in questi casi, aiuto concreto alle famiglie. Un po’ di elemosina non guasta mai e fa sentire più buoni. Non l’applicazione delle leggi, solo un po’ di elemosina. I sentimenti, le difficoltà, il dramma interiore delle famiglie coperti dai soldi.
Ma chi ha fatto di più è stato un altro ex socialista, parlamentare anch’esso del partito di Craxi e oggi capogruppo del Pdl alla Camera, Fabrizio Cicchitto. Questa la voglio riportare integralmente perché è la dimostrazione della pochezza culturale di chi ci governa: “Se non c’è il concorso degli uomini, di chi esercita i controlli, quindi da un lato le autorità e dall’altro lato i sindacati, limitarsi a revisioni legislative rischia di lasciare le cose come stanno… Va aperta una riflessione perché il punto fondamentale è l’azione dello Stato e del sindacato, altrimenti sono inutili le grida manzoniane quando avvengono casi drammatici come ieri, che si sospendono un attimo dopo per affidarsi esclusivamente ad una revisione della legge”.
Come si vede Cicchitto chiama tutti alle loro responsabilità: Stato e sindacati. Sono inutili “le grida manzoniane” e non ci si può limitare a “revisioni legislative”. Dimentica di dire che lui è parte dello Stato, quello Stato che non vuole le sanzioni per i padroni che non rispettano le leggi. Qua non c’è solo la banalità di questo pensiero, per la verità, molto debole, quanto piuttosto la consapevolezza di prendere per il culo i lavoratori e, soprattutto, le famiglie dei morti. Si racconta che quando quel galantuomo di Riccardo Lombardi, primo prefetto della Liberazione di Milano, venne a sapere che Cicchitto era affiliato alla P2 (tessera 2232), lo prese a schiaffoni. Ma lui, il Fabrizio, senza il minimo senso del pudore, era passato con Craxi e poi riciclato in Forza Italia. Ora pontifica di “grida manzoniane” e detta la “linea” da seguire.
La cosiddetta sinistra parlamentare tace o si esprime con frasi di circostanza. L’unico che insiste sull’applicazione del Testo su salute e sicurezza varato del precedente governo, è Antonio Boccuzzi, l’operaio sopravvissuto alla strage della ThyssenKrupp. Ma è isolato. Andava bene quando lo si usava come specchietto per le allodole. Ma quanto può contare un Boccuzzi, oggi?
E a proposito di questo testo come non ricordare che dopo i fatti della ThyssenKrupp, il governo di Romano Prodi era riuscito ad approvarlo (Decreto legislativo 9 aprile 2008 n. 81), ma nello stesso tempo era insorta la Confindustria perché c’erano “misure sanzionatorie” nei confronti dei padroni riconosciuti colpevoli di omissioni nelle garanzie di sicurezza per i lavoratori. Prima Montezemolo e poi Emma Marcegaglia avevano definito la legge espressione, nientemeno, di “uno Stato di polizia”. Il governo Berlusconi quattro, aveva sposato questa linea (ancora con Sacconi) e ha cominciato l’offensiva contro il contratto collettivo di lavoro, ha parlato della necessità di aumentare la produttività, ha introdotto la detassazione degli straordinari e ha lanciato una sorta di crociata contro i “fannulloni” nel pubblico impiego, norma per altro già esistente.
A dar man forte al governo, in questi giorni, anche 22 ministri del Lavoro della Ue che hanno proposto la fine delle 40 ore settimanali e la possibilità, per guadagnare di più, di lavorare 60, 65 ore a settimana. Le 40 ore sono state una conquista del secolo scorso. Da quel momento sono passati 91 anni, si sono fatti sforzi immensi, molti lavoratori sono morti per questa conquista, si è scioperato e sofferto per una conquista di civiltà ed oggi, con un colpo di delibera, si cancella tutto, si brucia una battaglia e una conquista epocale.
Il lavoro è sempre più un fatto personale che si deve risolvere, individualmente fra lavoratore e padrone. Lavorare 60 ore significa più incidenti, più infortuni, più morti sul lavoro. Questo, padroni e governanti lo sanno bene. Ma a loro non importa. L’importante sono i profitti.
Nel 2007 ci sono stati 1.260 morti. Quattro al giorno. Ogni sei ore una vittima. Come sottolinea il “Rapporto sui diritti globali 2008”, dal 2003 al 2007 i morti sul lavoro in Italia sono stati almeno 6.654. Nello stesso periodo, in Iraq sono rimasti uccisi 4.213 soldati della coalizione internazionale.
Ciò che fa specie è che non c’è indignazione, se non di facciata. Muoiono, in un giorno, 9 lavoratori e questo Paese continua come nulla fosse. Raffaele Bonanni, segretario Cisl, afferma che “Tutto il Paese si deve ribellare”. Ma si rende conto Bonanni di ciò che ha detto? Cosa facciamo? Andiamo in piazza individualmente a ribellarci? A quando uno sciopero generale su questo tema? Me lo doveva dire Bonanni che debbo ribellarmi? E, di grazia, invece di andare nelle stanze del governo a parlare del “piano straordinario” perché non convocava tutti i lavoratori in piazza per ribellarci a queste morti?
Almeno abbiano il pudore di stare zitti. Ci risparmiamo, almeno, le lacrime. E’ inutile, come è stato proposto, bipartisan, una commissione parlamentare d’inchiesta sulle morti bianche. Sarà il solito carrozzone che finirà a tarallucci e vino. Le leggi ci sono. Si facciano rispettare e si mandino in galera coloro che non le rispettano. Questo bisogna fare.
Uno che se ne intende, il procuratore aggiunto di Torino, Raffaele Guarinello, ben sei mesi or sono, aveva proposto la costituzione di una superprocura nazionale contro le morti sul lavoro. Nessuno ha preso in considerazione la proposta. Oggi, lo stesso magistrato, ricorda che in Italia le leggi ci sono. Addirittura una, del 1930, in pieno fascismo, prevede che chiunque omette di adottare misure contro infortuni è punito con la reclusione dai sei mesi a cinque anni e se poi da quella omissione deriva un infortunio, la reclusione passa dai tre ai dieci anni. Una norma applicata pochissimo nel nostro bel Paese.
Indignarsi, ribellarsi. Ma che Paese è diventato mai questo che dopo 9 morti continua tranquillamente a pensare ad altro? I giornali sono pieni di gossip politico, in Parlamento ci vanno gli inquisiti, il gioco delle parti continua, la Tv continua a narcotizzare le coscienze. Sapete quali erano i programmi, in prima serata, nel giorno in cui abbiamo saputo della strage? Ve lo ricordo io: Rai 1: Calcio, Austria-Polonia − Rai 2: Fiction: Noi due − Rai 3: Film, “Pane, amore e fantasia” – Rete 4: Film, “Danko” −Canale 5: Prima Veline e poi film “Via dall’incubo” − Italia 1 Varietà: Il momento della verità − La 7: Telefilm Stargate. Contenti?
E poi smettiamola di chiamarli “omicidi bianchi”. Questi sono solo omicidi e, spesso, premeditati. Questi sono omicidi neri. Neri come la disperazione dei familiari, neri come la tristezza, la depressione che ci pervade, Nero come il sangue rappreso dei cadaveri.