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Omaggio a Gbagbo, eroe dell’Africa moderna – Corte Penale Internazionale, un’Istituzione razzista?

Ci è voluta la tenacia di questi piccoli gruppi di ivoriani e africani spinti dalla stessa volontà, uniti nella stessa lotta, camminando per le strade delle città europee e facendo seguaci negli Stati Uniti e in Canada, per far sì che il soggiorno di Laurent Gbagbo all’Aia non si svolgesse nel silenzio e nell’indifferenza delle nazioni di tutto il mondo.
di tonyhakmel - mercoledì 20 febbraio 2019 - 1268 letture

Tra il suo arresto avvenuto l’11 aprile 2011 sotto le bombe francesi e il suo trasferimento alla Corte penale internazionale dell’Aia, durante i suoi otto mesi di detenzione a Korhogo (nel nord della Costa d’Avorio), non c’erano solamente Ivoriani a difenderlo senza sosta, ma anche Camerunensi e altri Africani. Dal 16 aprile 2011 manifestavano a Parigi,in Place de la Bastille, per gridare la loro solidarietà nei suoi confronti Al contrario i rari esponenti politici che lo avevano difeso prima della sua caduta, si erano in seguito messi a tacere per non dispiacere alla Francia, nazione che celebrava in pompa magna l’arrivo del suo prefetto “negro” (Alassane Ouattara), che avrebbe reinserito la Costa d’Avorio nell’ovile della “françafrique”, da cui Laurent Gbagbo aveva faticosamente cercato di uscire. La Costa d’Avorio così, era tornata al punto di partenza.

I volti della resistenza all’ingiustizia: Ci è voluta la tenacia di questi piccoli gruppi di ivoriani e africani spinti dalla stessa volontà, uniti nella stessa lotta, camminando per le strade delle città europee e facendo seguaci negli Stati Uniti e in Canada, per far sì che il soggiorno di Laurent Gbagbo all’Aia non si svolgesse nel silenzio e nell’indifferenza delle nazioni di tutto il mondo. Ci sono voluti anche il talento e l’abilità di giornalisti investigativi, come Théophile Kouamouo, Charles Onana, Gregory Protche e Thierry Avi (autore in Italia, con lo pseudonimo Tony Akmel del libro “La Francia in Costa d’Avorio: guerra e neocolonialismo dal 19 settembre 2002”) per dipingere la profonda ingiustizia subita dal prigioniero della CPI. Ci sono voluti il talento e l’abilità di un piccolo ma ardente esercito di bloggers affinché i crimini passati e presenti del nuovo potere ivoriano potessero venire alla luce in tutto il mondo e diventare persino elementi di riferimento per la difesa dell’illustre prigioniero. Nella loro dura e lunga battaglia, questi difensori di Laurent Gbagbo e per il rispetto della costituzione ivoriana furono confortati da due eccellenti film-documentari. Il primo, “Laurent Gbagbo nel turbine del Golfo di Guinea”, trasmesso nel marzo 2011, un mese prima della sua caduta, che ha brillantemente dimostrato l’avidità della Francia per le immense ricchezze tuttora non sfruttate del Paese e la sua volontà di contrastare il piano di indipendenza economica sostenuto dall’allora presidente ivoriano. Il secondo (La Francia in nero, di Silvestro Montanaro) è venuto dall’Italia, ed è stato un’inchiesta con lo scopo di fare luce su quello che era successo nell’ovest della Costa d’Avorio. Attraverso testimonianze rilasciate sul posto, questo film ci permette di scoprire come si è manifestata la complicità della Francia nei massacri di Duékoué e dintorni; quindi si capisce perché i giornalisti francesi si rifiutino di accettare la verità su questo episodio del dopo-voto. Va precisato che nel settembre 2012, all’indomani della proiezione del documentario su Raitre, il programma “C’era una volta” di Montanaro fu sospeso e l’autore fu cacciato dalla rete televisiva nazionale. Galvanizzati da un’ingiustizia flagrante, convinti della necessità di difendere la verità affinché la luce la renda visibile a tutti, gli ivoriani, i panafricanisti e i loro pochi amici europei non si sono arresi e non hanno smesso di moltiplicare le manifestazioni in Francia, in Italia e davanti alla Corte Penale Internazionale dell’Aia. Si può dire che mai prima d’ora nella storia, un leader nero ha ricevuto così tanto sostegno dalla diaspora africana e tanta simpatia dal popolo dell’Africa nera. Patrice Lumumba, Kwamé Nkrumah, Sékou Touré, sono morti nel silenzio, anche se molti africani li hanno portati nel cuore. Durante i suoi 27 anni di prigione, Nelson Mandela non ha mai goduto di una simile simpatia popolare. Va detto che i tempi sono cambiati: grazie a Internet, le informazioni circolano più velocemente, le menzogne sono segnalate e dimostrate più rapidamente. Ciò che si cerca di nascondere viene comunque in breve tempo portato sulla scena pubblica perché tutti i cittadini, ovunque nel mondo, sono diventati informatori. Ormai nessuno ha il monopolio dell’informazione. Ecco perché il brutale colpo di Stato contro Laurent Gbagbo, presentato dalla Francia e dall’ONU come impresa pubblica per la salvezza della democrazia, lo ha reso, in meno di due anni, l’eroe africano della resistenza all’imperialismo Francese.

L’accelerazione della denuncia dell’ingiustizia fatta a Laurent Gbagbo: Si può dire anche che la forte offensiva di resistenza al nuovo potere in Costa d’Avorio (governo “piazzato” da Nicolas Sarkozy negli stessi giorni in cui bombardava la Libia) e al muro di menzogne che nascondeva la verità sulla tragedia ivoriana ha sorpreso i comandatari e i governi europei durante il colpo di stato dell’11 aprile 2011. La popolarità di Laurent Gbagbo, fortemente radicata nel panorama politico di questo inizio del XXI secolo, ha costretto molte personalità politiche a guardare più da vicino il modo col quale gli fu strappato il potere e le conseguenze di questo crimine. Nell’introduzione al libro di Charles Onana (“Costa d’Avorio, il colpo di Stato”), pubblicato nel novembre 2011, Thabo Mbeki, ex compagno di lotta di Nelson Mandela ed ex presidente sudafricano - uno dei primi mediatori tra le due parti del conflitto ivoriano - ha chiaramente dimostrato la ferma intenzione della Francia di liberarsi di Laurent Gbagbo e il prezioso sostegno che la patria della “grandeur” ha ricevuto dalle Nazioni Unite. Nel settembre 2012, al Congresso dell’Internazionale Socialista, in Sudafrica, il ghanese Kofi Awoonor aveva a sua volta castigato la passività dei socialisti francesi davanti al trattamento che Laurent Gbagbo aveva subito. Nel dicembre 2012, infine, un socialista - François Loncle - ha rivelato l’attivismo corruttore della signora Alassane Ouattara presso i politici francesi; nello stesso periodo, Georges Peillon, ex portavoce della forza Licorne (l’esercito francese coinvolto nel conflitto ivoriano) riconosceva la parzialità del governo francese e dei media, a discapito di Laurent Gbagbo, nella vita politica della Costa d’Avorio dal 2002. Se le confessioni e le critiche sono diventate sempre più numerose e hanno indebolito l’attuale potere ivoriano, minando il sostegno che ha sempre ricevuto dalla Francia, questo stesso potere appariva solido agli occhi dell’Europa grazie al silenzio dei media e del governo socialista (guidato da François Hollande), che aveva vestito i panni imperialisti lasciati da Jacques Chirac e Nicolas Sarkozy. Dal febbraio 2013 il processo che ha lo scopo di confermare o ribaltare le accuse del procuratore della CPI contro Laurent Gbagbo darà finalmente un nuovo impulso alla Resistenza ivoriana e africana e inizierà a scuotere l’attuale potere ivoriano e le “certezze” dei comandatari francesi e dell’ONU. Questo processo si è rivelato una buona occasione per dimostrare che gli accusatori di Laurent Gbagbo non avevano argomenti per condannarlo. Quando una ribellione viene condotta per dieci anni contro un potere legittimo, uccidendo donne e bambini e quando, con l’aiuto di forze straniere, viene eseguito un sanguinoso atto finale per impadronirsi del potere, risulta ignobile accusare ,chi ha subito la disfatta di aver resistito. Va detto che Laurent Gbagbo fu eletto nell’ottobre 2000 in seguito a una consultazione regolare aperta a tutti, e il 19 settembre 2002, mentre era in visita ufficiale in Italia, uno sparuto gruppo di ribelli, con un armamento e un equipaggiamento sofisticati, tentarono di prendere il potere, causando più di tremila vittime tra morti e sparizioni. Il Paese rimase diviso in due (il nord controllato dai ribelli e il sud amministrato da Laurent Gbagbo) fino alle elezioni dell’ottobre 2010. Sì, è stato ignobile, da parte delle forze straniere, accusare lo sconfitto di averle costrette, attraverso la sua resistenza, ad uccidere donne e bambini nella conquista del potere. Poiché tutte le immagini dell’attacco di Abidjan hanno rivelato solo crimini commessi dagli aggressori e dai loro sostenitori francesi, il procuratore ha dovuto ricorrere a documenti stranieri per illustrare la sua argomentazione, indebolendola allo stesso tempo. Come si può, in queste condizioni, condannare un uomo o addirittura tenerlo in prigione? Di conseguenza, prima ancora che i giudici della Corte penale internazionale dichiarassero insufficienti le prove presentate dal pubblico ministero per chiedere la condanna di Laurent Gbagbo, risultava difficile per gli organizzatori della propaganda straniera nascondere la verità. Le ONG si sono quindi unite alla difesa di Gbagbo, all’inizio di aprile 2013, ed hanno denunciato "la giustizia dei vincitori", mettendo in evidenza i crimini etnici, le esecuzioni sommarie, le cacce all’uomo e le detenzioni arbitrarie dei sostenitori di Laurent Gbagbo, operate dall’attuale governo, dal suo esercito e dalle sue milizie. Senza dubbio, l’impunità degli uomini del nuovo regime ferisce la coscienza umana! Condannare Laurent Gbagbo per aver resistito all’attacco del nemico e vedere i veri carnefici del popolo ivoriano pavoneggiarsi sfacciatamente, mentre i media e i bloggers africani mostrano quotidianamente immagini dei loro crimini, è un’ingiustizia che offende mortalmente! Dopo le ONG saranno i politici africani, finora silenziosi, a farsi sentire. Al summit dell’Unione africana di fine maggio 2013, il primo ministro etiope Hailemariam Desalegn, presidente dell’organizzazione, ha descritto la CPI come uno strumento razzista al servizio degli occidentali: "Quando la CPI è stata creata, l’obiettivo era quello di evitare ogni tipo di impunità; ma ora il processo è degenerato in una sorta di caccia razziale"; Infatti, i circa trenta politici africani perseguiti da questa istituzione hanno confermato questa teoria. La posizione dei politici africani sulla Corte penale internazionale è quindi più che chiara: non è imparziale; non è credibile; è razzista. E, dal 3 giugno 2013, dopo la sospensione per aggiornamento del processo e il rinvio del pubblico ministero alla ricerca di prove più convincenti, anche gli europei cominciano a dubitare dell’imparzialità di questa istituzione. I giornali francesi che, fino ad allora, non hanno prestato attenzione alle numerose marce a sostegno di Laurent Gbagbo a Parigi o all’Aia, né alle piogge di critiche rispetto all’ingiustizia dell’attuale governo ivoriano in merito all’analisi dei crimini commessi prima e dopo le elezioni, hanno improvvisamente iniziato a fare il “processo” alla CPI.

La prova che il vento ha cambiato verso e rivela gradualmente la verità è che in Francia addirittura i muti cominciano a parlare! Chi aveva mai sentito Koffi Yamgnane (franco-togolese, ex sottosegretario all’Integrazione sotto Mitterand) reagire alle ingiunzioni sprezzanti e ingiuste rivolte a Laurent Gbagbo prima e dopo le ultime elezioni presidenziali in Costa d’Avorio? Chi l’aveva sentito parlare di Laurent Gbagbo o mostrare simpatia da quando è stato arrestato nel palazzo presidenziale dall’esercito francese e dai ribelli di Alassane Ouattara? Incapace di parlare da solo, approfitta dell’indignazione di Bernard Houdin (consigliere di Laurent Gbagbo) per dire semplicemente anche lui, ciò che pensava, ossia, "basta", in quanto l’ingiustizia contro Laurent Gbagbo non poteva più continuare. Ma aspettiamo di vedere se andrà oltre la semplice indignazione condivisa. Da parte sua, il presidente del Movimento degli Africani-Francesi, che si è sempre opposto alle marce a sostegno di Laurent Gbagbo e non vi ha mai partecipato, sta finalmente intraprendendo azioni specifiche per combattere l’imparzialità della CPI: sta lanciando una petizione per il ritiro delle nazioni africane da questa istituzione. L’intenzione è buona, ma detta istituzione ignora il fatto che la lotta politica viene combattuta con perseveranza e non saltuariamente. In ogni caso, Laurent Gbagbo non lascia più nessuno indifferente, poiché quello che doveva essere il suo processo si è trasformato in un processo nei confronti dell’istituzione incaricata di giudicarlo. Che svolta! Non è già la vittoria della verità sulle bugie? In altre parole, la CPI si screditerebbe completamente agli occhi del mondo, mantenendo la sua volontà di giudicare Laurent Gbagbo. E’ obbligata a liberarlo e prendere tempo per rivedere il suo funzionamento in relazione all’analisi dei crimini e presunti criminali che deve giudicare. Le nuove prove del pubblico ministero contro Laurent Gbagbo sono ritenute inammissibili dall’opinione pubblica internazionale e un eventuale processo sarebbe considerato un’ingiustizia. Arrestare i sostenitori di Alassane Ouattara attuale Presidente della Costa d’Avorio e portarli dinanzi alla CPI per giustificare la continuazione del processo è ormai impossibile. Questa mossa sarebbe percepita da tutti come un’ammissione dell’ingiustizia di cui Laurent Gbagbo è vittima da tre anni, o addirittura da quasi dieci anni (fu arrestato l’11 aprile 2011). Che lotta lunga! Ma che lotta meravigliosa ed emozionante quando, come per miracolo, tutti la trovano giusta! Dopo Nelson Mandela, tutte le nazioni riconoscerebbero l’ingiustizia fatta a Laurent Gbagbo? Che bella vittoria in vista! I suoi sostenitori, panafricanisti, giornalisti attivisti in cerca di verità, bloggers instancabili, amici francesi - in particolare Guy Labertit, Michel Galy, Bernard Houdin e Albert Bourgi - e i suoi anonimi ammiratori che hanno vissuto nella paura, sono ora orgogliosi della loro lotta e felici di vedere qua e là delle richieste per la sua liberazione. Gbagbo che, solo per amore della verità, ha giurato di andare fino in fondo e riesce con la sua tenacia nel rovesciare l’opinione pubblica e il sistema giudiziario internazionale che era determinato a metterlo nei guai, merita solo ammirazione e lode. L’ex primo ministro del Togo (1991-1994), Joseph Kokou Koffigoh, e l’artista beninese Yokula (reggaeman) l’hanno capito bene. Non sono rimasti insensibili a questo amore per la verità legato al cuore del prigioniero dell’Aia. Uno gli ha appena dedicato una bellissima poesia per chiedere la sua liberazione "dalle mani dell’infamia" e l’altro una canzone che rivendica il suo amore per la legalità costituzionale. Laurent Gbagbo è passato alla storia perché ha dato la vita per la verità e per il rispetto della costituzione del suo Paese; è passato alla storia perché l’Africa ha riconosciuto nella sua lotta la propria. Aggrappandosi alla verità e alla legge, Laurent Gbagbo accettò di subire l’infamia di essere imprigionato nei gulag delle potenze occidentali. Come per tutti coloro che hanno dedicato la loro vita ai grandi ideali umani, affinché i loro simili crescano in una nuova luce, verrà l’ora della sua redenzione. Quanto a te, caro lettore, oppure te sorella/fratello africano non dimenticare che un giorno dovrai rispondere a questa domanda: che cosa hai fatto per sostenere la lotta dell’uomo che oggi viene ammirato?

NB.Il 15 gennaio 2019, Laurent Gbagbo, insieme al suo ex ministro della gioventù e degli sport sono stati assolti dal Tribunale presieduto dal giudice italiano Cuno Tarfusser dai crimini a loro imputati. Per rendersi conto della popolarità di cui l’uomo gode basta vedere i video degli Ivoriani che festeggiavano nelle strade del loro Paese, oppure degli Africani e Francesi che ballavano sotto la torre Eiffel; purtroppo gli è stato negato il rientro in patria. Oggi è in Belgio, libero sotto condizioni, una delle quali è quella di non lasciare la nazione europea che lo ospita, perché la CPI desidera che sia sempre reperibile. In ogni caso, se fosse convocato in Costa d’Avorio, Gbagbo si presenterebbe perché non è un codardo. In effetti, vita natural durante, Gbagbo non si è mai tirato indietro quando si è trattato di fare valere la legge. Se il multipartitismo (disposizione prevista dalla costituzione che non veniva attuata) è stato applicato in Costa d’Avorio nel 1990, dopo trent’anni d’indipendenza dal primo presidente (il “dittatore illuminato” Felix Houphouet Boigny) è merito di Laurent Gbagbo, che non ha voluto scendere a compromessi, in altre parole, non ha voluto farsi “comprare” e non ha avuto paura di finire due volte in prigione (da studente universitario e da insegnante) su ordine di Boigny ed una terza volta nel 1992 su ordine di Alassane Ouattara (all’epoca Primo Ministro di Boigny). La lotta di Gbagbo non servì solamente al suo Paese, perché in quello stesso anno, molte nazioni africane ratificarono l’attuazione del pluralismo politico.

Thierry Avi, cittadino italo-ivoriano.


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