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Oltre I Cento Passi

Di Giovanni Impastato, Piemme 2017, pagg. 204, ISBN 978-88-566-5800-2
di Piero Buscemi - mercoledì 7 novembre 2018 - 564 letture

Cosa significa chiamarsi Giovanni Impastato? Quel cognome che è un marchio di fabbrica, la fabbrica di una delle più importanti testimonianze di giornalismo d’inchiesta che la nostra martoriata isola ha saputo produrre negli anni. E’ un peso etico che ci si trascina negli anni, come un dovere di riconoscenza verso un fratello che ha donato la propria vita in cambio di una guerra conto i mulini al vento dell’arroganza della mafia. La stessa sensazione di incompiuto che portò la madre Felicia a inneggiare quel nome nelle piazze, davanti a giornalisti curiosi, molti anche stranieri, disposti a farsi raccontare quella storia di umanità che si ribella al gioco sporco dei soprusi, con le sue leggi rigide e intoccabili, alle quali doversi soltanto adeguare.

Felicia Impastato è sopravvissuta per ventiquattro lunghissimi anni, dopo che Peppino saltò in aria per mano della mafia, lo stesso giorno di Aldo Moro. Quel 9 maggio di quaranta anni fa, che oggi il fratello Giovanni si trascina nella sua esistenza di uomo che è stato costretto a respingere le illazioni e le falsità di inquirenti, incaricati negli anni a sminuire l’essere semplicemente un giovane scapestrato siciliano degli anni ’70, che non accettò di subire un destino che altri avevano scritto, senza chiedergli neanche il permesso.

Giovanni Impastato ci ha raccontato questa sua intimistica avventura, della quale non ha saputo, e non ha voluto del tutto, nascondere l’orgoglio e la nostalgia di averla vissuta. Lo ha fatto oggi pomeriggio a Santa Teresa di Riva, nel messinese, presso la Villa Ragno, sede della biblioteca comunale locale, in occasione della cerimonia di consegna del Premio Onofrio Zappalà che gli è stato assegnato. Onofrio Zappalà, altro martire siciliano di uno dei tanti misteri d’Italia, vittima della strage della stazione di Bologna.

Impastato ha provato l’emozione che avrà provato e che proverà in ogni occasione che sarà coinvolto a ricostruire quei ricordi, così vivi e veri, da poterli immaginare dalle sue parole. Quando ad essere costretti ad invidiarlo, nel suo ruolo di fratello di Peppino. Come se un dramma che si trascina da quattro decenni, sia in ogni caso un privilegio di contatto intimistico con un esempio di ribellione vera e spontanea, che oggi sembra più accostabile a un romanzo utopistico d’altri tempi, che non si ha più il coraggio e la voglia di scrivere. Forse, soltanto di leggere. Perché basterebbe comprendere di non soffocare nell’oblio quello che, troppo banalmente, è considerato un sacrificio. Perché appare scontato pensare anche che lo sia stato inutilmente.

Per coloro che dovrebbero raccogliere quel messaggio di giustizia e liberà, quella vera, quella che ci consentì in quegli anni, figli di un ’68 che avrebbe più deluso che inorgoglito le generazioni a venire, di prendere coscienza che non si poteva rimanere in silenzio davanti a chi addentava al futuro di un’intera società, sputando sui sogni dei nostri figli, già seppelliti da quelli nostri, soffocati nella rassegnazione.

Giovanni Impastato ha urlato il suo grido rivoluzionario, che deve riaccendere una speranza, che deve rideterminare una giustizia. Un modo di vivere che riesca a dettare i confini tra chi ha vissuto quel sogno di isola felice, al centro di un mondo che ha imparato soltanto ad affinare gli antichi errori ed orrori, con la dovuta crudeltà per cancellare definitivamente un ideale dietro un indottrinamento culturale delle nuove generazioni, allevate per una società che, non solo non deve farsi più domande, ma neanche osare ipotizzare un pensiero libero.

E’ l’oblio, il nemico della storia, quello che annullerebbe qualsiasi ricostruzione che ha giustificato la crudeltà del mondo. Quel sentimento di odio, razzismo, assolutismo che piace molto a chi ha come obbiettivo unico, negare l’evidenza di un olocausto o lo sterminio di una guerra. Peppino Impastato non merita tutto questo. Non solo per quello che ha detto, fatto, scritto. Non lo merita, soprattutto, per ciò che ha sognato, regalandoci un’altra forma d’arroganza da contrapporre a quella disumana della mafia. L’arroganza di inseguire quel sogno, per tutta la vita. Pur breve che possa essere.

Alla fine della serata, Giovanni Impastato si è fermato volentieri a firmare le copie del suo libro, Oltre I Cento Passi, uscito a maggio del 2017, con il quale ha voluto mettere su carta l’eredità emotiva e di appartenenza a quello che, ne siamo sicuri, sarà il periodo più elettrizzante e indimenticabile di tutta la sua vita. Quei cento passi che il fratello Peppino lo costrinse a percorrere fino a casa di Badalamenti, lì dove guardare per la prima volta quella cruda realtà. Solo per manifestare il diritto di non accettarla.

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Giovanni Impastato autografa il suo libro
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Giovanni Impastato prima del suo intervento
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Giovanni Impastato riceve il Premio Zappalà
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Il libro Oltre I Cento Passi


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