Numero 100 della newsletter del Centro di Formazione Politica di Milano

Il Centro di Formazione Politica diretto da Massimo Cacciari in occasione del raggiungimento del numero 100 della propria newsletter istituzionale dedica un numero speciale di riflessione sul Partito Democratico
di Emanuele G. - venerdì 19 ottobre 2007 - 3747 letture

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Centro di Formazione Politica

CFP NEWS

La newsletter settimanale del Centro di Formazione Politica

Anno 3 Numero 100 – 12 ottobre 2007

100 di questi numeri!

La newsletter settimanale del Centro di Formazione Politica compie 100 numeri. Un piccolo passo se confrontato ai processi epocali di ridefinizione del centrosinistra italiano, ma un traguardo importante per una scuola e per uno strumento di comunicazione che sin dal suo primo numero, il 20 maggio del 2005, si è battuto con coerenza e pluralismo di idee per sostenere le ragioni della nascita del Partito Democratico. In questi anni, la CFP NEWS ha pubblicato i contributi di decine di allievi, docenti e amici del Centro di Formazione Politica, ha saputo costruire un rapporto di fiducia e di consuetudine con diversi editorialisti, ha offerto punti di vista critici e costruttivi su tutti i temi d’attualità, affrontando anche i nodi politici e culturali più controversi per la nostra parte politica, dalla riforma del mercato del lavoro alla bioetica, da un nuovo assetto liberale per l’economia italiana ad una riforma radicale del sistema politico-istituzionale e una politica estera pragmatica e realista. Con la nostra newsletter, e con il lavoro di studio e di approfondimento della scuola, possiamo dire di aver accompagnato il percorsodi formazione del Partito Democratico la cui nascita, il 14 ottobre, il caso ha voluto s’intrecciasse con questa nostra gradita ricorrenza. Pertanto non stupirà se abbiamo deciso, e non poteva essere altrimenti, che la numero 100 fosse interamente dedicata al PD. Cogliamo l’occasione per ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile tagliare questo traguardo e per assicurare che il nostro impegno per la definizione di un paradigma rinnovato di cui deve farsi portatore il Partito Democratico proseguirà con immutato entusiasmo.

Alessandro Fanfoni

E che nuova stagione sia

Per chi ha atteso il PD da molti anni (alcuni di noi, pochi ma tenaci, nel 1992 – esattamente quindici anni fa - a Milano diedero vita al Club dei Democratici), lunedì mattina sarà una giornata un pò particolare. Finalmente, nonostante tutto. La nascita del PD, con tutti i limiti e i difetti procedurali e sostanziali sopportati nel processo di gestazione, farà bene al sistema politico italiano? Crediamo di sì, se aiuta a semplificare il quadro politico, se punta sulle riforme (e non solo sull’unità) separandosi così dalla sinistra massimalista con la quale non condivide valori, programmi e politiche. E non è poco, soprattutto di questi tempi. Da lunedì, però, tutti devono avere la consapevolezza che il PD o sarà qualcosa di inedito nella scena politica italiana o non sarà. Il PD nasce anche per dare un contributo alla soluzione della grave crisi nella quale il sistema dei partiti si è venuto a trovare. Se il PD nasce per replicare il tran tran dell’attuale governo, non è necessario, basta e avanza la triste storia dell’Unione, i cui risultati sono sotto gli occhi di tutti. Per essere, invece, all’altezza delle aspettative, tutti coloro che si riconoscono nel progetto devono cominciare una nuova avventura, a partire dal suo leader Walter Veltroni. Per lanciare un partito fresco e nuovo (finiamola col ricordarci la storia stantia dalla quale veniamo!), cercando di ridare dignità e autorevolezza alla parola partito: apertura nei confronti di tutti gli interessi della società, ma allo stesso tempo la capacità di darsi un’identità e una prospettiva per guidare e accompagnare - con autonomia e senza condizionamenti - la stessa società. Un partito che sappia scegliere, che sappia andare oltre il trinomio sindacato-associazionismo-volontariato; insomma, un partito che sappia farsi riconoscere dagli italiani, tutti gli italiani. Ciò che chiediamo non è poco, siamo esigenti, del resto la breve esperienza del CFP non è altro che una bella realtà frizzante dalla quale il PD qualcosa può imparare. Buon lavoro a tutti.

Nicola Pasini

Partito Democratico per quale democrazia?

Ora che si può dire con certezza che il Partito Democratico nasce, si può anche dire con certezza che avrà effetti di sistema ovvero indurrà mutamenti, dislocazioni, riequilibri anche nell’area del centrodestra. Questo è il destino del Partito Democratico a patto che esso si qualifichi immediatamente e con intransigenza come un partito per le riforme, un partito di governo, a vocazione maggioritaria; e a patto che eviti il colossale rischio di incorporare la questione laici-cattolici in termini di giochi di correnti e sottoappartenenze, questo spartiacque latente infatti agirebbe come una divisione esiziale e porterebbe in poco tempo alla rovina il progetto del PD. Ma se non saranno commessi errori in questo senso, è certo che il destino del Partito Democratico è di determinare un cambiamento di sistema. E, allora, cosa sta a noi decidere? Il programma, i contenuti, la strategia di questo nuovo soggetto politico. E da ciò dipenderanno anche i rapporti con l’area del centrodestra. Perché se le parole non sono dette per furbizia, allora è evidente che nasce un partito che sulla base del suo programma e dei suoi contenuti stabilisce, anche in sede regionale, le proprie alleanze per realizzare quei programmi e quegli obiettivi, rovesciando la logica imperante per cui si parte dalle alleanze e poi si vede cosa si può fare. No, la variabile indipendente muta: sono i programmi a determinare la possibilità delle alleanze. Ora, più che sui contenuti di questi programmi, è bene che si cominci a dire qualcosa su alcune grandi scelte di modernizzazione del Paese, su alcune grandi scelte che riguardano la democrazia. Mi limiterò a gettare i termini di una questione che considero fondamentale ma che non può essere interamente svolta qui. Noi ci chiameremo Partito Democratico, bene, mi piacerebbe che da qualche parte si cominciasse a dire cosa intendiamo con questo termine. Ormai siamo diventati tutti democratici. Allora Partito Democratico cosa vuol dire? Quando i partiti si chiamavano social-democratici si sapeva cosa volevano dire, anzi tutto perché si distinguevano da partiti che si dicevano anti-democratici e poi socialdemocrazia significava interventismo statale, politiche keynesiane e tante altre cose molto precise che demarcavano nettamente questa linea politica rispetto ad altre. Ma oggi che democratici lo sono diventati tutti, cosa vuol dire democratico? Quale assetto parlamentare e di governo? Quale rapporto tra parlamento e governo? Io credo che il problema fondamentale della democrazia oggi sia un problema di capacità di decisione. E allora, siamo d’accordo che democrazia significa anche rafforzamento dell’esecutivo? E dico già una cosa niente affatto scontata nell’ambito del centrosinistra. Perché, tradizionalmente, ampi settori culturali e politici del centrosinistra sono stati “antidecisionisti”; il loro problema era un problema di controllo, d’interdizione e di veto, non di decisione. E badate che tutto si tiene: la stessa logica con cui i piccoli partiti - ognuno con la propria rendita, la propria capacità d’interdizione e di veto – la stessa cultura poi si trasferiva sul piano istituzionale generale esaltando sempre le funzioni d’interdizione e di veto: il blocco rispetto alle procedure decisionali. Allora, siamo d’accordo che democrazia oggi significa rafforzare gli esecutivi in senso decisionale? E, nello stesso tempo, siamo d’accordo che questo comporta uno straordinario rafforzamento di quello che certi politologi chiamano poteri negativi? Il potere negativo non è un potere d’interdizione e di veto: all’interno dei meccanismi istituzionali, laddove si è chiamati a rafforzare i livelli esecutivi e di decisione, si rafforzano contestualmente i poteri di controllo. Allora, siamo d’accordo di dover riassestare il gioco parlamento-governo in questo senso? Cioè rafforzare i poteri da tribunato del Parlamento – come direbbero gli studiosi di diritto romano – e, contestualmente, rafforzare i poteri esecutivi del governo? Contestualmente. Badate che questo è in contraddizione con l’80 per cento della cultura del centrosinistra. Allora, democrazia non significa anche questo? Invece no, non abbiamo fatto così: a un certo momento ci siamo trovati che veramente il paese era bloccato e abbiamo rafforzato i poteri dell’esecutivo a livelli locali e regionali, senza assolutamente interessarci ai poteri del tribuno. Creando quindi una situazione assolutamente schizofrenica a livello locale e regionale, consigli regionali e consigli comunali completamente frustrati. E badate che tutto si tiene: da dove credete che nascano i movimentismi, i girotondismi, il grillismo, ecc? Perché se non si ha il cosiddetto potere negativo istituzionalizzato all’interno del gioco, del rapporto e dell’equilibrio tra i poteri, questo si manifesterà fuori in termini puramente demagogici. Allora, credo che sia necessario per il Partito Democratico porre finalmente all’ordine del giorno che cosa intende con democrazia. La questione della democrazia e lo sforzo per evitare che si torni a divisioni di correnti che ricalchino la divisione storica laici-cattolici (è possibile una vera sintesi culturale tra queste due tradizioni? È possibile una laicità completamente nuova?), queste sono le due grandi sfide del Partito Democratico: ridefinire la democrazia e ridefinire la laicità. Se il Partito Democratico elaborerà questa cultura politica, allora avrà davanti a sé altro che vent’anni. Perché se nasce un partito politico, un grande partito politico esso deve avere l’ambizione di definire una cultura che può durare un’epoca. Altrimenti si crea una coalizione di governo, che è tutt’altra cosa. Una coalizione di governo può avere l’ambizione di durare due o tre legislature, ma un partito politico deve avere l’ambizione di elaborare una cultura che può rappresentare un’epoca.

Massimo Cacciari

(tratto dall’intervento tenuto il 29 settembre 2007 in occasione dell’inaugurazione del II semestre della III edizione del Centro di Formazione Politica)

Il Partito Democratico, Veltroni e le attese degli elettori

Domenica si vota per designare il segretario nazionale e i segretari regionali del Partito Democratico, l’assemblea costituente nazionale e le assemblee regionali. Il 27 giugno 2007, il giorno del discorso di accettazione della candidatura di Veltroni a Torino, ho scritto un articolo per Europa in cui formulavo una mia percezione delle attese degli elettori potenziali del nuovo Partito Democratico. E’ interessante a distanza di tre mesi e mezzo e alla vigilia delle primarie di domenica verificare quanto nelle dichiarazioni di Veltroni sembra corrispondere a tali attese. La prima attesa che esprimevo era una limpida inversione di tendenza rispetto al corso seguito fin qui dalla coalizione di Centro-Sinistra. Il Partito Democratico, scrivevo, dovrà essere il baricentro e l’asse portante di una coalizione più ampia, che non deve essere tuttavia definita a priori. Il PD dovrà stabilire poche priorità di governo, costruire un programma semplice e chiaro, che non sia il frutto di defatiganti mediazioni e compromessi tra partiti e partitini, ma offra riforme necessarie e attuabili, in grado di rispondere alle domande dei cittadini. In altri termini, prima viene il programma del partito guida della coalizione, garantito dal suo leader, poi i pochi necessari aggiustamenti: chi non ci sta, corre da solo, ovvero sceglie il suicidio politico in un sistema bipolare. Formulavo anche l’attesa che il nuovo partito e il suo leader mostrassero la volontà di attuare riforme necessarie come quella pensionistica e il federalismo fiscale e la capacità di decidere resistendo a gruppi di pressione scatenati nella difesa a oltranza di privilegi particolari, facendo a volte scelte impopolari, e evitando il rinvio continuo di riforme necessarie. L’atteggiamento di Veltroni, negli articoli a stampa, nelle interviste e nei discorsi di questi mesi lascia ben sperare. Come futuro leader del PD ha fatto bene a sostenere il governo conservando tuttavia un certo grado di autonomia critica. Era necessario, ad esempio, dire chiaramente che la prossima legge finanziaria è insoddisfacente e che il surplus di gettito fiscale doveva essere interamente destinato alla riduzione del debito pubblico. Veltroni ha fatto bene a sostenere posizioni ‘scomode’ e nettamente distinte da quelle della sinistra radicale in materia di politica estera e nei confronti dell’Unione Europea. Ha giustamente rivendicato l’autonomia del PD nella scelta di alleanze a geometria variabile nelle diverse aree del paese. E ha saputo lodevolmente instaurare un clima di confronto civile sia con i propri lodevolmente instaurare un clima di confronto civile sia con i propri concorrenti nel PD sia con i leader della coalizione politica di Centro-Destra. Anche per questi motivi Veltroni è di gran lunga il candidato più credibile e competitivo e la lista Democratici per Veltroni (in Lombardia Democratici lombardi per Veltroni) è per candidati e proposte quella che meglio esprime lo spirito più autentico del nuovo partito.

Alberto Martinelli

Minima immoralia

Finalmente è finita. Domenica si vota. E sto benedetto PD nasce e prova a sopravvivere. Il neonato è debole, il parto è stato difficile: spermatozoi di genitori anziani con vitalità ridotta. Va in archivio una delle peggiori campagne di comunicazione caratterizzata da un over selling straordinario: io decido! Mai la promessa è stata più lontana dalla performance del prodotto! E questo fa dubitare che l’asserita volontà di dare voce agli elettori abbia un qualche riscontro nella vita della futura organizzazione. Già si sente dire che in fondo al papabile leader le liste bloccate non gli dispiacciono nemmeno per le elezioni politiche generali. Meglio spostare l’attenzione sui contenuti del futuro statuto e contrastare la tendenza in atto di discutere solo delle scelte di governo e non della forma organizzativa. Conviene puntare a conquistare poche cose essenziali quelle che garantiscono la rotta: 1. la legittimazione delle scelte politiche e dei gruppi dirigenti deve essere spostata sempre più verso gli elettori attraverso forme referendarie e simil primarie per impedire la sclerosi delle oligarchie basate sulla cooptazione 2. non covo illusioni partecipazioniste e difendo il ruolo delle elite, sono convinto che la partecipazione alta è segno di patologia e non di fisiologia democratica ma i nuovi leader devono sapere che la loro affermazione deve avvenire in contesti ampi e a mio parere il rischio della possibile deriva populista è preferibile alla certezza della sclerosi oligarchica 3. è necessario definire statutariamente che vi sia una verifica periodica (uno o due anni) dei gruppi dirigenti e che le forme di espressione dei pareri debbano essere le più ampie, facili e semplici (voice and choice) 4. deve essere reso pubblico un codice di comportamento dei dirigenti che renda esplicito che essere stato amministratore o essere impegnato in politica non può rappresentare un vantaggio competitivo in nessun ambito, la competizione meritocratica non deve essere distorta, non ci si deve avvantaggiare o approfittare della politica, vanno definite le incompatibilità e evitati i conflitti di interesse (come si scelgono le candidature alle cariche pubbliche, come si verificano gli eletti, come si evita che chi è stato amministratore di un ente rimanga in un qualche rapporto professionale con esso alla fine del mandato, eccetera) 5. devono essere garantiti i diritti degli iscritti o dei cittadini che si registrano come sostenitori: una volta all’anno o al massimo ogni due in occasione delle conferenze di organizzazione (basta con le liturgie congressuali del novecento italiano) hanno il diritto di far sapere come la pensano sulla conduzione del Partito nella loro realtà e a livello nazionale, hanno il diritto di esprimere un parere sui candidati (anche gli uscenti) attraverso forme di coinvolgimento cosiddette primarie 6. le decisioni degli organismi dirigenti e le loro motivazioni devono essere rese accessibili (via internet) soprattutto quando si tratta di scegliere persone, è bene assumersi la responsabilità delle scelte e delle persone che si propongono 7. i gruppi dirigenti devono essere organismi scalabili e il loro lavoro deve essere verificabile quindi deve esistere un programma di lavoro e un rapporto di fine mandato. Insomma un Bilancio non solo economico ma sociale anche per il Partito a tutti i livelli come scelta culturale prima ancora che come atto amministrativo. Auguri a tutti e soprattutto al CFP!

Mario Rodriguez

Il partito che dobbiamo ancora costruire

Che Partito Democratico ci sarà, il giorno dopo il 14 ottobre? Non credo che sarà o dovrà essere soltanto il partito di queste primarie. Diciamolo con franchezza oggi, quando ormai stanno spegnendosi i riflettori sulla ribalta di una campagna elettorale breve, con qualche eccesso di troppo e molto confusa. Un vero confronto fra piattaforme politiche alternative non c’è stato. Le liste in molte occasioni hanno preso la forma di omnibus contenenti le posizioni più svariate e talvolta anche poco conciliabili. Forse (e questa è una nota davvero positiva!) un vero rimescolamento c’è stato. Vivaddio, il giorno dopo nulla sarà più come prima! Ma sarà ancora quasi tutto da costruire. Per questo credo che la vera sfida avrà inizio il giorno dopo. Ed allora il mio desiderio, per il Partito Democratico che verrà, è quello di contribuire - insieme ad altri - alla nascita di un partito capace di un serio confronto politico sulle riforme di cui ha bisogno il paese. Un partito che rifugga gli annunci che svaniscono il giorno dopo, per intraprendere la strada delle scelte vere. Le scelte di cui ha uno straordinario bisogno l’Italia, le stesse che le grandi forze riformatrici di centro-sinistra e i leader che le hanno guidato in questi anni in Gran Bretagna, Germania, Spagna hanno saputo fare con coraggio e autorevolezza, costruendo intorno ad esse il consenso necessario per portarle a compimento con successo. Un partito che non si faccia imporre veti da altri ma che sappia rivolgersi agli elettori forte di una proposta di governo coerente. E poi vorrei un partito capace di riconoscersi in una sola grande anima organizzativa, in grado di coniare una nuova esperienza collettiva. Un partito che non guardi solo al passato e alle proprie tradizioni, un partito che sappia fornire nuove ragioni di militanza a quanti non si portano dietro le stesse storie ed esperienze di chi già c’era ieri e ci sarà domani. In una parola, un partito che già la prossima estate sappia ritrovarsi unito in una sola ed unica Festa: non la Festa dell’Unità, non i Giorni di Europa, ma la Festa del Partito Democratico. Altrimenti vorrà dire che finora abbiamo soltanto scherzato ....

Luciano Fasano

Riformismo di governo

Pluralità nell’unità ed unità nella pluralità: mi auguro, quindi, che il nascente Partito Democratico sia autenticamente tale, ossia in grado di accogliere ed ascoltare diverse idee e posizioni, ma poi anche capace di condensare il dibattito in decisioni largamente condivise e supportate con convinzione. Confronto-scelta-implementazione sono le tre fasi alle quali si deve ispirare l’azione del Pd. Non solo questo, ovviamente: legalità, ossia l’impegno vigile orientato al rispetto delle norme di convivenza civile, soprattutto a tutela dei più deboli perché maggiormente esposti al rischio di subire un danno ingiusto; giovani e lavoro, sulle cui energie dinamiche e produttive è basato l’avvenire di ogni nazione e, di lì, il rilancio dell’economia e delle liberalizzazioni; solidarietà, diritti ed assistenza per la lotta contro l’esclusione sociale; laicità versus ogni fanatismo-integralismo, promuovendo la condivisione dei valori democratici e repubblicani; federalismo e flessibilità organizzativa affinché la politica si riavvicini alle reali esigenze dei cittadini. Se dal secondo dopoguerra e lungo quasi un cinquantennio, la sinistra ha sempre visto prevalere al proprio interno l’ala massimalista, nel XXI secolo dovrà essere la sua componente riformista-solidale-liberale a proporsi come autonoma, autosufficiente e maggioritaria alternativa di governo agli avversari (non nemici) del campo conservatore. Una sfida che non riguarda solo il Pd, ma il destino stesso del nostro paese.

Davide Biassoni

Sarà un partito blindato?

Chi si accontenta gode. Forse è vero: il Pd ha già raggiunto il suo primo grande risultato, cioè eliminare l’eterno cleavage tra cattolici e non cattolici che, secondo un celebre articolo di Giovanni Sartori del 1967, era uno degli ostacoli insuperabili alla formazione di governi con maggioranze stabili. Michele Salvati, principale teorico dei contenuti del Pd, ci tiene a sottolineare questo successo storico, anche se il giudizio è un po’ prematuro, visto che da qualche mese le questioni etiche sono uscite dal dibattito politico. Eppure, proprio Salvati, indicava alcuni mesi fa un altro parametro per giudicare l’operazione di fusione Ds-Margherita: il nuovo partito sarà scalabile? Accettiamo pure che nella prima fase, per una lunga serie di ragioni, l’attuale dirigenza politica dei partiti fondatori migri in massa nel nuovo soggetto, ma ci sono le condizioni perché domani possano andare a casa? Solo se lo meritano, ovviamente. La questione, insomma, è se il nuovo partito nasce blindato o no, se i leader di domani dovranno emergere per cooptazione o avranno la possibilità di dare battaglia ai dinosauri che ora arrivano al vertice con i baffi neri e se ne vanno molto canuti (ogni riferimento non è casuale). Quanto a questo, le primarie non fanno ben sperare. Alcuni giovani candidati ci sono, eppure moti di loro sono tali solo per l’anagrafe, non per modi, stili o messaggi politici. La speranza che resta a chi ancora crede nel Pd è considerare il voto di domenica come l’atto conclusivo di una lunga storia e non come il primo della “nuova stagione”.

Stefano Feltri

Sito Centro di Formazione Politica


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