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Nonno Mariano e i briganti di Bivona

Le estati al Cozzo Corvo. Una brutta avventura.

di Antonio Carollo - giovedì 4 gennaio 2007 - 4569 letture

Nonno Mariano, con una complicata manovra, ai primi di aprile, saliva sul carretto tirato da un vigoroso mulo baio e partiva per Cozzo Corvo; non era completamente autonomo nel salire e scendere dal carro; c’era sempre uno dei miei zii ad aiutarlo. Il nonno era affetto da antichi reumatismi che lo avevano reso ciuncu. Si muoveva a piccoli passi appoggiandosi ad un bastone e, quasi sempre quando era in campagna, al manico di una zappetta. Per mesi il nonno rimaneva solo a dormire nella grande casa del Cozzo Corvo. I miei zii, Manè, Santo, Gioacchino e Pinù, dopo la giornata di lavoro, rientravano a casa, a Trabia, dove li accudiva zia Rosa, ormai divenuta zitella. Erano giovani, la sera si riunivano, ciascuno con i propri amici, in Corso La Masa, giocavano al bigliardo o a carte in uno dei circoli oppure andavano ad adocchiare qualche ragazza affacciata alla persiana o alla finestra, quando non facevano qualche puntatina in una certa casa di Termini Imerese.

Il nonno da solo, in campagna, se la cavava abbastanza bene. La lentezza delle gambe non gli impediva gli altri movimenti. Con accortezza strategica sistemava opportunamente le sue cose e così riusciva a cucinarsi, vestirsi, lavarsi, fare i suoi bisogni. Una o due volte la settimana zia Rosa veniva a pulire e a togliere il disordine che nel frattempo si era accumulato. Al Cozzo Corvo la proprietà del nonno era costituita da gran parte di una collina che degradava dolcemente verso il mare. A mezza costa sorgeva la casa; sotto, fin quasi alla ferrovia, si estendeva un vasto frutteto; al di sopra, un oliveto, un mandorleto, una vigna e un bel pezzo di terreno seminativo da cui si traeva il grano per il consumo familiare. Proprio in cima, sul terreno spoglio, c’era una grande pianta di fichi. La veduta da quel posto era paradisiaca: si vedeva tutto l’arco del golfo, da Capo Zafferano a Cefalù, con il promontorio e il porto di Termini Imerese, il castello dei Principi Lanza di Trabia, il porticciolo di San Nicola. L’Arena col Castello della Principessa Gangi. All’ombra di quest’albero, nella calura estiva, io e i miei cugini, quando i nostri genitori ci portavano al Cozzo Corvo, venivamo a riposarci e a rimpinzarci di fichi, dopo le scorribande tra gli alberi. Trafelati, sudati, stanchi morti, ci buttavamo sulla fresca peluria d’erba secca, abbacinati dalla bellezza della campagna, dal mare color cobalto, dalla luce intensa di un sole implacabile.

La villeggiatura della compagine familiare del nonno, rimasta dopo i matrimoni dei figli più grandi, durava da giugno a settembre, fino alla vigilia della “Festa ’o Signuri”. Il nonno rimaneva fin verso la fine di ottobre. Tra il ’38 e il ’40 i quattro zii scapoli dovettero andare soldati. Per lunghi anni zia Rosa e il nonno vissero da soli. La zia non cambiò le sue abitudini: il nonno andava in campagna e lei rimaneva a Trabia, per poi raggiungerlo ad estate piena. La zia aveva le sue esigenze; dopo i lavori di casa, il cucito, ecc., stava ore affacciata alla persiana per assistere al passeggio della gente sul Corso. Non si rassegnava al disarmo; si dipingeva le labbra, si curava bene i capelli, indossava una camicetta a fiori o unico fondo, si mostrava in ordine e odorosa di bucato. Col passare degli anni l’ansia della ricerca dell’anima gemella si affievolì per lasciare posto solo all’analisi critica delle persone che cadevano sotto il tiro dei suoi acuti occhi. Quanto osservava poi diveniva argomento di vivaci conversazioni con le sorelle, Giuseppina e Nenè e le sue cognate, cioè mia madre e zia Mariannina, moglie di zio Totò, che puntualmente nei pomeriggi domenicali confluivano, con la masnada dei loro bambini, compreso me, nella casa paterna. Con noi bambini zia Rosa era ruvida ma a suo modo affettuosa. Non badava molto al nostro chiasso; ne faceva più lei con le sue conversazioni, le sue critiche, le ironie, i sarcasmi. Il nonno stava seduto su una comoda sedia vicino all’ingresso, col suo bastone tra le gambe; era visibilmente felice di averci intorno. Ogni tanto interrompeva le tiritere della zia e delle altre figlie e nuore per farci distribuire noci, fichi secchi, noccioline, fave caliate, caramelle, uvette e porzioni di dolce fatto in casa. “Ro’, e sta zitta ’na nticchia, dacci i duci ’e picciriddi!”. Per noi le visite al nonno erano una festa. Ci piaceva molto giocare al nascondino in tutte quelle stanze. La casa era grande e piena di nascondigli.. Il posto preferito era la cantina dove c’erano allineate le botti del vino, le giare colme d’olio; trecce d’aglio e di cipolle e grappoli di uva passita pendevano dal soffitto; c’erano puma (mele) stesi sul pavimento, barattoli di conserve, pomodori secchi, marmellate, olive sott’olio bianche e nere. Quel denso miscuglio di odori ci inebriava. Dalla finestra di sopra si vedeva la linea ferroviaria e il mare in tutta la sua placida maestosità. Spesso ci affacciavamo a questa finestra per vedere passare un treno col suo pennacchio di fumo. Non c’era spettacolo più affascinante. Cercavamo di aguzzare lo sguardo per scorgere i volti neri dei fuochisti e i passeggeri ai finestrini.

In campagna nonno Mariano si alzava alle cinque, si muniva di una accettuola che infilava col manico sotto la cintura, e col suo bastone e la zappetta, adoperata come secondo bastone, emergeva dal buio delle sue stanze iniziando lentamente, con piccoli misurati movimenti, a discendere i pochi scalini che immettevano sulla stradella carrozzabile che divideva la casa dai giardini sottostanti. Da quel momento iniziava la sua mattinata che dalle cinque alle dodici lo avrebbe portato a compiere il giro della sua proprietà. Giro complesso e laborioso. Procedendo lungo un viottolo, stretto e bordato di erba secca, il suo occhio si allungava lungo i currituri, file di piante, generalmente cedri e peschi con nespoli, peri e rari susini. Ogni currituri era una striscia di terreno organizzato per l’irrigazione, delimitata da una piccola scarpata sulla quale rigogliose piante di uva zibibbo contribuivano a trattenere il terreno, in leggera discesa verso il mare. All’occhio esperto del nonno non sfuggiva nulla: un ramo secco, un’erbaccia troppo invadente, i rami di un albero protesi a coprire lo spazio vitale di una pianta in crescita. Con il suo passo lentissimo ma sicuro si introduceva nel frutteto e con la sua accettuola sistemava ogni anomalia; spesso adoperava anche la zappetta o per ripulire dall’erba le ringate, specie di quadrati di terra su cui insisteva una pianta, o per zampettare intorno ad un alberello particolarmente bisognoso di aiuto. Compiuta la missione il nonno si riportava sul viottolo per continuare le sua osservazione currituri per currituri ed effettuare altri interventi. Solitamente verso mezzogiorno il percorso era terminato e il nonno spuntava dal lato sinistro della tenuta, dalla murata della gebbia. Da qui alla casa ci sono circa cinquanta metri che lui percorreva con i suoi passi corti corti stentati ma continui, immerso in un lago di sudore. Dopo essersi liberato degli indumenti zuppi, lavatosi e rivestitosi, si sedeva sulla ghiuttena e iniziava il rito dell’insalata che preparava in un gran piatto appoggiato sul tavolo in muratura; poi sul vicino focolare si friggeva il pesce che spesso comprava da qualche pescatore in giro per la campagna, completava il pranzo qualche pezzo di formaggio pecorino vino e frutta. Per la siesta lo aspettava il suo materasso di crine posto su due robuste tavole sostenute da due trespoli di ferro.

In gioventù Nonno Mariano era stato un uomo intraprendente. Oltre a curare la sua proprietà, in primavera-estate si dava da fare con una attività commerciale che da Trabia lo portava in paesi lontani fino a toccare l’altro mare, Cianciana, Bivona, Casteltermini, Ribera, ecc. Vi trasportava soprattutto pesce. A quell’epoca c’era a Trabia una fiorente tonnara dei Principi Lanza di Trabia. Sulla spiaggia sul lato Palermo del Castello sorgevano grandi casamenti adibiti a ricovero dei barconi della tonnara che a maggio venivano tirati fuori da nugoli di pescatori ed ammarati. Vedere queste operazioni era uno spettacolo: i barconi, lunghi una quindicina di metri e molto pesanti venivano spinti su degli appoggi di legno bene insaponati con movimenti cadenzati dalla voce del Rais, il capo della ciurma. Una volta in mare i barconi, sospinti da diecine di remi vigorosamente azionati dai pescatori scelti tra i più giovani, facevano la spola tra la riva e il punto scelto per la costruzioni delle camere di reti per l’intrappolamento dei tonni. Giugno era la stagione della tonnara. Venivano pescati centinaia di tonni. A Trabia, in Corso La Masa, c’era sempre un banco con un enorme tonno; veniva venduto a fette. Ma quasi tutti i tonni prendevano la via di Palermo e di altre città. Il nonno acquistava grossi pezzi di tonno li infilava nei vettuli, grandi borse pendenti dal basto del mulo e partiva per i suoi viaggi che duravano due-tre giorni. Aveva un mulo robusto capace di camminare un giorno intero. Durante il viaggio il nonno si teneva sveglio cantando le nenie dei carrettieri siciliani. Si fermava a passare la notte nei fondaci, di cui quasi tutti i paesi erano dotati. Erano costruzioni che fungevano da stalla per gli animali, da osteria e da albergo; certo, albergo nel senso antico del termine, spesso il nonno dormiva sulla paglia vicino al suo mulo. Consegnato il carico ai rivenditori locali il nonno iniziava il viaggio di ritorno. Per ricominciare un nuovo viaggio a distanza di uno o due giorni.

Quei viaggi non erano privi di rischi. Nei primi del secolo bande di malfattori imperversavano per le campagne. Le visite delle nostre famiglie, cioè dei figli più grandi, mio padre, zio Totò, Zia Peppina. oltre agli zii ancora in casa, al nonno avvenivano anche in campagna. Il nonno sedeva sulla ghiuttena, gli adulti in cerchio allungato, noi bambini davanti, su dei panchetti di legno. Il resede della casa era quasi una terrazza, coperta da una pergola d’uva. I grilli trillavano incessantemente. Laggiù, sul mare scuro, una fila ininterrotta di lampare dei pescatori di San Nicola. Era il momento delle chiacchiere, delle reciproche informazioni sulla vita di campagna e di paese, dei pettegolezzi, ma soprattutto dei racconti del nonno, agognati da noi piccoli. Egli aveva innato il gusto del racconto. Evocava qualche figura caratteristica, vissuta nell’Ottocento, uomini sempliciotti spesso oggetto di beffe da parte dei ragazzi del paese. Il racconto più atteso era quello dei banditi di Bivona. Un manipolo di feroci briganti per un pelo non l’aveva rapinato del mulo e di ogni cosa, e probabilmente ucciso, in una convulsa notte vicino a una fiumara. Il nonno si trovava a Bivona. Aveva venduto il suo tonno e incassato i suoi bei tarì. Decise di passare la notte nel fondaco del posto. Mentre stava consumando la cena, un piatto di spaghetti col pomodoro fornito dal fondaco, sarde salate, olive nere, formaggio, frutta, pane di casa e vino, notò che dei brutti ceffi confabulavano fittamente tra di loro. Ogni tanto il nonno coglieva qualche loro occhiataccia. Anziché mangiare allegramente, come facevano alcuni altri avventori, parlottavano e parlottavano. Bastò questo per mettere sul chi vive il nonno, che evidentemente per la sua esperienza, doveva avere le antenne molto sensibili. Mentre quelli lì erano raccolti intorno ad un tavolo e davano sospetto con le loro occhiate verso di lui, nella mente del nonno scattò il piano per sfuggire alle grinfie di quei malviventi. Finì di mangiare con studiata lentezza; pagò l’oste e scambiò due parole con lui dicendo che era stanco morto, che aveva camminato tutta la notte e tutto il giorno, e che non ce la faceva a stare neanche in piedi; l’indomani mattina avrebbe ripreso la via del ritorno. L’oste ascoltava con atteggiamento condiscendente, ma ci fu un attimo in cui il suo sguardo corse a quel gruppo di strani avventori. Il nonno disse fra di sé: “Ho capito. Siete d’accordo”. L’oste accompagnò il nonno con la sua candela ad olio fino al suo giaciglio. Il nonno si distese sulla paglia e si coprì con una copertaccia che portava sempre con sé. “Ah, mi sentu ‘n pararisu. Finalmente mi pozzu fari na bella durmuta. Buona notte” disse. “Buona notte” rispose l’oste.

Il nonno fece passare diverse ore. Verso l’una, sinceratosi che tutto taceva, si alzò cautamente e cominciò a bardare il mulo; lo prese per le redini, piano piano aprì la porta d’ingresso e la richiuse senza fare alcun rumore. Sempre a piedi, con le redini in mano ed il mulo docile, abituato ai comandi del padrone, si inoltrò sotto gli alberi che fiancheggiavano la stretta strada sterrata ai margini del paese. Si issò sulla vardedda e via sui campi e nei boschi al trotto, al galoppo ma spesso anche al passo, che il mulo non era proprio entusiasta di andare oltre la sua normale andatura. Cercò di rimanere al coperto in mezzo agli alberi perché per l’appunto c’era una splendida luna piena che illuminava a giorno la vallata.

Per alcune ore proseguì lungo una trazzera che conosceva bene per averla percorsa tante volte. Ad un certo punto non si fidò più della trazzera e s’inoltrò nella boscaglia. Se quei malviventi si sono accorti della mia fuga, pensava, gli sarà facile raggiungermi con i loro cavalli molto più veloci del mio mulo. Meglio il bosco, tanto so in quale direzione andare. Se riesco a passare la fiumara sarò mezzo salvo. La macchia che segue la fiumara non è più loro territorio; è troppo lontana, vi comanda altra gente; ma ancora ce n’è cammino da fare. Stava attraversando un tratto di bosco con alberi giovani e piuttosto radi. A cavallo andava bene. Ma il mulo era duro: correre non era il suo mestiere. Doveva contentarsi di tanto in tanto di un breve lento galoppo e di un altrettanto breve trotto. Al passo Cicciu se la cavava bene: era abbastanza svelto. Piano piano il bosco si infittì; il nonno dovette smontare e andare a piedi. I rami erano troppo bassi ed un paio di volte rischiò di essere disarcionato. Le difficoltà del cammino gli misero addosso una crescente inquietudine. Voleva raggiungere la fiumara, ma sentiva che ancora era lontana. “Dai Cicciu, curaggiu che fra pocu semu salvi”. Il mulo lo assecondava, non faceva resistenza, era docile alle redini, ma il sottobosco intricato rallentava la marcia. Passò qualche ora, poi cominciò a intravedere il biancore della larga fiumara che a giugno era già completamente a secco. Arrivato al margine del corso d’acqua, diede un’occhiata a destra e a sinistra: niente, nessun movimento; la luna era alta nel cielo, pacifica e silenziosa. Si sentiva solo un lieve mormorio di bosco e a tratti rumori come di ramaglia smossa e qualche strido. Animali notturni, pensò. Il nonno, rassicurato, si buttò sulla breve scarpata col mulo dietro e cominciò ad attraversare il letto del fiume ingombro di grossi sassi levigati, ma con tratti di ghiaia e di rena. Il suo sguardo correva continuamente lungo il fiume da entrambi i lati e sui margini del bosco. Finalmente potè arrampicarsi sull’altra riva penetrando nella boscaglia. Dopo qualche centinaio di metri, stanco ma alquanto sollevato, intravide un nascondiglio naturale. Sotto una grande quercia l’intrico del sottobosco aveva creato come una grotta. Dentro era buio pesto. Guidò il mulo dentro e sedette su un manto di erbacce con l’orecchio sempre teso. Trascorse non più di mezz’ora. Sentì un gran tramestìo di rami ed arbusti smossi. Non erano i soliti rumori del bosco. Poi, distinta, udì una voce. “Ma chi è un diavulu, unniì ìu a finiri”. A distanza di non più di cinquanta metri intravide tra un albero e l’altro un paio di cavalieri che perlustravano il bosco quasi palmo a palmo. Poi un’altra voce: “Eppuru di sta parti acchianò, cu su purtò u diavulu? Figghiu di buttana!” Il nonno sentì che la sua vita era appesa ad un filo. Rimase immobile col cuore in gola. Dopo circa un quarto d’ora, di nuovo altri rumori che lentamente si affievolirono. Dovevano essere le tre e mezza-le quattro. Aspettò un’altra mezz’ora, poi decise di mettersi in cammino, cercando di allontanarsi sempre più dal fiume.


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