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"Noi siamo loro": ’ndrangheta e società civile in Piemonte a dieci anni dal processo Minotauro

Presso l’auditorium del grattacielo Intesa Sanpaolo di Torino, sabato 9 ottobre, all’interno della manifestazione “Biennale Democrazia”, si è svolto un incontro dal titolo “A dieci anni dal processo Minotauro. Le mafie in Piemonte”.

di francoplat - mercoledì 13 ottobre 2021 - 772 letture

La discussione rappresentava uno dei segmenti di un progetto più ampio, “Il palcoscenico della legalità”, promosso dall’associazione CCO (Crisi come opportunità), impegnata sul fronte dell’emarginazione giovanile, in Italia e all’estero. Tale progetto, che lega insieme teatri, associazioni antimafia, scuole, istituti penitenziari, ha trovato forma in uno spettacolo, “Se dicessimo la verità”, andato in scena sempre a Torino, dopo l’incontro relativo al processo Minotauro, e incentrato sul tema del disimpegno, della diffusione sempre più ampia di atteggiamenti corrotti e illeciti, a fronte di una società civile annebbiata.

Presentato dalla vice-presidente dell’associazione CCO, Giulia Minoli, lo spettacolo ha un’intima connessione con il tema del dibattito pomeridiano, al quale hanno preso parte il professor Rocco Sciarrone, docente di Sociologia economica all’Università di Torino e direttore del Larco (Laboratorio di analisi e ricerca sulla criminalità organizzata); il magistrato Roberto Maria Sparagna, sostituto procuratore presso la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo e, nel 2011, impegnato nel processo Minotauro; Elena Ciccarello, direttrice responsabile della rivista “Lavialibera” e ricercatrice presso il Larco così come Davide Donatiello, docente di Sociologia generale nell’ateneo torinese. Una breve pièce teatrale, “La distrazione di massa”, ha preceduto il dibattito vero e proprio. Un dialogo a due, due donne, una collaboratrice di giustizia e una giornalista che raccoglieva il racconto delle sue sofferenze, del suo dolore, della sua paura dinanzi alla scelta compiuta. Uscita la ‘pentita’, l’altra donna ha monologato con il pubblico: ci siamo distratti, un attimo, la mafia è arrivata sino qua, nelle plaghe del Nord, non ce ne siamo accorti che erano mafiosi, erano come noi. «Noi siamo loro».

Ecco, questo è in sintesi il centro fondante dell’intero incontro. Le due donne, dietro le quali era facile scorgere il richiamo a Maria Stefanelli, perno del processo Minotauro, e Manuela Mareso, la giornalista che ha raccolto la sua lunga biografia in un libro importante e pregnante (“Loro mi cercano ancora. Il coraggio di dire no alla ‘ndrangheta e il prezzo che ho dovuto pagare”, Mondadori 2014), hanno intessuto un dialogo che anticipava le strade concettuali della discussione aperta dal pm Sparagna. È proprio lui, uno dei protagonisti del processo Minotauro iniziato nel 2011 e conclusosi nel 2016, a spiegare l’importanza discriminante di questo dibattimento rispetto alle esperienze giudiziarie precedenti. Discriminante perché, in primo luogo, mutò il metodo investigativo: alla tradizionale operazione inquirente nella quale si mettevano «insieme tanti reati-scopo per dimostrare la ricorrenza del vincolo associativo» si sostituì un approccio fondato sulla consapevolezza che esistesse un’organizzazione unificante della quale si indagavano i comportamenti illeciti. Non solo. A detta del magistrato, il processo Minotauro fu anche importante perché fornì degli istituti giuridici poi entrati nella discussione dei magistrati – mafia silente, affiliazione rituale – e perché consentì un duplice vantaggio: da un lato, avviò l’aggressione ai patrimoni della ‘ndrangheta, oltre che la cattura dei latitanti quali importanti broker del narcotraffico, ma, soprattutto, contribuì «a essere meno distratti».

Avviato a seguito della collaborazione di altri due testimoni importanti oltre la Stefanelli, Rocco Varacalli e Rocco Marando, il processo, in cui furono coinvolti 180 indagati, mise in luce, infatti, l’esistenza di una solida organizzazione criminale calabrese a Torino e nell’hinterland, ben strutturata in ‘locali’ diffusi sul territorio, dotata di una forza militare cospicua e caratterizzata da un rapporto duttile con le cosche presenti nella terra d’origine. Soprattutto Varacalli fu, a detta di Sparagna, una chiave fondamentale per comprendere un mondo, quello della ‘ndrangheta, il cui vocabolario e la cui grammatica organizzativa erano ancora estranei agli inquirenti. Varacalli fu per Torino e la ‘ndrangheta quello che Buscetta rappresentò, agli occhi di Falcone, per la Sicilia e Cosa nostra, cioè un traduttore «dal turco».

Sparagna non nasconde la sorpresa di allora, quando, insieme agli altri magistrati, scoprì che «nel 2006 e nella civilissima Torino» esisteva una struttura compatta e ramificata, saldamente integrata su un territorio che, in qualche caso, era in grado di controllare. E precisa i termini di questa presenza e di questo controllo. Una ‘ndrangheta, da un lato, «predatoria o prenditrice», ossia volta al recupero aggressivo delle risorse (estorsioni, usura, gioco d’azzardo, droga ecc.) e, dall’altro, un’organizzazione criminale «imprenditrice», capace di inoculare le risorse sporche nell’economia lecita e di strozzarla o di orientarla verso i propri interessi: ristorazione, appalti e via discorrendo. E, ancora, una ‘ndrangheta erogatrice di servizi, dalla guardiania dei cantieri edili o dei negozi a quella che gestisce consulenze per l’investimento del denaro proveniente dall’evasione fiscale. Un altro indirizzo è quello della penetrazione nella politica e nelle pubbliche amministrazioni: il voto di scambio, la ricerca del consenso elettorale per candidati poi ricattabili, la stessa presenza di affiliati in ruoli rilevanti della politica locale: a Chivasso, ad Alessandria diventarono assessori pubblici uomini delle cosche.

Quanto al controllo del territorio, spiega Sparagna, si andava dalla risoluzione di una lite amorosa all’avviso in caso di ispezioni dell’Inps, dal controllo delle curve dei tifosi dello stadio torinese alla gestione delle processioni religiose o all’acquisto di una squadra di calcio; anche se in questi ultimi casi, precisa il magistrato, si tratta di procedimenti ancora in corso e, quindi, è d’obbligo la presunzione di innocenza. Un quadro noto, forse oggi, ma che sorprese allora e che pure, aggiunge Sparagna, non avrebbe dovuto farlo, non avrebbe dovuto rappresentare «un fulmine a ciel sereno», perché l’evidenza diceva che da decenni il Piemonte era un polo attrattivo delle cosche calabresi. Due avvenimenti su tutti: la morte del procuratore capo di Torino Bruno Caccia, nel 1983, e lo scioglimento del comune di Bardonecchia, nel 1995, per infiltrazioni mafiose, il primo nel Nord Italia.

Su questa stessa linea, si muove il prof. Sciarrone. Sin dall’inizio, ribadisce l’importanza del processo Minotauro dal quale sarebbero poi gemmate altre importanti inchieste, fondate ormai sulla consapevolezza dell’esistenza di un’organizzazione; una consapevolezza che rende impossibile, precisa l’accademico, restare ancora stupiti, non consente più di avere alibi. Quel vuoto conoscitivo che sembra caratterizzare la storia di una ‘ndrangheta in Piemonte già evidente come presenza negli anni ’60, poi ancora più tangibile nel decennio successivo, non può più essere assunto come giustificazione per dire di non sapere, rende impossibile la «distrazione di massa». Altri effetti importante del processo sarebbero stati, a detta del prof. Sciarrone, un effetto propulsivo per un associazionismo frizzante, una maggior presa di consapevolezza dei giovani del fenomeno mafioso, oltre che una maggior efficacia delle agenzie di contrasto alle mafie, forze dell’ordine e magistratura.

A questo richiamo all’importanza del processo in questione, il prof. Sciarrone aggiunge, però, un contributo analitico personale. Se è vero che, oggi, si ha una conoscenza meno approssimativa del fenomeno mafioso in Piemonte, e ciò vale per tutto il Nord Italia, è vero che qualcosa di «sconvolgente» Minotauro lo portò con sé: la scoperta dell’esistenza della «zona grigia», ossia i rapporti collusivi delle mafie con la società civile, la politica, la pubblica amministrazione ecc. È questo il punto forte e fermo della riflessione di Sciarrone: la necessità che, una volta chiarito il quadro che concerne l’organizzazione criminale, si guardi con meticolosità analitica al contesto in cui la penetrazione mafiosa è avvenuta, al contesto sociale, economico e politico idoneo alla proliferazione di rapporti illeciti. Così come osserva nel suo libro “Le mafie del Nord” (Donzelli, 2019), l’accademico torinese precisa, in più di un’occasione, che gli ‘ndranghetisti non sono «marziani»¸ non sono arrivati come un esercito di conquista – tesi, questa, più cara al suo collega Nando dalla Chiesa – ma hanno trovato un terreno adatto alla fioritura dei loro interessi. Un terreno colluso e disponibile all’intreccio criminale.

L’appello di Sciarrone, in tal senso, è vibrante. La disattenzione nei confronti della disponibilità a fruire dei ‘servizi’ mafiosi da parte di alcune componenti della società civile e politica può portare a un deficit conoscitivo simile a quello che ha contribuito a negare l’esistenza stessa delle mafie. In tal senso, sottolinea l’accademico come il ritardo nella comprensione della presenza della cosiddetta «area grigia» sia testimoniato dalla disattenzione al fenomeno da parte delle associazioni di categoria e di rappresentanza degli interessi e da una «disattenzione fortissima da parte della politica». A tale riguardo, parla di iniziative fuorvianti, di alibi che servono per parlare del fenomeno senza affrontarlo, spesso attività più formali che sostanziali. Osserva, ad esempio, come esista una commissione antimafia all’interno della Regione Piemonte: «noi, gli addetti ai lavori, non sappiamo cosa fa; probabilmente non fa nulla. Un altro alibi». Chiude, quindi, osservando come i calabresi ‘cattivi’ possano essere stati bravi nel penetrare nei gangli della società piemontese, ma «il vero scandalo è che, nella nostra regione, la ‘ndrangheta ha trovato un contesto ospitale e accogliente; non ha dovuto neanche utilizzare una strategia molto aggressiva».

A dare conto di tale accoglienza, è l’intervento del prof. Donatiello, incentrato sulla spregiudicata parabola politica di Nevio Coral, giunto dal Veneto in Piemonte, imprenditore d’assalto e poi sindaco della cittadina di Leinì, alle porte del capoluogo di Regione. L’esercizio politico di Coral, condannato proprio al processo Minotauro a otto anni per concorso esterno in associazione mafiosa, è quanto mai esemplare della ricerca di rapporti collusivi con alcuni esponenti della ‘ndrangheta in relazione alla ricerca di un bacino elettorale e, come compenso, la concessione di scorciatoie per l’aggiudicazione di appalti. In tal senso, Donatiello sottolinea come a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, larghissima parte dei comuni della cintura di Torino avesse conosciuto un rilevante calo demografico e un conseguente calo edilizio; un dato che si staccava significativamente dal trend comune era proprio quello di Leinì, in cui invece c’era stato un boom edilizio quanto meno sospetto.

Spregiudicatezza nella conduzione della cosa pubblica, dunque, i cui caratteri sono descritti e presentati, come racconta l’ultima relatrice, Elena Ciccarello, in una ricerca destinata alle scuole superiori per spiegare agli studenti il fenomeno della mafia e della sua presenza in Piemonte: “Le mafie in Piemonte. Impariamo a conoscerle”. Inserita nel già citato progetto “Il palcoscenico della legalità”, la ricerca promossa dalla ‘Fondazione Giovanni Agnelli’ e realizzata, appunto, dal Larco, cerca proprio di mostrare ai discenti piemontesi i tratti peculiari della presenza ‘ndranghetita in Piemonte, passando, tra l’altro, dall’episodio di Nevio Coral, ma anche dall’omicidio Caccia, dal pentimento di Maria Stefanelli e dal rapporto epistolare instauratosi fra il giudice Elvio Fassone, che presiedette negli anni Ottanta il primo maxi-processo alle mafie in Piemonte, e un ergastolano, Salvatore, uno degli imputati in quel processo importante.

Con questo richiamo alle scuole, si chiude l’incontro. C’è ancora tanto da fare, sottolineano tutti i relatori, ma oggi non possiamo più dire di non sapere, non possiamo distrarci ignorando quelli come noi.


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