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Nestor Makhno

Ci sono battaglie che non si misurano sulle specifiche sconfitte ma su lungo periodo; la storia dimostra che la lotta per la solidarietà reale è in corso. Regressioni e avanzamenti rientrano nei processi di lungo periodo.

di Salvatore A. Bravo - venerdì 5 luglio 2024 - 570 letture

Nestor Makhno

Nestor Makhno è stato un eroe della storia del comunismo anarchico ucraino. Divenne il catalizzatore della rivolta dei contadini e degli ultimi durante i primi anni della Rivoluzione russa. Nell’Ucraina devastata dagli interessi economici delle potenze egemoni e divenuta campo i battaglia tra tedeschi, russi bianchi e rossi e nazionalisti, egli fondò la prima nazione anarchica, la Machnovščyna con capitale Guliai-Polé, sorta tra il 1917 e il 1921 nel sudest dell’Ucraina. Il motto della nazione era “Il potere genera i parassiti! Lunga vita all’Anarchia!". La storia della prima nazione anarchica non è presente nei libri di storia ed è sconosciuta a molti. L’anarchia comunista divenuta realtà ha dimostrato che l’impossibile è possibile.

L’impensabile è la comunità-nazione senza autorità e proprietà privata, la quale diventa realtà in un contesto di guerra, in cui si confrontano modelli sociali differenti sostenuti da forze materiali e ideologiche assai differenti. I contadini guidati da Nestor Makhno, benché analfabeti compresero collettivamente che la Rivoluzione russa e la caduta degli zar erano uno spazio di possibilità nel quale “giocarsi il futuro”. La libertà prima di tutto, quindi, la Rivoluzione finisce dove inizia l’autorità. Nestor Makhno nella sua ricostruzione della storia della Machnovščyna scritta in esilio in Francia fa dell’autodeterminazione il nucleo della rivolta dei contadini. Egli stesso contadino conobbe l’artiglio dell’autoritarismo e le prigioni del potere.

Con il comunismo anarchico terminava la storia caratterizzata dal dominio e iniziava il regno della libertà con la gestione diretta e comunitaria delle decisioni politiche e dell’economia. All’inizio il movimento di liberazione della nazione anarchica cercava un modello a cui ispirarsi per questa esperienza inedita. Gli anarchici ucraini speravano nel ritorno di Kropoktin in Russia con la Rivoluzione, ma il “grande vecchio” riconobbe il nuovo potere e si limitò agli appelli umanitari. Dinanzi al disincanto per l’intervento-compromesso di Kropoktin gli anarchici ucraini non si smarrirono, ma compresero che dovevano fondare essi stessi il comunismo anarchico e assumersi le responsabilità dinanzi alla storia e agli ultimi. Politica ed etica si congiunsero nella creatività anarchica:

“Il Soviet invitò i contadini ad aiutarlo a cacciare i padroni delle officine e ad annullare i diritti di proprietà di questi ultimi sulle imprese pubbliche. Mentre eravamo occupati a trasform are la nostra Unione in Soviet, trasformazione puramente formale, a Mosca, il 14 agosto, si aprì la Conferenza Democratica Panrussa alla cui tribuna si vide apparire il nostro caro e onorato compagno Kropotkin. Il nostro gruppo anarco-comunista di Guliai-Polé fu costernato a questa notizia, per quanto capisse benissimo che il nostro vecchio amico, dopo tanti anni di lavoro, costantemente esiliato e preoccupato nella sua vecchiaia esclusivamente da idee umanitarie, poteva difficilmente rifiutare il suo concorso a questa Conferenza Democratica, ora che era rientrato in Russia. Ma tutte queste considerazioni passarono in second’ordine di fronte al tragico momento della Rivoluzione che doveva seguire la Conferenza.

Condannammo fra noi il nostro vecchio amico per la sua partecipazione a questa Conferenza, immaginandoci bonariamente che il vecchio apostolo dell’anarchismo rivoluzionario si trasformava in un vegliardo sentimentale che aspirava alla tranquillità e cercava delle forze per applicare un’ultim a volta il suo sapere alla vita. Ma questo biasimo restò all’interno del gruppo, fra noi, e non fu mai conosciuto dai nostri nemici, perchè nel più profondo del nostro cuore Kropotkin restava per noi il più grande e il più forte teorico, l’apostolo del movimento anarchico” [1].

Anarchia

L’anarchia è autonomia, è crescita qualitativa della comunità che collettivamente rinuncia agli aiuti esterni come dell’autorità per mettersi in moto nella storia. Un popolo è libero, se diventa adulto, e guida il suo destino. I contadini umiliati da sempre dalla sudditanza feudale dissero il loro “sì” alla storia e mostrarono, anche se per un arco di tempo limitato, che l’umanità è capace di vivere e pensare diversamente. L’autorità fu divelta e la proprietà fu messa in comune. La parola diventava il mezzo con cui le soggettività condivisero la loro umanità nella storia. Autorità e proprietà non sono un destino fatale, ma una scelta e più spesso una abitudine naturalizzata e quindi non pensata:

“Dovevamo, infine, far comprendere ai contadini che non avevano nessuno su cui contare nel loro compito più urgente, la conquista della terra e del diritto alla libertà e all’autonomia, e che dovevano approfittare dell’attuale momento rivoluzionario e dell’imbarazzo in cui si trovava il governo, a causa della lotta dei partiti politici fra loro, per realizzare, in tutta la loro ampiezza, le proprie aspirazioni anarchiche e rivoluzionarie. Ecco, nelle sue grandi linee, il piano di lavoro che proposi al gruppo di Guliai-Polé al mio ritorno da Mosca. Ne parlai a tutti i compagni, supplicandoli di adottarlo come base dell’azione del nostro gruppo fra i contadini.

È in nome di questi principi che mi decisi ad abbandonare posizioni tattiche diverse adottate dai nostri gruppi anarchici negli anni 1906-1907, periodo durante il quale i principi d’organizzazione furono sacrificati al principio d’esclusività. In quel periodo gli anarchici, poiché si erano ritirati nei loro circoli e gruppi e si erano separati dalle masse, si svilupparono in modo anormale, si intorpidirono nell’inazione e persero così la possibilità di intervenire efficacemente al momento delle sollevazioni popolari e delle rivoluzioni. Tutti i miei suggerimenti furono accettati dal nostro gruppo anarco-comunista che, attraverso un’azione organizzata, li sviluppò ancora e li fece adottare, se non da tutti i contadini di Guliai-Polé, almeno da una maggioranza imponente” [2].

La Rivoluzione si evolve e si realizza con la fiducia che il popolo acquisisce in sé. Il popolo che si alza e si mette in cammino non dipende da modelli politici ed etici altri, ma li trae dalla sua esperienza storica. L’impensabilità di una comunità senza autorità e senza proprietà ha la sua causa prima nella “sfiducia” che il dominio inocula del popolo. Quest’ultimo è oggetto di una meticolosa campagna di “denigrazione intellettuale”, si ripete, allora come oggi, che senza l’autorità vi è il caos, in quanto per “natura” vi sono coloro che comandano e coloro che obbediscono. La Machnovščyna smentì l’obbedienza e la gerarchia elevate a legge naturale, le svela nella loro “realtà ideologica”. Principi anarchici e realtà storica, dunque, generarono il nuovo e smentirono pregiudizi e dogmi sedimentati in secoli di sfruttamento:

“Ecco come, dopo aver cercato febbrilmente l’idea guida negli scritti anarchici di Bakunin, di Kropotkin, e di Malatesta, giungemmo alla conclusione che il nostro gruppo di contadini anarco-comunisti di Guliai-Polé non poteva né imitare il movimento anarchico delle città, né obbedire alla sua voce. Non dovevamo dunque contare su nessuno in questo periodo critico della Rivoluzione: dovevamo soltanto aiutare la campagna asservita ad orientarvisi affinché nessun partito politico potesse scuotere in essa la fiducia che i contadini soltanto avevano il potere di modificare il carattere della Rivoluzione e il suo andamento e che né i partiti politici, né il governo avevano mai creato nulla nel movimento rivoluzionario dei villaggi” [3].

Felicità

Il comunismo anarchico prese dunque forma, malgrado l’ostilità generale. Il governo Kerenskij e egualmente lo stato bolscevico osteggiarono la nazione anarchica che nel frattempo doveva difendersi anche dai nazionalisti e dai bianchi. Il “miracolo politico” lentamente si materializzò: i contadini si organizzarono in comuni tra loro federate. La felicità era sui volti dei contadini, per la prima volta non erano oggetto di decisioni che calavano dall’alto e a cui ci si doveva adattare con l’obbedienza, ma erano soggetti politici che scoprirono di essere capaci di autodeterminarsi. Terminavano le passioni tristi e iniziava il regno della partecipazione solidale che donava la felicità impegnata e difficile della partecipazione solidale. Ogni vita era parte delle altre e la parola di ognuno diveniva fonte di vita:

“I contadini e gli operai si raggrupparono, sia per famiglie o piccoli gruppi simpatizzanti, sia per gruppi da centocinquanta a duecento persone costituenti delle autentiche comuni agricole libere. La felicità era su tutti i volti quando discutevano liberamente fra di loro ciò che dovevano fare in attesa della primavera, quali tipi di grano dovevano seminare, quali di essi avrebbero dato la messe abbondante attesa e che sarebbe stata un grande aiuto per la Rivoluzione, a condizione che il tempo fosse stato bello, non troppo secco, con le piogge necessarie alle terre nere a primavera e durante i primi due mesi dell’estate” [4].

La comune era organizzata in modo da coniugare diritto individuale e impegno sociale. Il lavoro comune era organizzato in modo da considerare eventuali esigenze individuali. Tra operai e contadini non vigeva una rigida divisione o una gerarchizzazione ma collaborazione. Le comuni agricole ospitavano anche operai, in quanto la liberazione dei sussunti poteva avvenire solo se il fronte era comune. Rilevante era l’istruzione e la formazione che Nestor Makhno definì il problema più rilevante.

In questo caso gli anarco-comunisti scelsero il modello scolastico di Francisco Ferrer anarchico e pedagogista spagnolo, che applicò nella sue scuole una didattica razionale e scientifica, al centro vi era lo sviluppo della persona. Si insegnava che le relazioni politiche e sociali dovevano essere fondate su scelte e contratti sempre rescindibili. La comune fondava il suo futuro sulla formazione alla libertà, la quale doveva essere acquisita gradualmente e collettivamente:

“La maggior parte delle comuni agricole erano composte da contadini. Alcune comprendevano operai e contadini assieme. Queste comuni erano basate innanzitutto sull’eguaglianza e la solidarietà dei loro membri. Tutti i membri di queste comuni, uomini e donne, apportavano all’opera comune una perfetta coscienza, sia che lavorassero nei campi o che fossero impiegati nei lavori domestici. La cucina era comune. Il refettorio pure. Ma il desiderio di uno dei membri della comune di preparare lui stesso i propri pasti per sè e i suoi bambini, o di partecipare alla cucina comune e portare i pasti a casa propria, non incontrava alcuna opposizione da parte degli altri membri. Ogni membro della comune, o anche tutto un gruppo, si poteva organizzare come voleva per la propria alimentazione a condizione, tuttavia, di avvisare prima tutti gli altri membri della comune affinché in cucina e nella dispensa potessero esser prese le misure necessarie per queste modifiche. I membri erano pure tenuti ad alzarsi di buon’ora e mettersi subito al lavoro attorno ai buoi, ai cavalli o in altre faccende domestiche.

Ogni membro della comune aveva diritto ad assentarsi quando lo desiderava, ma doveva avvisarne il suo più stretto compagno di lavoro affinché potesse sostituirlo durante la sua assenza. Questo per i giorni di lavoro. I giorni di riposo (la domenica) i membri si assentavano a turno. Il programma di lavoro di tutta la comune era stabilito in riunioni di tutti i membri che, poi sapevano esattamente le modifiche che dovevano arrecare ognuno nel proprio lavoro. Soltanto la questione della scuola restava ancora in sospeso perché le comuni non volevano ristabilire le scuole sul vecchio modello. Fra le scuole nuove la scelta si fermò su quella anarchica di Francisco Ferrer del quale le comuni avevano udito parlare da molte relazioni e pubblicazioni distribuite dal gruppo anarco-comunista. Ma le persone a conoscenza dei metodi di questa scuola mancavano e le comuni cercarono di farne venire dalla città, tramite il gruppo anarco-comunista” [5].

Alleanza contadini-operai

L’anarco-comunismo è sempre dalla parte degli ultimi, per cui la Machnovščyna non cadde nella trappola del conflitto orizzontale. I contadini sostennero gli operai, anzi contadini e operai in modo solidale cominciarono a scambiare merci. La Rivoluzione è costruzione di solidarietà, quest’ultima non è un semplice proclama, ma prassi con la quale la Rivoluzione inaugurava un nuovo tempo storico nel presente:

“Il compagno Sereguin fece un rapporto alla riunione-skhod, dei contadini, rapporto cui, dietro richiesta del compagno Sereguin, appoggiata dal gruppo, aggiunsi alcuni commenti. Io vedevo in quei fatti il più bell’esempio, unico nella storia, di una comprensione reciproca di due strati sociali, i proletari delle città ed i contadini. Lo « skhod » dei contadini approvò questa proposta con entusiasmo, e, senza farsi trattenere dall’idea di veder confiscata la loro spedizione dagli agenti del governo, i contadini aiutarono per parecchi giorni la sezione approvvigionamento a caricare i vagoni di grano e ad avviarli verso i centri tessili. Allo scopo di accompagnare questa spedizione fino a destinazione, il gruppo anarco-comunista formò un distaccamento comandato dal compagno Skomski. E il grano, malgrado tutti gli ostacoli frapposti dai comandanti delle stazioni, giunse a destinazione. Una decina di giorni dopo, gli operai delle fabbriche tessili di Mosca spedirono a Guliai-Polé parecchi vagoni di tessuti” [6].

La Rivoluzione diventa fango e oppressione, se ristabilisce rapporti di dominio. I bolscevichi aveva tradito la Rivoluzione, in quanto il capitalismo di Stato riproduceva una nuova oligarchia oppressiva. Nella Rivoluzione bolscevica operai e contadini erano i sudditi di una nuova casta che governava in loro nome:

“Noi cercavamo di sbarazzarla dal fango di cui l’avevano coperta i due partiti al potere: i bolscevichi ed i socialisti rivoluzionari di sinistra. A noi premeva affermare e sviluppare la Rivoluzione nella vita e nella lotta dei lavoratori. Se non avevamo forze sufficienti per quest’opera grandiosa e grave di responsabilità, per questo non volevamo meno tentarla con le forze di cui disponevamo, ben sapendo, d ’altra parte, quali sarebbero stati i risultati reali del nostro tentativo” [7].

La fine per gli anarchici ucraini giunse con la sconfitta inferta dai bolscevichi. Nestor Makhno fuggì in Francia e visse a Parigi in condizioni umilianti e misere. Era minato dalla tisi e oggetto di una campagna di calunnia. Si accusava gli anarchici ucraini di antisemitismo e di responsabilità nei pogrom. La documentazione storica recente smentisce le accuse.

In esilio malgrado le pessime condizioni di salute e la miseria continuò a riflettere sulla rivoluzione anarchica. Trattenne rapporti epistolari anche con Errico Malatesta. Nella lettera del 9 agosto 1930 descrive i limiti dell’azione anarchica. Per poter essere punto di riferimento per i lavoratori e gli sfruttati è indispensabile che gli anarchici abbandonino forme di individualismo e programmi politici generici e irreali. Ritrovarsi su una piattaforma comune adeguata alle condizioni storiche favorisce la speranza e la prassi. I lavoratori entreranno nel movimento anarchico, se esso darà prova di chiarezza degli obiettivi e dei mezzi conformi alle circostanze storiche per conseguirli:

“Voi mi domandate se vedo allo stesso modo vostro il ruolo degli anarchici prima e durante la rivoluzione, come l’avete esposto nella vostra risposta. Vi dico allora che, benché sia completamente d’accordo con voi quanto al ruolo da svolgere, io credo che questo ruolo potrà essere svolto con successo solo se il nostro Partito sarà ideologicamente omogeneo e unitario dal punto di vista tattico, ciò che non è ora. L’esperienza ci insegna che l’azione anarchica su larga scala non potrà raggiungere i suoi obiettivi se non ha una base organizzativa definita, ispirata e guidata dal principio della responsabilità collettiva dei militanti.

“Come volete orientare le masse?” mi chiedete. Vi risponderei dicendo che ogni movimento sociale, e ancora di più ogni movimento rivoluzionario delle larghe masse popolari, richiede che siano formulate, nel corso dell’azione, certe proposte atte a spingere verso l’obiettivo desiderato. La massa è troppo eterogenea per poterlo fare. Solo i gruppi ideologici che hanno una netta linea politica definita sono capaci di dare questo impulso. Solo loro sapranno analizzare gli eventi e definire chiaramente il desiderio inconscio delle masse e dare a queste l’esempio con l’azione e le parole. È per questo motivo che il nostro Partito deve, a mio avviso, precisare la sua unità politica ed il suo carattere organizzativo. Nel campo delle realizzazioni pratiche, di fronte ad ogni nuova situazione che si presenti, i gruppi autonomi anarchici dovranno saper formulare i problemi da risolvere e le risposte da dare loro senza esitazione e senza alterare gli obiettivi e lo spirito anarchico”.

Nestor Makhno si spense novant’anni fa il 25 luglio 1934 a soli 46 anni. Al suo funerale gli unici ucraini presenti furono la figlia Elena e la moglie. Dopo una vita eroica e travagliata morì nel sonno. Le sue ultime parole furono per la figlia: “sii sana e felice figlia mia”.

Conclusione

Ricordare gli eroi del passato è oggi azione politica necessaria. Le nuove generazioni vivono in un mondo astratto, in cui coltivano sogni spesso irreali. I loro punti di riferimenti sono i cattivi maestri dei social. Le “istituzioni democratiche”, in primis la scuola e le Università, duplicano la società dello spettacolo e l’autopromozione competitiva. In questo clima di decadenza etica il pessimismo avanza ed è l’alleato più solido dell’egoismo proprietario.

All’egoismo del mercato eternizzato e disperato bisogna contrapporre la conoscenza di eroi piccoli e grandi che hanno dimostrato che un’altra vita conforme alla natura umana è possibile. Il pessimismo antropologico congela le energie creative e disincentiva alla partecipazione politica. Una delle risposte al pessimismo è dimostrare con esempi tratti dalla storia che vi sono stati e vi sono uomini e donne che hanno trasformato l’impensabile in realtà.

Le sconfitte non smentiscono la validità della loro esperienza, ma sono il segno che la natura umana solidale e comunitaria può spazzare via secoli di ideologia. Ci sono battaglie che non si misurano sulle specifiche sconfitte ma su lungo periodo; la storia dimostra che la lotta per la solidarietà reale è in corso. Regressioni e avanzamenti rientrano nei processi di lungo periodo.

Nestor Makhno scrisse anche poesie che i compagni di lotta diffusero. Le sue parole, se vogliamo, possono ancora risuonarci nell’anima e spronarci alla speranza e alla prassi:

“Insorgiamo, fratelli, accorriamo!
Sventolando la bandiera nera, con il popolo insorgiamo.
Libriamo con coraggio la nostra gioia nella lotta,
per la fede nella Comune che costruiremo…
L’autorità del potere e del capitale debelleremo
e tutto l’oro esistente distruggeremo…”.


[1] Nestor Makhno, La Rivoluzione russa in Ucraina (Marzo 1917 - Aprile 1918), Prima Edizione italiana, Agosto 1971, Edizioni “ La Fiaccola” — Ragusa, Collana La Rivolta, PP. 70 71

[2] bidem, pp. 31-32

[3] Ibidem, pag. 74

[4] Ibidem, pp. 107-108

[5] Ibidem, pp. 201-202

[6] Ibidem, pag. 182

[7] Ibidem, pag. 192


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