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Negarit negariné - Il tamburo mi chiama

di enza - venerdì 3 novembre 2006 - 5346 letture

Ogni mattina imbottigliata nel traffico infernale di Roma, mentre vado a lavorare in mezzo a tanti burocrati mediocri, asserviti al politico di turno, il cui unico pensiero è la prevaricazione e la carriera ed il cui unico interesse è la chiacchiera spicciola ed idiota che non costruisce nulla se non servilismo, penso con grande nostalgia e senso di liberazione all’Africa, il paese della mia infanzia e gioventù.

Sì, è ora di andare, il tamburo mi chiama, negarit negariné, via di qui, via dal traffico soffocante.

Ma chi è quella signora bionda e boccoluta che ci sorpassa e strabuzza gli occhi, inveendo per non so quale torto subito, mentre paonazza ed in un bagno di sudore, lancia i suoi "vaffa" a destra e a manca (meglio che mi sposto altrimenti qualche vaffa arriva pure a me); via dal dio denaro, denaro a tutti i costi, via dalle vacanze forzate nei paesi esotici, mentre non si conosce né Roma, né Firenze, né Palermo, via dalle facce siliconate delle sgallettate che rifiutano la vecchiaia, dalle loro labbra gonfie in modo spropositato, come se uno sciame di vespe vi si fosse avventato sopra, via dai loro jeans troppo stretti e dal loro patetico senso di perenne gioventù. Burocrati, Servi del potere, Traffico, Silicone, Veline, smutandate, TV spazzatura, Grande Fratello, Isola dei famosi (famosi per chi e per che cosa?), Denaro, Consumismo, "Nun ve reggo più ".

Come d’incanto, rapita, mi ritrovo improvvisamente sull’Acrocoro Etiopico, il paese degli altopiani. Il cielo è terso, di un azzurro profondo e Addis Abeba dall’alto dei suoi 2550 metri sembra sospesa fra nuvole e cielo, un’isola sopra le nuvole. Il silenzio è profondo (solo qui in questo angolo sperduto d’Africa avverto i suoni del silenzio), e mi cicatrizza le ferite di tanti anni passati lontano dalla mia città, a rincorrere nuove dottrine e nuove tecnologie, per poi rendermi amaramente conto che cercavo solo la verità e sprazzi di umanità.

La mia Etiopia mi è mancata, mi è mancata la sua semplicità, la sua natura incontaminata e selvaggia, il suo popolo schivo, orgoglioso ed affettuoso. Lontano da lei mi sono sentita sola, abbandonata, e trattata con indifferenza ed ipocrisia, spesso avvilita. In altri tempi, il solo sentire parlare in italiano mi commuoveva; il mio idioma era una dolce musica per le orecchie, ma dopo, con mia grande tristezza, o forse gioia non saprei, una volta arrivata in Italia, la patria che avevo tanto sognato ed idealizzato, mi sono resa conto che con i miei connazionali avevo in comune soltanto la lingua ed il passaporto. Tutta la mia anima era nera, il mio modo di ragionare era semplice, trasparente e schietto e guardavo il mondo intorno a me con gli occhi puri ed incantati di un fanciullo, quel fanciullino che nessuno è riuscito a spegnere dentro di me.

Arrivata a Roma, sentivo il bisogno di vedere visi neri intorno a me; allora, per appagare questa necessità e sentirmi più vicina al paese che mi ero lasciata alle spalle, spesso andavo alla stazione Termini, perché sapevo che quella zona era frequentata dalla comunità etiopica ed eritrea. A volte, mi prendeva una disperata e profonda malinconia che scuoteva tutto il mio essere, facendomi quasi soffocare per la mancanza dei grandi spazi, il traffico mi dava fastidio, causando in me un senso di confusione, i palazzi, alti e spesso senza giardini, mi davano quasi un senso di soffocamento e di capogiro, le strade mi sembravano troppo strette e troppo piene di gente e avevo la sensazione che le macchine, non sapendo più dove stare, si arrampicassero persino sugli alberi. Mi sentivo fisicamente male, fino a non riuscire a respirare bene; tutto il mio essere smanioso di ritornare in Africa, quasi si sdoppiava, guardando con un senso di distacco e fastidio, tutto ciò che lo circondava, come se tutto appartenesse ad un mondo estraneo ed incomprensibile; più tardi, mi sono resa conto che tutti questi sono i sintomi del famoso "Mal d’Africa".

Insofferente, come un leopardo in gabbia, volevo fuggire via verso la città del "Nuovo Fiore", questo è il significato del nome Addis-Abeba, adagiata su un altopiano circondato da boschi di eucalipti; vedere ancora il sole sorgere prepotente all’orizzonte e le acacie che scure e maestose si stagliano contro il cielo che comincia ad incendiarsi, andare a pescare nel fiume Awash, ammirare le ninfee del Lago Zwai, seguire in cielo il volo degli uccelli dalle piume dai colori sgargianti e più disparati, guardare pascolare le mandrie di zebù (sono vissuta bevendo latte di zebù, mucche africane più magre, forse perché mangiano solo erba e non mangimi a base di ormoni o farine di dubbia provenienza), aspettando il tramonto, quando il sole prima di un forte colore arancione e poi, diventando man mano di un rosso incandescente, incendia in modo repentino e violento il cielo. Allora, il fumo, odoroso di legna di eucaliptus, lentamente si leva dai tucul, cala la sera e la temperatura si abbassa per la forte escursione termica, anzi fa quasi freddo, tutto intorno al villaggio ci sono banchi di nebbia, e si comincia a rabbrividire. Per la gente del villaggio è finita un’altra magra giornata fatta di stenti e lotta per la sopravvivenza. Eppure, nei villaggi si chiacchiera, si ride, ci si riunisce intorno al grande baobab o al sicomoro e si prendono decisioni di ogni genere, si combinano matrimoni, si vendono capi di bestiame, si contratta e si litiga.

A quale terra appartengo io, italiana vissuta in Africa?

In me scorrono più fiumi di ungarettiana memoria: mi sento figlia dell’Awash, dello Uebi Shebeli, del Nilo, dell’Anapo e del Tevere e attraversando più fiumi mi sono persa anch’io, cercando valori dentro e al di là di essi. Non so più di che colore sia la mia pelle, mi guardo allo specchio e mi sembra bianca, ma forse mi sbaglio, potrebbe essere nera, ambrata o gialla, perché la mia anima è figlia del mondo e dell’universo; canto il canto triste e struggente dei neri, mangio con loro che mi danno affetto, colmando di tanti doni, con i loro bianchissimo sorriso, il mio animo solitario.

Sì, questa è la mia Africa: vivere giorno per giorno, godendo delle piccole cose insite in tutto il creato ed il cui palpito non è colto dall’occidentale frettoloso, distratto dai mille progetti per il futuro, dove l’io dominante è il denaro. Ammirare estasiata la natura, sentire gli insetti volare, percepire i mille piccoli suoni del silenzio e guardare i fenicotteri che stanno pigri sulle loro zampe nei laghi a cercare non si sa bene che cosa, per poi all’improvviso, con un grande battito di ali, librarsi in aria al minimo rumore.

Qui non si corre, si assapora il tempo, diventa una gioia infinita incontrare l’amico per strada e scambiare quattro chiacchiere con lui, programmare di andare al cinema per vedere un vecchio film western, sentire i ragazzi etiopici che sghignazzano, quando i due protagonisti si baciano (ahì, indiè), ridendo durante l’intervallo a crepapelle per cose da niente.

È il mese di luglio e qui in Etiopia è la stagione delle grandi pioggie.

Piove dalla mattina alla sera, ma siamo tutti allegri, la pioggia qui porta gioia, la natura arsa del bassopiano rivive e gli animali che vagano alla ricerca di cibo lungo il greto di un fiume in secca, appena arrivano le prime gocce prepotenti, cominciano a correrre più felici che impauriti, perchè sanno che presto l’erba della savana sarà di nuovo verde e rigogliosa e ci sarà ancora cibo per tutti. I facoceri, simili ai cinghiali nostrani, ma dalle ricurve zanne d’avorio, sanno che con l’arrivo delle pioggie i campi di boccolò, o mais in italiano, presto saranno verdi e ricchi di pannocchie e sarà un piacere per loro penetrare, trottando con passo pesante, nel folto di quei campi, distruggerli, saziandosi a più non posso, con grande disperazione dei contadini che sono ben felici quando si fanno battute di caccia al facocero. Le gazzelle, sfiorate dalla pioggia che fa alzare nugoli di polvere dal terreno ancora asciutto per la lunga siccità, corrono veloci ed eleganti fra le acacie, forse per cercare un qualsiasi rifugio o per sfuggire a qualche leone malintenzionato.

Mentre assisto a questo spettacolo della natura, le mie narici si riempiono dell’odore di terra bagnata e di erba; guardo il cielo plumbeo e le nuvole cariche di pioggia e, insieme a tutta la natura intorno, anche io sono felice dell’arrivo delle grandi pioggie che per tre mesi non ci daranno tregua, accompagnando con il loro violento scrosciare il nostro sonno ed i nostri risvegli fino a metà Settembre, quando la festa del Meskal annuncerà l’arrivo della primavera e tutti i campi si coloreranno di giallo.

Allora, danzeremo tutti insieme, Italiani ed Africani, intorno al grande falò e canteremo nenie e canti propiziatori "ahieohiè, ahiehoiè", affinché l’anno nuovo porti un buon raccolto, tanta fortuna, e poi di nuovo la pioggia fino al prossimo anno.


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