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“Necropoli” – la nostra memoria dolorosa


Boris Pahor ci porta nel nostro tragico passato con rara maestria e ci indica da dove ripartire per vivere un presente autenticamente umano
lunedì 6 ottobre 2008, di Emanuele G. - 253 letture

Libro di raggelante bellezza quello testé dato alle stampe da Boris Pahor scrittore di lingua slovena nato a Trieste nel 1913.

Raggelante perché narra vicende che qualcuno vorrebbe far dimenticare. Mi riferisco ai drammatici fatti che accadevano nei campi di concentramento tedeschi.

Bellezza in quanto lo scrittore, pur in un contesto tragico, riesce a trovare il senso del bello qui non inteso come estetica, ma più semplicemente come volontà di vivere, sempre e comunque.

L’occasione che da il là di partenza al libro è la visita a un campo di concentramento di un gruppo di persone, fra le quali lo scrittore medesimo. Questo fatto sdoppia il libro. Da un lato abbiamo il rendiconto della visita. Dall’altro il doloroso diario di un inferno chiamato per l’appunto “Necropoli”.

Il gruppo dei visitatori quasi imbarazza, per la sua banalità, Boris Pahor in quanto non sembra essere cosciente di cosa rappresentassero i lager nazisti e cosa succedessero là dentro. Allora lo scrittore italo-sloveno fugge da questo presente “astorico” e banale puntualizzando con precisione maniacale fatti terribili che egli visse sulla propria pelle. I quadri che Boris Pahor dipinte sono di un’umanità annichilita da un furore sanguinario orribile. Mi riferisco alle descrizioni delle camere a gas, delle condizioni di vita squallide, ai cadaveri che si andavano sommando in un crescendo atroce, il senso della niente, la riduzione a larva di ogni umanità. E la lista dell’inferno su terra potrebbe andare all’infinito.

Lo stile è volutamente pesante. Non sembra esserci spazio a frammenti di ironia. Come essere ironici quando si annulla la personalità umana con cotanta barbaria? Il ritmo è spezzettato, triste, piano, ridotto all’osso. Nessuna concessione alla retorica. Non c’è spazio per nulla. E non si individua neanche una morale. Che senso ha una morale dopo quello che è successo? Ha il senso dell’ipocrisia.

La fine del libro è senza soluzione. Infatti “[…] E, nella mia impotenza, non riesco neppure a immaginare come le mie visioni potrebbero trovare le parole giuste per presentarsi a quella banda di bambini che ora stanno saltando fra le tende, o a quella ragazzina che ieri girava attorno al cavo che sostiene il fumaiolo, veloce come in balia di un’invisibile giostra.”

Meglio non aggiungere altro. Rimaniamo così nella terra del silenzio.

Per maggiori informazioni:

Fazi Editore

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