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Monnezza e coronavirus

Nel pieno dell’emergenza coronavirus, il problema di un settore come quello della raccolta rifiuti è doppio – ci spiega Giovanni Bellomo, RSU USB in AMA, la municipalizzata romana dei servizi ambientali...
di Redazione - mercoledì 15 aprile 2020 - 835 letture

Nel pieno dell’emergenza coronavirus, il problema di un settore come quello della raccolta rifiuti è doppio – ci spiega Giovanni Bellomo, RSU USB in AMA, la municipalizzata romana dei servizi ambientali che con 7500 dipendenti è una delle aziende del settore più grandi d’Europa – “perché noi forniamo un servizio essenziale quindi dobbiamo garantire il servizio, non possiamo rimanere a casa. Però oltre ad avere il problema del contagio abbiamo quello specifico del nostro lavoro che sono tutti i rischi biologici del lavorare a contatto con i rifiuti. Ma in AMA, il parere tecnico del RSPP e del medico competente è di andare in deroga al rischio biologico perché è più importante il rischio da contagio. Per questo e altri motivi è in atto una protesta pesante dei lavoratori che si presentano ma non prendono servizio perché non vengono riforniti di mascherine adatte.”

Proprio in queste ore si stanno raccogliendo le firme di tutti i rappresentanti RSU e RSA per l’appello alla reintegra di Gabriele, lavoratore e rappresentante sindacale di un’azienda del settore ambientale a Pisa, licenziato qualche giorno fa per aver chiesto i DPI mediante una denuncia ai giornali, dopo non aver ricevuto risposte dall’azienda. Una situazione di ricatti inaccettabili.

Pisa, Napoli, Roma: in molte realtà sta emergendo un disagio diffuso nel vostro ambito, con contagi e decessi. Cosa succede a Roma?

“A Roma si tratta del secondo decesso nel settore di igiene ambientale dopo quella di Luigi a Napoli. Si tratta di un capo operaio che lavorava nell’autorimessa di Rocca Cencia, che già dal 9 marzo era in contagio conclamato, poi è stato trasferito in terapia intensiva e da lì purtroppo non è più uscito. Anche il collega che lavorava con lui, da metà marzo è stato in terapia intensiva, è uscito e poi l’hanno ricoverato un’altra volta, sempre in terapia intensiva.”

Qual è stata la reazione dell’AMA alla crisi sanitaria, sono state recepite le direttive nazionali?

“Ci sono delle indicazioni del Ministero della Salute e un’ordinanza della Regione Lazio che ha recepito il rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità che dà delle indicazioni precise per il contenimento e il contrasto del COVID-19. Tra queste misure c’è la sanificazione degli ambienti di lavoro e dei mezzi di lavoro. C’è l’utilizzo dei DPI quali mascherine, guanti e tute monouso. C’è la raccolta dedicata per gli utenti contagiati. Esistono tutta una serie di indicazioni che però hanno trovato aziende come AMA più che impreparate. Questo perché già da prima dell’emergenza avevano una cattiva gestione, mantenendo i luoghi di lavoro in una maniera disastrosa.”

Poi l’azienda che ha fatto? Per cercare di contenere il pericolo di contagio ha pensato di scaglionare l’entrata negli spogliatoi e vietare l’utilizzo delle docce. Noi questa cosa la contestiamo perché andrebbe scaglionato l’utilizzo degli spogliatoi ma garantendo l’utilizzo delle docce perché per chi lavora con i rifiuti la doccia è essenziale, non puoi andare a casa come se nulla fosse.”

Qual era la situazione in AMA prima, a prescindere di questa emergenza?

“La gestione è sempre stata un po’ disastrata, per tutta una serie di motivi. Abbiamo un parco mezzi che è obsoleto, vecchio. Solo adesso stanno portando qualcosa di nuovo. Abbiamo i luoghi di lavoro che sono fatiscenti, la manutenzione da questo punto di vista lascia molto a desiderare. Siamo in presenza di una carenza di organico pesante. Siamo stati sempre sulle prime pagine dei giornali per un famoso concorso che AMA avrebbe dovuto fare ormai da due anni, ma nonostante ciò non riesce ad assumere. Considera che AMA sta con lo stesso organico che aveva anni fa quando si raccoglieva l’immondizia e si buttava in una buca che era Malagrotta.

Da quando è stato avviato il porta a porta è ovvio che c’è un fabbisogno di molto maggiore di manodopera e l’AMA su questo aspetto è carente. Oggi, di fronte a un’emergenza di queste dimensioni, non hai il personale che deve andare a sanificare i luoghi di lavoro, per cui non può garantire assolutamente la sanificazione quotidiana, che andrebbe fatta pure da un turno all’altro, puoi immaginare con quali risultati…

Il problema poi è che AMA dichiara tutta una serie di azioni su cui poi è inadempiente. Intendo dire che sulla carta ha un calendario dove sono segnati una serie di interventi che in realtà poi non vengono svolti, almeno non tutti. Quindi in fin dei conti la sanificazione se tutto va bene viene eseguita una volta a settimana.”

Abbiamo letto che il Comune di Roma attraverso il sindaco Raggi ha espresso le sue condoglianze per il lavoratore morto.

“Perché ci doveva scappare il morto! Perché altrimenti noi non siamo considerati nella maniera più assoluta. La Raggi non ha speso una parola per gli operatori che fanno la raccolta: ha espresso solidarietà giustamente ai sanitari, alle forze dell’ordine, ai vigili del fuoco, ai trasportatori, a tutti tranne che agli operatori ecologici. Questa cosa è molto grave. Anzi, l’azienda pensando di salvarsi la reputazione ha dato e continua a pubblicare i conteggi sulle assenze per nascondere il vero problema. Se tu non entri in servizio perché non ti danno la mascherina, l’azienda ti mette in ferie d’ufficio. Queste cose non le dicono. Io ho rilasciato interviste molto spesso, sottolineo questo aspetto, ma non riesco a farlo emergere, malgrado parecchie denunce.

Viene tutto marchiato come assenze e assenteismo. A questo si aggiunge il fatto delle ferie d’ufficio se non entri in servizio. Siccome c’è una forte protesta, estesa a molti posti di lavoro, l’azienda non può fare contestazioni disciplinari perché appunto è inadempiente, molte volte questo è il ricatto: ti metto in ferie.”

Che tipo di protesta state portando avanti e quali sono le vostre richieste?

“Ogni singolo lavoratore è il primo presidio per la tutela della salute e della sicurezza sua e in questo caso pure dei familiari ma pure della comunità, perché se si contagia è un potenziale veicolo di contagio per altri. Detto questo, quando vai a lavorare hai dei DPI previsti dal documento di valutazione rischi DVR. Se devi andare a spazzare o devi andare a scaricare dentro un impianto o devi andare a fare il porta a porta devi essere dotato di mascherina FFP3. Purtroppo le mascherine FFP3 sono finite. Sono finite perché l’azienda aveva solo quelle e le ha distribuite pure negli uffici, dove non hanno bisogno della mascherina FFP3 ma andava benissimo una mascherina chirurgica per evitare i contagi.

Siamo arrivati, sempre a proposito di cattiva gestione, al punto che le FFP3 sono finite, e quindi non ci sono i dispositivi adatti per tutti quelli che vanno a lavorare in strada. Quindi è evidente che se tu non mi fornisci l’FFP3 io dentro l’impianto a scaricare o a spazzare dietro la spazzatrice non ci posso andare. L’azienda ha messo a disposizione solo le mascherine chirurgiche e molti lavoratori si sono rifiutati di uscire. Quindi chiamiamola protesta ma non è una protesta: è un atto dovuto.”

Adesso la situazione qual è e quali sono le vostre richieste?

“Noi chiediamo la fornitura di tutti i DPI adeguati. Chiediamo la riduzione dei servizi: chiediamo che i servizi in fase emergenziale siano tutti meccanizzati e su strada. Questo significa capire che il porta a porta in questo momento non si può fare. Perché noi non abbiamo un controllo attuale di tutte le utenze dove vivono persone in quarantena. L’ISS ha detto che i rifiuti delle persone in quarantena vanno trattati come rifiuti sanitari, con tutta una serie di procedure. Fino a quando non ci sarà una raccolta dedicata per queste utenze, tutti i rifiuti sono potenzialmente infetti. Per cui noi non possiamo maneggiare manualmente i rifiuti. In questo momento va portato tutto su strada, possibilmente sui cassonetti, con macchina a caricamento laterale e lì dove non è possibile mettere i cassonetti, al loro posto mettere dei cassoni scarrabili in modo che possa lavorarci chiunque.

E soprattutto chiediamo l’impiego di più personale per poter sanificare ogni luogo di lavoro.

Chiediamo quindi che l’azienda si attivi e metta a disposizione il personale necessario per garantire sì il contenimento del contagio, ma per garantire anche che non ci sia rischio biologico per i lavoratori.”


L’articolo di Graziano Gullotta è stato pubblicato su L’Ordine nuovo.



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