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Modernità, interrogativi sul tempo presente

Limiti alla volontà del popolo o nessun limite? Dio è una scommessa oppure ha già tutto deciso? L’eterna querelle fra il come e il perché. Tre quesiti fondamentali che legano la vita di tutti noi.

di Emanuele G. - lunedì 10 gennaio 2011 - 4847 letture

Premessa

Società sfilacciata. Si urla per farsi "ascoltare". Sembra non esserci più tempo per riflettere. Su di noi. Sulla nostra vita. Su quanto succede attorno a noi. Eppure si sente la necessità – anzi l’urgenza – di focalizzare alcune questioni fondamentali. La cui risoluzione condivisa porterebbe senza dubbio giovamento alla qualità della nostra vita. Rasserenando, al contempo, una società tragicamente ansiosa.

Oggi voglio porre l’attenzione su tre quesiti cardini. Li tratterò in agili paragrafi. Questo perché è intendimento personale rendere tutti partecipi delle mie riflessioni in modo comprensibile e semplice. La cultura è un diritto di tutti.

Limiti alla volontà del popolo o nessun limite?

Ho scoperto, con imperdonabile ritardo, la pubblicazione dell’edizione italiana, grazie a un’encomiabile iniziativa editoriale a cura della Rubbettino, dei Principi della Politica di Henri-Benjamin Constant. Perché imperdonabile errore? Per il semplice fatto che si tratta di uno dei scritti fondativi non solo del pensiero liberale, ma della modernità. Un “livre de chevet” fondamentale da consigliare a tutti quanti desiderano capire cos’è la democrazia. Il trattato Principi della Politica ha avuto una vita editoriale particolare. Redatto in forma definitiva nel 1806, soltanto nel 1980 fu pubblicato in Francia!

Esso – mi riferisco al trattato – incentra il suo argomentare sulla questione cardine del pensiero politico del settecento. Ossia su quale principio si fonda l’autorità? Rousseau affermava a tal proposito che essa dovesse fondarsi sulla volontà generale o del popolo. Constant, in linea di massima, non ha nulla da obiettare al riguardo. Senonché ancorare la costruzione del contratto sociale sulla volontà generale è elemento del tutto parziale. Cioè dobbiamo porre un argine che tuteli la sfera delle libertà individuale o del singolo contro lo strapotere della sovranità popolare. La libertà individuale necessità di paletti che la tutelino dagli eccessi della volontà generale.

Ma anche qui sorgono problemi. Infatti, anni prima Montesquieu aveva puntualizzato che la libertà è da definirsi “il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono”. Constant stigmatizza l’enunciato come insufficiente e pericoloso. Cosa significa avere tutta la libertà che si vuole se essa è sottoposta all’azione di normazione da parte dello Stato? Si potrebbe arrivare all’assurdo che non si possa ipotizzare una libertà individuale piena poiché le leggi dello Stato l’hanno così compressa da abolirla del tutto.

Capirete che i Principi della Politica assumano una valenza davvero storica. Ci fanno capire il pericolo che si corre quando la libertà di noi tutti è sottoposta all’arbitrio della volontà generale illimitata oppure ad un’azione di definizione statale della medesima. Nel primo caso abbiamo il Terrore, nel secondo caso i regimi fascisti e comunisti che hanno determinato il secolo breve. Constant ci mette in guardia non contro i reazionari alla De Maistre; al contrario il suo vero obiettivo sono i profeti della democrazia a ogni costo. Democrazia da intendersi totalitaria o antiliberale. Profeti che dicono di combattere per la libertà di tutti, ma che in realtà una volta arrivati al potere non fanno altro che comprimere il diritto naturale alla libertà.

La democrazia non è il risultato di generici quanto demagogici appelli alla volontà generale. Essa è il risultato di una delicata azione di bilanciamento fra interessi di multiforme specie avendo al centro il principio irrinunciabile della libertà individuale. Non per nulla l’atto fondamentale della libertà in Inghilterra è l’Habeas Corpus. Un atto che sancisce la libertà dell’individuo e non di un’entità collettiva.

Dio è una scommessa oppure ha già deciso tutto?

La mia gioventù è stata marcata a fuoco dalla querelle sull’essenza di Dio. Pur non essendo praticante, avverto l’incombenza del divino nella mia vita e in quella di tutto il genere umano. E’ un tema storico della religione cattolica. Fin dai primissimi secoli si confrontarono – ed anche guerreggiarono – molteplici sensibilità, movimenti, ordini, fazioni e posizioni appartenenti al cattolicesimo. Querelle che ha ricevuto un incredibile impulso di vivificante arditezza intellettuale grazie a due pensatori francesi: Jean Calvin e Blaise Pascal. L’interrogativo lasciatoci in eredità da questi due giganti della fede è fra i più stimolanti originati dalla mente umana. Dio è una scommessa oppure ha già deciso tutto? Ammettiamolo. E’ un quesito che scava fino alle fondamenta della spiritualità di noi tutti. Un quesito di rara attualità. Un quesito che ci deve far riflettere sulla dimensione dell’io e del noi nella storia. E sulla storia medesima. Vorrei ricordarvi brevemente gli aspetti salienti dei due termini dell’enunciato.

PASCAL - La querelle circa se Dio ha uno spirito “liberale” oppure tirannico si dipana lungo tutto la storia della chiesa cattolica. Per un Dio inteso a guisa di motore della grazia celeste c’è una linea di pensatori afferenti alle tradizioni pelagiane, arminiane e liberali a cui si collega Pascal. Sul versante opposto – di un Dio sovrano assoluto – abbiamo la tradizione agostiniana-calvinista.

Detto questo iniziamo da Pascal e la sua “scommessa”. Essa è collocata nei suoi Pensieri e prende spunto da una costatazione molto elementare. Non per nulla, il pensatore francese afferma che bisogna, dopotutto, "scommettere" sull’esistenza di Dio. Bisogna, cioè, decidere di vivere come se Dio ci fosse o come se Dio non ci fosse; non si può non scegliere, poiché il non scegliere è già una scelta. In realtà, la scommessa è meno banale e superficiale di quanto sembri. Infatti, egli dice: “ [...] Valutiamo questi due casi: se vincete, vincete tutto, se perdete non perdete nulla. Scommettete, dunque, che Dio esiste, senza esitare.[...]” (Blaise Pascal, Pensieri, 233). Ovvero, "scommettendo" che Dio non esiste, non si vince nulla, ma si perde tutto (cioè il bene finito); al contrario, "scommettendo" che Dio esiste si vince tutto (cioè la beatitudine eterna ed infinita) e non si perde nulla; ed il fatto che la scommessa a favore di Dio è totalmente ed infinitamente propizia e vantaggiosa a coloro che la compiono, ciò significa che è fondata, e diventa dunque la scommessa stessa una "prova" di tale esistenza divina, e dunque la "vittoria" della scommessa è nella scommessa stessa, che in tal modo non è più scommessa, ma è già vittoria certa. Notiamo che l’invetio della scommessa ha del geniale. Dio ci lascia consci del nostro destino in piena libertà. La fede non è imposta con l’autorità imponente del sovrano dei cieli. Essa, la fede, giunge a giusta maturazione grazie a un processo di profonda convinzione e sensibilità. Che vede la scommessa fungere da strumento principe della grazia. Condizione di perfezione celeste per chi crede.

CALVIN - Diametralmente differente la visione di Dio di Calvin. Punto di partenza è il concetto della sovranità di Dio. E’ un concetto particolare. Non significa arbitrarietà o despotismo o determinismo. Le caratteristiche principali della sua sovranità sono la giustizia e la santità. Naturalmente questo concetto stride con quello afferente alla sovranità umana. Sono in conflitto. Ma la sovranità divina può coesistere con la responsabilità umana. Ho necessità di puntualizzare che la sovranità non è affatto lo snodo del pensiero di Calvin. Lo si trova accennato molto raramente. Purtuttavia è diventato una componente fondamentale del pensiero riformato. Il Calvinismo classico non minimizza il ruolo della responsabilità umana nella storia. Sono nelle sue forme estreme di pensiero sopralapsarinanista e iper-calvinista la sovranità di Dio è accentuata in modo tale da compromettere la responsabilità umana e pregiudicare la proclamazione universale dell’Evangelo.

La confessione della sovranità di Dio dovrebbe essere occasione per lodare e glorificare Dio come pure per incoraggiare a vivere con ubbidienza amorevole nel regno del re. Com’è nel caso degli altri attributi di Dio, la sovranità di Dio deve riflettersi nel comportamento del cristiano. Il cristiano, rinnovato all’immagine di Dio e che progredisce nella santificazione dovrebbe esercitare un sano dominio sul creato come vice-reggente di Dio nel promuovere il Regno di Dio nella storia umana alla gloria del Signore sovrano (cfr. Genesi 1:28).

Continuiamo. Nel realizzare i Suoi propositi ultimi, Dio permette alla creatura umana di peccare, sebbene essa commetta peccato per propria volontà e desiderio, alienandosi da Dio. Al tempo stesso Dio, nella Sua grazia, si propone di redimere l’essere umano dal peccato e portarlo alla gloria. Dal principio della storia, quindi, vi sono due principi che esistono in maniera conflittuale: il peccato e la redenzione, l’alienazione e la riconciliazione. Questi due principi sono rivelati molto chiaramente nell’Antico Testamento e giungono a compimento nell’opera redentrice di Gesù Cristo, il Figlio di Dio incarnato, sul Calvario. Da quel tempo in poi il conflitto si è esteso nel tempo: Dio lo Spirito Santo chiama efficacemente il Suo popolo fuori dal regno di questo mondo nel Regno di Dio, per essere il Suo popolo sulla terra.

Quale considerazione finale possiamo trarre dalla seppur breve analisi del pensiero su Dio di Pascal e Calvin? Che la religione è una manifestazione della spiritualità dell’uomo molto più libera di quanto ci vogliono far credere le autorità religiose ufficiali. Converrete che il Dio di Pascal e Calvin apre il nostro spirito a un viaggio alla scoperta degli anfratti più reconditi dell’umanità. Non è affatto un Dio che ha già deciso tutto o vendicatore. Lo è Jehova per gli Ebrei. Il Dio dei cristiani è un’entità che partecipa fortemente alla sequela del Suo popolo. In Pascal la scommessa è un metodo dialettico dell’uomo verso Dio. Al contrario, per Calvin è Dio attraverso l’istituto del peccato a scommettere su di noi.

Si può non essere praticanti di una determinata religione, ma in tutti noi – anche agnostici o atei – è insito una propensione naturale alla religiosità. Attiene alla nostra parte immateriale. E’ simmetrica e speculare all’attività del sentire. Guai se l’uomo non avesse un senso religioso e un sentire. Saremmo solo macchine.

Scegliere il come o il perché?

In apparenza il quesito sembra dipanarsi su un andante banale. Che senso ha scegliere il come al posto del perché? Non si intravede l’utilità di attivare una scelta fra tali termini. In tali termini. Il nostro prezioso pensiero non merita certo di inseguire discussioni prive di fondamento. Logico o di altra specie. Abbondanza di tempo non ne abbiamo e se ci divertiamo a perderne per strada… Ecco, dobbiamo incentrare la nostra vita su aspetti ben più importanti. Diamine! Ma questa posizione di “chiusura” ci aiuta a comprendere il senso profondo degli accadimenti? Non sorge spontaneo il dubbio che limitando la nostra conoscenza in realtà ci costruiamo una conoscenza non completa ed effimera? Il limitare la nostra conoscenza comprime – icasticamente – la nostra libertà. Posto l’assunto che essa sia senza limiti. Allora perché non osare? Spesso non abbiamo contezza del fatto che molti aspetti ritenuti di orientamento essenziale per il genere umano traino origine da riflessioni o interrogativi semplici quanto paradigmatici: ad esempio, la scelta fra il come e il perché.

Procediamo individuando, innanzitutto, il punto centrale del nostro percorso di riflessione. Il come e il perché attengono alla conoscenza. Delineiamo in prima battuta quali sono gli elementi fondanti della conoscenza.

“Conoscenza” è un termine che può assumere significati diversi a seconda del contesto, ma ha in qualche modo a che fare con i concetti di significato, informazione, istruzione, comunicazione, rappresentazione, apprendimento e stimolo mentale.

La conoscenza è qualcosa di diverso dalla semplice informazione. Entrambe si nutrono di affermazioni vere, ma la conoscenza è una particolare forma di sapere, dotata di una sua utilità. Mentre l’informazione può esistere indipendentemente da chi la possa utilizzare, e quindi può in qualche modo essere preservata su un qualche tipo di supporto (cartaceo, informatico, ecc...), la conoscenza esiste solo in quanto c’è una mente in grado di possederla. In effetti, quando si afferma di aver esplicitato una conoscenza, in realtà si stanno preservando le informazioni che la compongono insieme alle correlazioni che intercorrono fra di loro, ma la conoscenza vera e propria si ha solo in presenza di un utilizzatore che ricolleghi tali informazioni alla propria esperienza personale. Fondamentalmente la conoscenza esiste solo quando un’intelligenza possa essere in grado di utilizzarla.

In filosofia si descrive spesso la conoscenza come informazione associata all’intenzionalità. Lo studio della conoscenza in filosofia è affidato all’epistemologia (che si interessa della conoscenza come esperienza o scienza ed è quindi orientata ai metodi ed alle condizioni della conoscenza) ed alla gnoseologia (che si ritrova nella tradizione filosofica classica e riguarda i problemi a priori della conoscenza in senso universale).

Noi conosciamo utilizzando due livelli: il come e il perché.

- Il come indica un insieme di modalità atte a descrivere un evento. Non si interessa a fornirci le finalità del medesimo. Il come è un atto di pura registrazione della realtà. Perciò esso è avalutabile. Predispone alla conoscenza integrale e tollerante.

- Cosa che non si può dire del perché. Dare uno scopo alla nostra azione di conoscenza significa assegnare un valore ben preciso. Il perché nella conoscenza non è un’azione neutra. Implica una presa di posizione. Un’escludere. Diventando, per dunque, intransigente.

Nel campo delle scienze sociali il pensiero liberale è intimamente legato al come, mentre il comunismo oppure le religioni al perché. Da ciò discendono parecchie e significative differenziazioni. La più importante è che il pensiero liberale è un metodo di analisi. All’opposto, il comunismo - anche le religioni - è un’ideologia. Non credete che sia meglio sviluppare un "modus vivendi" scevro da teleologismi vari e indirizzare tutte le nostre attenzioni a una viva dialettica con l’altro e la realtà?

Io credo – fermamente – che è ora di rompere le catene del dominio del perché e di orientarci sul come. E’ una modalità del nostro pensiero che ci permetterebbe di comprendere meglio il mondo in cui viviamo, di realizzare una “open society” e di sentirci meno frustrati. Il come non impone nessun dominio di qualcosa e/o qualcuno su qualcos’altro e/o qualcun altro. Il genere umano non può continuare a morire per affermare un perché su un altro perché. Il secolo breve, ritengo, ci abbia svelato i drammatici frutti del perseverare nel voler far primeggiare a tutti i costi il perché. E’ venuto il momento di cambiare registro mediante una conoscenza dialogante e slegata da qualsiasi preconcetto. Basato sul come. Ossia una predisposizione positiva al vivere la complessità della modernità.

Conclusione

Ho passato in rassegna tre “tool” (strumenti) essenziali – a mio giudizio – per comprendere il mondo di oggi. La visione che ne deriva è la seguente. Tutto parte dalla tutela della libertà individuale. Da non intendere come libertà senza responsabilità. La libertà è un insieme di relazioni che si instaurano fra esseri umani tendente ad assicurare la convivenza civile e il progresso. La religiosità è un altro aspetto fondante della persona umana. Non c’è solo materialismo storico nella sua sequela storica. E non c’è contrasto fra la libertà individuale e l’afflato religioso. Il senso religioso nasce da un libero dialogo con il divino che apporta benefici inimmaginabili alla nostra persona. Infine, il nostro stare su questa terra si deve dipanare su modalità di non-esclusione, di dialogo. Capendo che ognuno di noi ha proprie specificità che non devono diventare, tuttavia, ostacolo all’interazione con l’altro. Il come, al contrario del perché, può darci un supporto di assoluto rimarco.

Rileggendo quanto scritto mi accorgo di aver vergato un breve ritratto della mia umilissima persona. Al di là dell’umana vanità di parlare di sè, ritengo di aver discusso su alcuni "tool" che hanno giocato un ruolo decisivo nella delineazione dei miei più profondi convincimenti. Convincimenti sull’uomo. Convincimenti sulla storia. Convincimenti su quanto mi circonda.


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