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Misurarsi con il regime

Rosario Mangiameli, Misurarsi con il regime. Percorsi di vita nella Sicilia fascista, Bonanno editore, 2008

di Pina La Villa - martedì 4 marzo 2008 - 4184 letture

Rosario Mangiameli, Misurarsi con il regime. Percorsi di vita nella Sicilia fascista, Bonanno editore, 2008

Nel racconto “Il vecchio con gli stivali” Vitaliano Brancati racconta la vicenda di Aldo Piscitello, impiegato comunale costretto prima ad aderire al fascismo per non essere licenziato e poi, crollato il fascismo e finita la guerra, punito con il licenziamento per quella adesione. L’evolversi del racconto delinea la storia del fascismo, dallo squadrismo alle leggi razziali alla guerra, eventi che determinano la qualità della vita quotidiana dell’impiegato oppresso dalla moglie, del quale seguiamo dapprima il disagio, poi la ribellione muta, infine la furia e la rabbia che sfociano nella malattia.

Il racconto viene citato nel primo dei saggi presenti in questo volume, dedicato proprio a Vitaliano Brancati e a suo padre Rosario, “un funzionario da Giolitti a Mussolini”. Qualcosa delle vicende reali di entrambi, qui ricostruite, sembra essere confluito nel racconto.

Sono due dei percorsi di vita che lo storico Rosario Mangiameli, docente di storia contemporanea nella facoltà di scienze politiche dell’università di Catania, sulla scorta di carteggi, memorie e diari, ci racconta in questa raccolta di tre saggi, il primo dedicato appunto ai due Brancati, il secondo a Carmelo Salanitro, un insegnante di latino e greco, studioso di Virgilio, e il terzo a Francesco Marino, protagonista del movimento delle cooperative all’assalto del latifondo negli anni tra le due guerre in provincia di Siracusa, a Lentini.

Mettendo puntualmente in relazione i dettagli anche minimi delle vicende personali con i fatti della storia di quegli anni, Mangiameli riesce a restituirci il senso di alcuni percorsi di vita segnati dalla necessità di misurarsi con il regime in Sicilia, in una regione periferica per le vicende del fascismo. Ma è proprio questa marginalità che permette di mettere meglio a fuoco alcuni processi che appaiono qui, per alcuni versi, inediti. Un risultato ottenuto non solo grazie alla marginalità dei luoghi – la provincia siciliana, fra Catania e Siracusa – ma anche grazie alla scelta della narrazione biografica, che, dice Mangiameli, “mette in evidenza problemi e aspetti di solito poco percepibili da altri punti di vista proprio perché connotati da anticonformismo, da contraddizioni e sfumature”.

Il fascismo è, per la Sicilia, una “forza omologante” (come l’emigrazione, come le guerre). Nelle vicende qui raccontate possiamo vedere le diverse reazioni a questa forza, dettate appunto dalla necessità di “misurarsi con il regime”. Il mondo della cultura e dell’editoria per Vitaliano Brancati, il ministero dell’interno per il padre Rosario, la politica – i cattolici - e la scuola per Carmelo Salanitro, ancora la politica – i comunisti – e il mondo della produzione per Francesco Marino.

Storie diverse e simili, che permettono di ricostruire aspetti e vicende della politica,delle istituzioni, delle ramificazioni del potere in un’area definita della Sicilia, tra Catania e Siracusa. Vicende che si intrecciano inevitabilmente con gli aspetti tipici della società di massa – il rapporto pubblico/privato, la famiglia - con le vicende politiche dei partiti nati negli anni attorno alla prima guerra mondiale. Vicende segnate soprattutto, come sottolinea più volte l’autore, dall’assenza di riferimenti politici che conservassero un minimo di organizzazione, dalla solitudine e dall’isolamento.

Da questo punto di vista è esemplare la vicenda di Carmelo Salanitro. Nato il 30 ottobre 1894 ad Adrano, comincia la sua attività politica subito dopo la laurea nella sezione locale del Partito Popolare Italiano, di cui divenne segretario, impegnato attivamente nel primo dopoguerra nella lotta per l’attuazione dei decreti sulla concessione di terre incolte e mal coltivate a contadini ed ex combattenti. L’avvento del fascismo e poi il Concordato fra Chiesa e Stato che vide i popolari di Don Sturzo contrari, segnò la fine del suo impegno politico ma anche l’inizio delle difficoltà che costelleranno i suoi rapporti con la scuola. Infine, accusato di propaganda antipatriottica per aver fatto circolare a scuola dei “pizzini” contro la guerra, fu condannato a 18 anni di carcere, che scontò a Civitacchia fino al 1943. Deportato a Mauthausen fu ucciso il 24 aprile 1945.


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