E’ un film perfetto dove i tanti temi trattati (il mondo della boxe, nobile, duro, spietato, ambiguo; l’eutanasia; l’amicizia; il rapporto genitori-figli) sono legati da una struttura narrativa solida. Una recensione tra l’identificazione e lo straniamento.
Quando assisti ad uno spettacolo esaltante, che muove alle lacrime, quando ti senti vicino al protagonista con il quale hai scelto d’identificarti, hai bisogno di raccontare questa tua esperienza, che non è lontana né dal regista né dal personaggio del film, ma correlata ad esso, poiché la magia del cinema è proprio questa: eliminare ogni barriera spazio temporale e riuscire a comunicare empaticamente in una dimensione dove i concetti di realtà e finzione non esistono.
Ero lì con Maggie (Hilary Swank), giovane donna che spendeva i pochi guadagni di cameriera in un’ infima trattoria di Los Angeles per allenarsi in una palestra di periferia frequentata da bulli, malandrini, pugili falliti e gestita da un uomo “ex” in tutto: ex padre, perchè odiato dalla figlia che non lo degna d’una risposta alle sue continue comunicazioni epistolari; ex manager, perchè sente d’aver provocato il fallimento sportivo ed umano del suo miglior pugile (Screp); ex idealista, perchè ha ormai deciso di non lottare per nobili ideali e sa accettare i compromessi.
Ebbene, dicevo, ero lì con Maggie e la capivo quando chiedeva di rimanere oltre l’orario di chiusura in quella squallida, fredda palestra a menar pugni per cercare di sfogare la rabbia d’essere sola e non amata. Ho seguito i suoi progressi in quello sport duro, dal labile confine tra la competizione e la violenza. Gioivo con lei dopo i suoi trionfali incontri, soddisfatto per il suo coraggio, per il suo riscatto giusto, vero, pulito. Ed ero lì quando infine è caduta, colpita alla schiena, a cercar di soccorrerla, insieme al suo manager, invano. Anch’io ho poi tolto la spina liberando quello spirito guerriero da un corpo ormai vinto, già morto.
Il vecchio Clint ce l’ha fatta ancora a colpire il suo pubblico. Alla sua maniera: lui avanza, riempie lo schermo, parla poco, si schernisce, poi affonda, improvviso, il colpo segreto che sorprende ottunde annichilisce. E mentre segui la vicenda umana di quest’uomo solo e triste come un eroe dell’Intrepido, a tratti lo rivedi più giovane, col poncho e la pistola al fianco, mentre calmo s’accende il suo sigaro, tutt’intorno le note del maestro Morricone.
Ma sono flash che si amalgamano bene con il tutto: non offuscano la bravura dell’attore regista, nè appesantiscono la storia. Del resto ognuno porta con sé esperienze pregresse che determinano e condizionano il suo presente e in questo cinema di Eastwood senti la presenza di Sergio Leone, il regista.
E’ un film perfetto, dunque, dove i tanti temi trattati (il mondo della boxe, nobile, duro, spietato, ambiguo; l’eutanasia; l’amicizia; il rapporto genitori-figli) sono legati da una struttura narrativa solida che non fa smarrire lo spettatore, seppur tradotta in una sceneggiatura a tratti scarna ed essenziale.
La scenografia non ricca, le luci soffuse e grigie, l’interpretazione quasi sotto tono di tre magnifici attori, l’aria dimessa di tutta la costruzione, quella voce fuori campo di un narratore a cui chiedi continuamente “e poi? Continua! E poi?” nascondono un’energia comunicativa straordinaria che avvince e scuote.