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Milano, spazi sociali e pandemia

Come nessuno gode a essere stipato nella ressa durante il giorno perché qualcuno dovrebbe invece desiderarlo quando esce la sera?
di Silvia Zambrini - venerdì 6 novembre 2020 - 624 letture

Nonostante le contrarietà iniziali, il distanziamento umano sta modificando abitudini che forse sarebbe bene si consolidassero nel tempo come già avviene altrove. Nei paesi anglosassoni non stare troppo vicino a un altro e moderare i toni è forma di rispetto perché, al di là del Covid e delle sensazioni personali, germi e microbi possono trasmettersi, ancora di più parlando a voce alta. Del resto evitare il contatto ravvicinato non significa isolarsi e gli ultimi mesi di distanziamento indotto lo hanno in parte dimostrato: anche in una città come Milano, dove tutti sembrano andare di fretta, sono nate nuove realtà di persone che, con le dovute precauzioni, si incontrano nei giardini e nei Caffè. Questi ultimi si sono attrezzati ampliandosi all’esterno secondo le nuove disposizioni per non ostacolare il transito pedonale.

Piazzali, vie e giardini hanno ripreso ad essere vissuti specie dagli anziani, un po’ come quando si rivaluta qualcosa cui a lungo si è dovuto rinunciare. In alcuni casi sono state aggiunte sedie e panchine precedentemente tolte allo scopo di allontanare girovaghi e Clochard secondo una strategia che (forse adesso ce ne si sta rendendo conto) punisce anche i cittadini.

In fase di pandemia l’assembramento umano è il nemico numero uno e si cerca di evitarlo anche attraverso misure di adeguamento come quelle appena descritte. Ma questo termine, diventato una sorta di ritornello inquietante, meriterebbe un approfondimento. Il raggruppamento spontaneo tra persone per lo più sconosciute può dipendere da altre situazioni. Ad esempio si teme il contatto ravvicinato degli alunni ma non si considera quello dei genitori che stazionano davanti alle scuole, o degli studenti stessi a fine lezione. Si cerca di evitare affollamenti statici ma si trascurano quelli che riempiono treni, autobus e metropolitane.

E così si va a penalizzare principalmente i luoghi della cultura e del tempo libero anche se nelle sale da concerto, ristoranti ecc. vengono rispettate distanze e norme di sanificazione.

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Coprifuoco a Milano - © Steffen Schmitz - CC-BY-SA-4.0

Generalmente si pensa alla folla come qualcosa che l’individuo subisce durante giorno e va cercando nelle ore di svago, forse perché in quei frangenti la fiumana si presenta più allegra e variopinta: negli stadi, ai concerti, durante la movida che già da prima costituiva un problema perché questi particolari assembramenti si formano in prossimità di locali notturni di un certo richiamo e continuano anche dopo la loro chiusura, avvalendosi della vendita di abusiva di alcolici e altro. Degenerando in una condizione di insonnia permanente e segregazione coatta per i residenti.

Al di là delle apparenze e dei casi particolari gli assembramenti si formano, si disfano e con la stessa spontaneità si rinnovano lì dove magari non c’è niente a parte l’uscita di un cinema, un museo o una discoteca. Più volte in questi mesi di dibattito urbano si è ritenuto inconcepibile costringere un giovane o chicchessia a mantenere un metro di distanza in occasioni di socialità come lungo i Navigli Milanesi.

Ma a ben pensarci cosa ci sarebbe di triste o esageratamente coercitivo in tutto ciò? Come nessuno gode a essere stipato nella ressa durante il giorno perché qualcuno dovrebbe invece desiderarlo quando esce la sera?

Il bisogno di assembramento fitto potrebbe in parte valere per le discoteche attraverso una sua funzione inebriante ma non per incontrare amici all’aperto: numerose di fatto sono le strade pedonali in cui si sta fermi o si cammina, da soli o in compagnia, preservandosi dal contagio e senza costituire assembramento selvaggio (ad esempio via Sarpi nel quartiere cinese a Milano).

L’assembramento collaterale, che degenera, non c’entra con la mancanza di spazio: le città ridondano di aree vuote dove le folle possono diluirsi (specie di notte) pur mantenendo situazioni di socialità. È anche e soprattutto un fatto di gestione dello spazio comune secondo un concetto di sua funzionalità primaria da noi ancora debole. In altri contesti urbani la strada, quale luogo di transito e vivibilità per chi ci abita, viene prima di tutto: l’assenza di veicoli parcheggiati in doppia fila o di qualsiasi intralcio ne è una dimostrazione, così come il silenzio dopo un certa ora la sera.

Lo stato di pandemia ha evidenziato problemi in parte già esistenti. Certo il rischio Covid rende tutto più laborioso perché non si può prevedere ogni possibilità di contagio o fare appello totalmente alla responsabilità del singolo. Ma così come i cittadini di giorno hanno ripreso ad apprezzare gli spazi pubblici attraverso il distanziamento e l’uso delle mascherine, anche gli orari della sera e della notte possono essere vissuti responsabilmente. Adesso come in seguito. E l’oggetto da tenere sotto controllo non è l’evento in se ma i raggruppamenti paralleli che lo introducono, lo prolungano, lo affiancano.

Chi risponde degli assembramenti fuori da un ufficio pubblico, da una scuola o da un Bistrot? Se non esiste un diretto responsabile (preside, direttore, gestore ecc.) di questi tempi si agisce in nome del contagio, e più avanti del diritto al transito e alla quiete notturna.

Il desiderio di un maggiore senso civico dal basso già si sente perché questa amara esperienza ha imposto a tutti una riflessione su come si possa fare e ricevere del danno senza nemmeno accorgersene. Ora sta alle autorità preposte cogliere questo stimolo di attenzione reciproca senza ignorare che l’apprendimento, la divulgazione e le attività del tempo libero sono risorse indispensabili per la crescita culturale ed economica di una società che si consideri evoluta. Specie in un momento come questo.



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