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Milano e la mala: una mostra fotografica da vedere

La storia criminale della città, dalla rapina di via Osoppo a Vallanzasca
di Adriano Todaro - martedì 23 gennaio 2018 - 3985 letture

Nel bellissimo e storico palazzo Morando, in pieno centro di Milano, in via S. Andrea, traversa di via Monte Napoleone, sino all’11 febbraio, c’è una mostra, non solo fotografica, dal titolo “MILANO E LA MALA. Storia criminale della città, dalla rapina di via Osoppo a Vallanzasca“.

Certo le fotografie, tutte in bianco e nero, la fanno da padrona e sono ben 140. Poi, però ci sono i cimeli (mitra, pistole, documenti delle indagini, le sbrecciate scrivanie dei poliziotti di via Fatebenefratelli, le divise, le monumentali macchine per scrivere e, finanche, una volante della polizia, nel cortile di Palazzo Morandi). E così fra gli stucchi e i cassettoni di questo palazzo, oggi sede del Museo di Milano e della collezione Costume Moda Immagine, si racconta la storia della criminalità a Milano tra la fine degli anni Quaranta e la metà degli anni Ottanta. Fotografie spesso sgranate pubblicate dai quotidiani dell’epoca, dal Corriere d’Informazione alla Notte. Fotografie di grandi fotoreporter, veri artigiani della fotografia come Tullio Farabola o la Publifoto di Vincenzo Carrese.

Non è solo la storia della “mala”, è anche la storia di una città. Una città ancora nebbiosa, ancora con i quotidiani del pomeriggio che “sparano” in prima pagina, con caratteri alti e neri, le vicende dei personaggi malavitosi dell’epoca. Una Milano con gli strilloni dei giornali nelle strade, con le 1100 Fiat e le Giardinette, con il Leoncino OM utilizzato per la rapina di via Osoppo nel 1958, con i “ghisa”, i vigili urbani di Milano, con l’alto cappello sul capo.

Non è solo una storia attraverso fotografie e cimeli, ma un percorso con la finalità di sollecitare riflessioni e ricordi. Soprattutto per i più giovani è un affresco, uno scorcio di quegli anni, dove si possono leggere, attraverso le fotografie in mostra, anche le motivazioni di una rivolta che anni dopo diventerà patrimonio di tantissimi giovani. Non è un caso che uno dei protagonisti di quell’epoca, Ezio Barbieri, il bandito dell’Isola-Garibaldi, oggi quartiere modaiolo in mano a “creativi” e stilisti, alla domanda del perché fosse divenuto un rapinatore, così rispondeva: “Sono diventato bandito perché vedevo tutte le mattine mia madre alzarsi alle quattro e fare la coda per avere mezzo chilo di pane. C’era una metà della città che viveva sull’altra metà, una prendeva all’altra e l’altra subiva”. Barbieri era considerato, dagli abitanti dell’Isola, una specie di Robin Hood, giacché ogni settimana distribuiva generi alimentari alle donne del quartiere.

Percorrendo la mostra, la prima fotografia che s’incontra è la rapina di via Osoppo del 1958, definita dai giornali “Il colpo del secolo” e compiuta senza neppure sparare un colpo di pistola. Bottino più di 600 milioni, sei milioni di euro di oggi. Una cifra enorme in un’epoca in cui si faceva fatica a tirare avanti. La guerra era termina da poco più di dieci anni e Milano si leccava ancora le numerose ferite dei bombardamenti alleati. Le pagine dei giornali esposti, dopo che i setti banditi sono arrestati, titolano che “L’incubo è finito: trenta e lode alla polizia”. In realtà, come scrive Indro Montanelli sul Corriere, moltissimi milanesi fanno il tifo per i banditi.

Siamo ancora alla visione poetica e romantica della malavita. Quella che è chiamata ligera, i borsaioli che lavorano con leggerezza, i banditi con le pistole-giocattolo, biscazzieri, ladri di appartamenti, i piccoli traffici spesso compiuti solo per sopravvivere. Chi delinque sono spesso disoccupati, addirittura artigiani. Banditi con un codice di comportamento preciso che frequentano i quartieri popolari e si ritrovano, come si legge nei documenti della questura di Milano, in corso Como, in via Borsieri, in via Pepe, nella cosiddetta casbah di Porta Genova, la Darsena e in tanti altri posti della Milano popolare. Banditi contrastati da poliziotti tenaci e ingegnosi come i commissari Paolo Zamparelli, Mario Nardone (il commissario che riuscì a incastrare Rina Fort nel 1946 che aveva ucciso la moglie e i tre figli del suo amante), il brigadiere Ferdinando Oscuri.

La rapina di via Osoppo è l’ultima azione di questo mondo ma contemporaneamente rappresenta un salto di qualità del mondo della malavita. All’inizio del 1960 cambia la società e cambia anche la mala. Si organizzano bande di malavitosi che puntano al controllo del gioco d’azzardo, della prostituzione, del traffico di droga. Fra il 1960 e il 1980 la criminalità milanese si è strutturata in modo completamente diverso che nel passato. Sono gli anni di Francis Turatello, Angelo Epaminonda e Renato Vallanzasca. Sono personaggi che frequentano night come il PussyCat, il Bounty, Le Roi, il Bang Bang, l’ippodromo di San Siro, le bische dei circoli privati, che vanno in giro in pelliccia, accompagnati da bionde provocanti, a bordo di macchinoni. Con loro ci sono le prime sparatorie per le strade milanesi, gli inseguimenti della polizia, i sequestri di persona, regolamenti di conti, traffico di stupefacenti, rivolte nelle carceri.

Dopo il cosiddetto “miracolo economico”, la criminalità è più decisa, spara senza problemi. A Milano arrivano i marsigliesi, c’è la banda Cavallero, le rapine in banca, il “solista del mitra” Luciano Lutring. La mostra dedica molte foto a Vallanzasca: Renato da bambino, il primo fermo, l’elegantone con la camicia con i colletti a punta, il suo matrimonio, in carcere, con aragoste e champagne e con testimone il sodale Turatello denominato “Faccia d’angelo” e affiliato, come del resto Angelo Epaminonda, alla P2 di Licio Gelli.

Eppure anche questa stagione sta scomparendo. Sono passati tanti anni, i banditi hanno fatto anni e anni di galera. Ormai sono fuori, ma irrimediabilmente vecchi e malati. Molti di questi banditi sono morti. Renato Vallanzasca, l’ex pericolo n. 1, si fa beccare a rubare, qualche anno fa, un paio di mutande all’Esselunga e si gioca così la libertà provvisoria. Lui che ha assommato 4 ergastoli e condanne per 296 anni di carcere!

Dagli anni ’80 in poi, Milano è invasa dalle mafie, spesso in guanti bianchi. Si ammazza meno ma si corrompe di più, si ruba di più con la speculazione finanziaria e cementifera. Sono gli “anni di fango”, titolo azzeccato di un libro di Diego Novelli. Gli anni delle stragi nere, dei grandi scioperi, delle bombe sui treni e alla stazione di Bologna. Gli anni della “Milano da bere”.

Opportunamente, alla fine del percorso, c’è uno dei pannelli che spiegano quel determinato momento storico. Questo si titola: “La finanza criminale”. E’ il giusto epilogo della mostra perché oltre a Sandro Bezzi, a Gino lo zoppo, alla banda di via Osoppo e a tanti altri, non bisogna dimenticare le razzie perpetrate da personaggi come Calvi, Sindona, monsignor Marcinkus, Umberto Ortolani, Licio Gelli, lo Ior, i dirigenti delle banche Ambrosiano, Bnl, Monte dei Paschi, Banca Cattolica del Veneto. Razzie finanziarie che hanno prodotto anche morti pur indossando guanti bianchi.

Michele Sindona sarà ucciso da un caffè alla stricnina nel carcere femminile di Voghera ma, poco prima, riesce a far uccidere l’avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della sua Banca Privata Italiana, finita in bancarotta. Ambrosoli è ucciso nella notte fra l’11 e il 12 luglio 1979 per mano del killer mafioso americano William Aricò.

Un perverso legame fra finanza e malavita organizzata.

La mostra, curata da Stefano Gallo, avrebbe potuto suscitare nel visitatore una sorte di nostalgia di quegli anni. La nostalgia è sentimento nobile ma spesso è anche un’interpretazione rassicurante. Gallo ha saputo, invece, scegliendo quelle immagini, documentare l’evoluzione della malavita in città, senza nessuna indulgenza, senza romanticizzare la criminalità di quegli anni, presentandoli a tutti noi per quello che erano: dei malviventi.

Una mostra da vedere e da far vedere ai giovani, alle scuole. Perché solo dalla consapevolezza, dalla conoscenza, si può guardare il futuro con una visione più ampia, meno settoriale, più ottimista. Una mostra per conoscere meglio Milano e il suo passato. E, quindi, il suo futuro.


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