Domenica scorsa, ad Arcore, la polizia carica un centinaio di manifestanti che tentava di raggiungere la villa di Berlusconi. Il giorno prima, almeno 12 mila persone accorrono al Palasharp chiamati da "Libertà e Giustizia" per chiedere le dimissioni del presidente del Consiglio
Giacomo Sicurello, 23 anni, di Milano, esponente No Expo di Desio e Simone Cavalcati, 21 anni di Sant’Angelo Lodigiano, in provincia di Lodi, saranno giudicati dal Tribunale di Monza dopo essere stati fermati durante gli incidenti di domenica 6 febbraio, ad Arcore, mentre con un centinaio di persone tentavano di avvicinarsi alla villa di Silvio Berlusconi.
Una giornata, quella di domenica 6, cominciata bene, con un bel sole e finita male con cariche, arresti, feriti, rabbia e, soprattutto, un senso d’impotenza nel non riuscire a catalizzare nell’unità tutte le forze antiberlusconiane.
L’appuntamento era stato organizzato dal Popolo viola e prevedeva in Largo Vela, di fronte al Municipio, un presidio dalle 14,30 alle 20. Un presidio gioioso, ironico, colorato, con canti, balli, con cartelli con scritto “Silvio hai le orge contate, dimettiti”, con ragazze e ragazzi che avevano sulla testa piccolissimi slip, con ragazzotti che ostentavano parrucche colorate, calze a rete, seni finti, minigonne. Ed ancora cartelli ironici come quello che recitava “Non voglio più lavorare per pagarmi l’affitto, mi inviti alle tue feste?” o quello che auspicava una statua ad Arcore “così noi saremmo i tuoi piccioni”. Ma non solo questo. Il grido che avvolgeva tutti era “Fuori la mafia dallo Stato, fuori lo Stato dalla mafia”. Il canto: “Bella ciao”.
E poi tante testimonianze dal palco, in pratica tutti coloro che volevano o avevano qualcosa da dire, potevano salire sul palco e dirla dal microfono. E così c’è stato l’operaio disoccupato, la giovane di Milano libera, l’associazione legata all’Agenda rossa di Borsellino, lo scrittore che scrive i suoi libri a mano, con la penna, l’ex consigliere regionale verde Carlo Monguzzi, lo studente, il regista di un filmato sulle Camicie verdi e tanti altri.
Poi, attorno alle 17,30, il programma si sconvolge. Già durante le testimonianze dal palco, ogni tanto si sentiva gridare “Andiamo in villa” e “Corteo”. Dal palco la speaker, periodicamente, faceva presente che nessun corteo era stato autorizzato e la finalità degli organizzatori non erano scontri ma testimonianze. Ho potuto notare, vicino a dove mi trovavo io, gruppi di ragazzi, giovani e giovanissimi, completamente ubriachi che inneggiavano alla possibilità di andare “in villa”. E la villa è naturalmente Villa San Martino che dista, da dove si tiene il presidio, poche centinaia di metri, una delle residenze di Silvio Berlusconi.
Ad un certo punto un gruppetto si stacca dal presidio e tenta di avvicinarsi alla villa. Hanno le mani alzate a significare che non hanno oggetti contundenti. Si grida che “Il corteo è un nostro diritto”, “Arrestatelo!”. Le vie che conducono alla villa sono isolate da un cordone di sicurezza, una specie di “zona rossa”. Ed è lì che sono scattate le cariche. Si attua il “grande trappolone” per poter dire, poi, alla fine della manifestazione che i manifestanti “sono squadristi inconsapevoli” (Capezzone dixit!).
Sono volate manganellate, ragazzi finiti per terra, una ragazza urlante di dolore per la manganellata che l’ha presa proprio sull’avambraccio. Una bottiglia ha colpito un vicequestore che è stato accompagnato all’ospedale. Diversi i feriti fra i manifestanti che hanno preferito non farsi curare all’ospedale. Un centinaio di manifestanti si sono poi spostati all’incrocio fra via Roma e via Casati lunga la strada che collega Usmate a Villasanta e hanno bloccato il traffico e anche qui ci sono stati scontri con la polizia.
Mentre dal palco continuavano gli interventi, giravo fra la folla osservando bene i visi dei manifestanti. In grandissima maggioranza giovani e giovanissimi, tantissime ragazze. C’era, però, un’assenza. Mancavano i cittadini di Arcore, tutti nascosti dietro le persiane chiuse della piazza o, forse, in tutt’altra parte della città. Un gazebo del Pd che raccoglieva le firme per far dimettere Berlusconi e, attorno alle 17, un banchetto che raccoglieva firme per la scuola pubblica. Tutta qui la società civile.
Il giorno prima, sabato, c’era stata invece la manifestazione al Palasharp di Milano organizzata da “Libertà e Giustizia” l’associazione presieduta da Sandra Bonsanti, giornalista di Repubblica, direttore, nel passato, de Il Tirreno e che ha come presidente onorario il costituzionalista Gustavo Zagrebelsky.
Il Palasharp di Milano contiene 9 mila posti che sono andati presto esauriti dalla gran massa di cittadini che sono accorsi e aderito all’appello di “Libertà e Giustizia” che aveva solo una parola d’ordine “Dimettiti!”. Sin da mezzogiorno è cominciata la coda davanti ai cancelli del tendone che è andata sempre più allungandosi sino alle 13,30 quando si sono aperti i cancelli. Se 9 mila persone sono potuti entrare, almeno altri 2 mila e 500 sono restate fuori ascoltando gli interventi dagli altoparlanti.
Una manifestazione lunga quattro ore con un pubblico attentissimo e plaudente ogni qual volta i relatori pronunciavano la parola Costituzione e invettive e richieste di dimissioni ogni qual volta si pronunciava il nome del presidente del Consiglio.
Oltre a Sandra Bonsanti, sono intervenuti o erano semplicemente presenti a testimoniare la loro posizione, il pianista Maurizio Pollini, Roberto Saviano, il direttore dell’Unità, Concita De Gregorio, le cantanti Milva e Irene Grandi, la costituzionalista Lorenza Carlassare e poi Lella Costa, Carlo De Benedetti, Moni Ovadia, Gad Lerner, la voce dei Rokes Shel Shapiro e l’autrice del bellissimo libro “Il corpo delle donne”, Lorella Zanardo che ha presentato un video su come la donna viene utilizzata da diversi programmi televisivi. E non è finita perché è intervenuta anche la segretaria Cgil Susanna Camusso, il candidato sindaco di Milano Giuliano Pisapia, Carla e Bice Biagi, Giovanni Bachelet. Visto nel parterre, anche Dario Franceschini. Con un messaggio video è apparso anche, applauditissimo, l’ex presidente Oscar Luigi Scalfaro, certamente anziano ma molto lucido nei suoi ragionamenti in difesa della Costituzione il quale ha invitato a non arrendersi mai perché “dobbiamo credere fino in fondo nella libertà, nella dignità, nei diritti della persona umana e nei doveri, crediamo fino in fondo in questa sostanza di democrazia nella quale l’uomo ha diritto di vivere e di operare per gli altri prima e poi anche per sé”.
Ironico e gustoso l’intervento dello scrittore Umberto Eco che dipinge il presidente del Consiglio come schizofrenico ed è “Per questo, non per il suo eccesso di satiriasi, bisogna chiedergli di dimettersi”. Il riferimento è alla vicenda dell’estradizione di Cesare Battisti vicenda per la quale il presidente invoca il rispetto delle sentenze della magistratura, ma non quando i magistrati toccano lui. Da qui l’accusa di essere schizofrenico e poi un riferimento all’Egitto quando afferma che sapevamo “Che il presidente del consiglio avesse con Mubarak in comune una nipote, e invece ha anche il vizietto di non voler dimissionare”.
In collegamento telefonico, da Firenze, il contributo dello storico Paul Ginsborg, assente dal Palasharp per malattia che insiste su un concetto perverso di Berlusconi: “Abbiamo avuto in questi sedici anni la versione perversa di Silvio Berlusconi, del rapporto fra pubblico e privato, una versione che invitava tutti ad essere predatori sul pubblico. Io penso che sia venuto il momento di ripensare quel rapporto fra pubblico e privato. E di salvare l’Italia”.
Già, salvare l’Italia. Dopo sedici anni di cultura berlusconiana non è facile, anche perché chi doveva fare l’opposizione si è distratto se non favorito Berlusconi. E’ questo il dramma del nostro Paese. E questa similitudine fra forze politiche diverse, quell’usare gli stessi mezzi lo sottolinea, anche senza far nomi, come è suo costume, lo scrittore Roberto Saviano.
Accolto da un grande boato o, come dicono gli americani, da una “standing ovation” da un pubblico quasi tutto in piedi ad applaudirlo, Saviano arriva sul palco a manifestazione ormai cominciata da più di un’ora. Ormai è diventato un’icona. Con lui, sul palco, anche la sua scorta. Saviano ha affermato che “La democrazia vive in ostaggio del voto di scambio e metà del Paese scambia il voto per 50 euro, 15 per le primarie”. Poi, parafrasando don Lorenzo Milani si è chiesto e ha chiesto: “Che senso ha avere le mani pulite se si tengono in tasca?”. La chiusura del suo intervento è un dissenso profondo con questo governo: “L’Italia oggi – ha affermato lo scrittore – non è un Paese libero. Non siamo al fascismo, ma la democrazia è in ostaggio”.
Ovazione anche per la segretaria della Cgil, Susanna Camusso che però è stata interrotta dal grido “Sciopero generale” che lei non ha raccolto e non ha detto nulla su questo. Ha preferito sviluppare il suo intervento sull’esigenza di “ritrovare le parole antiche” come “diritti, responsabilità, doveri, rispetto”, di riscoprirsi come “persone e non corpi divisi dalle menti, persone e non oggetti in vendita”.
Importantissimo l’intervento, e anche la chiusura del presidente onorario di “Giustizia e Libertà”, Gustavo Zagrebelsky e della collega costituzionalista Lorenza Carlassare.
Prima ancora che la manifestazione termini, già arrivano le prime bordate dei servi del Sultano. Il ministro Bondi batte tutti e alle 16,30 già afferma in un comunicato che bisognerebbe essere grati a Berlusconi perché “permette agli uomini liberi e moderati di non essere soverchiati da un mondo carico di livore…”. Poi è un crescendo, dall’ineffabile e un po’ inutile Daniele Capezzone all’ex socialista Fabrizio Cicchitto, l’uomo della P2. In mezzo, le dichiarazioni di Isabella Bertolini (vice di Cicchitto) e Osvaldo Napoli (vicepresidente dei deputati Pdl). E’ un vaneggiamento totale e tutti parlano di “fascismo di sinistra” e di “nuovo Piazzale Loreto”. Poi, di sera, cerca di dare il proprio contributo anche Augusto Minzolini, sfiduciato dalla redazione che imperterrito continua a nascondere le notizie agli italiani perché così vuole il suo padrone. Il TG1 parla poco del Palasharp. Ciò che risalta sono invece le dichiarazioni dei suoi sodali e, soprattutto, le parole “Piazzale Loreto”.
Alle 19 si esce dal Palasharp ordinatamente. Sui visi dei manifestanti la consapevolezza che stiamo attraversando un momento delicatissimo. Il regìme è ancora forte, molto forte. Tantissimi italiani credono ancora alle lusinghe del Sultano. Ma anche la consapevolezza che ce la possiamo fare a dare una spallata all’anticultura arcoriana.
E domenica, 16 febbraio, sempre a Milano, si replica. Con le donne e con lo slogan “rubato” a Primo Levi: “Se non ora, quando?”.