E’ durata poco la "rivoluzione arancione". Scontro fra il sindaco Pisapia e l’assessore Boeri. C’è di mezzo l’Expo, ma non solo. Intanto Pisapia si rimangia lo stop alle auto
martedì 29 novembre 2011, di Adriano Todaro - 292 letture
Milano comincia di nuovo a puzzare. Abbiamo sognato in arancione e ci siamo risvegliati, pochi mesi dopo le elezioni amministrative, grigi. La primavera sembra finita, finiti i buoni propositi di dar corpo ad un contatto continuo con i cittadini, una comunicazione, come si diceva in campagna elettorale, trasparente perché loro, i cittadini, sono i veri protagonisti della rivoluzione milanese.
E invece no. Contrordine compagni! Si ripercorrono vecchie logiche partitiche, personalismi dove l’apparire è ancora, come nel passato, un punto irrinunciabile per gli amministratori comunali. La recente diatriba fra il sindaco Giuliano Pisapia e l’assessore Stefano Boeri non fa che gongolare l’opposizione, non fa che portare acqua al mulino del qualunquismo perché ora diventa facile affermare che la sinistra non sa governare, che è litigiosa, che non tiene conto degli interessi generali della popolazione.
C’è qualcosa che non va a Milano. Era nell’aria anche prima dello scontro fra Pisapia e Boeri. Era sottotraccia ma esisteva e non erano certamente le affermazioni dialoganti di questo o quell’assessore a non far vedere ciò che stava bollendo. La causa di tutto è l’Expo, ma più in generale è una concezione diversa di come debba essere la città nel futuro. Due visioni, quella di Pisapia e Boeri, completamente diverse.
Pochi giorni fa Pisapia aveva promesso un nuovo stop alla circolazione delle auto. Non si è fatto nulla. Dopo un incontro con Provincia e sindaci della provincia tutto è restato come prima. Pisapia si è rimangiata la decisione, la destra ha vinto e hanno vinto le lobby degli automobilisti e dei commercianti. In centro, a Milano, si può inquinare liberamente. Gli unici che non potranno farlo sono coloro che possiedono auto Euro 3 diesel. Ma non era quello che si rivendicava in campagna elettorale.
Ora si dice che non c’è collegialità in Giunta, che prima di parlare gli assessori debbono informare la Giunta e amenità del genere. Tutte balle. La realtà è che a Milano la borghesia di sinistra ha espresso due prime donne, due protagonisti ed ognuno di loro vuole essere al centro dell’attenzione dei media e dei poteri che contano in città.
Pisapia è il sindaco che è stato amato anche da chi non lo conosceva. Da chi ‒ stanco dell’inconcludenza, della pochezza del duo Letizia Moratti-Riccardo De Corato ‒ aveva dato il voto a questo avvocato, figlio di avvocati, ricco avvocato di sinistra che ha sempre partecipato alle battaglie democratiche in città e in Parlamento. Stefano Boeri, architetto celebre e celebrato era stato mandato dal Pd per essere l’antiPisapia nelle primarie. Non ce l’aveva fatta ma nelle elezioni aveva preso ben 13.500 voti, il più votato dopo Berlusconi ed era diventato assessore.
Personaggio egocentrico e senza dubbio arrabbiato di non essere lui il sindaco di Milano, pur tuttavia Boeri (che è anche capo delegazione del Pd) dice alcune cose che non si possono contestare. Come quella affermata alcuni mesi or sono quando aveva denunciato che la Giunta (di cui lui fa parte) pagava a peso d’oro, al Gruppo Cabassi, le sue aree per l’Expo come se fossero edificabili. In questi giorni una nuova accusa a Pisapia: la gestione dell’Expo è nelle salde mani del presidente della Regione Roberto Formigoni mentre il Comune ha un ruolo del tutto marginale.
Tutte cose vere. In più si aggiunge anche un altro problema, quello di spostare il nuovo museo di arte contemporanea, il Mac. Questo è un progetto da 45 milioni di euro per 18 mila metri quadrati di superficie. Boeri non è d’accordo ed è preoccupato per le spese di gestione e allora propone di spostare il museo presso l’ex fabbrica Ansaldo dove già un architetto inglese sta lavorando ad un progetto per farlo diventare un polo di "culture extraeuropee". Altro litigio fra i due e restituzione delle deleghe di Boeri nelle mani del sindaco che ora dovrà decidere cosa fare.
Non è semplice perché qui entra con tutta la sua potenza la politica, anche nazionale. Censurare o licenziare Boeri significa, in pratica, fare a meno del Pd perché Boeri, ricordiamo, è capodelegazione di questo partito, significa sconfessare questo partito. E Pisapia non può permetterselo. Esponenti nazionali di questo partito hanno già cominciato a muoversi per cercare di aggiustare la diatriba, per trovare una via d’uscita. E’ l’eterna pratica cincischiosa delle segreterie politiche, la politica delle pezze, del rattoppo, degli appelli al senso dello stato, delle spartizioni e degli aggiustamenti in Giunta. Il tutto sulla testa dei cittadini. Tutti metodi che i milanesi, votando Pisapia, non immaginavano più di rivedere.
Com’era bella la primavera arancione milanese. Com’era bello il sogno che avevamo fatto. La realtà, invece, è come il cielo della Milano invernale, plumbeo.
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