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Miele

Regia di Valeria Golino (Ita, 2013, drammatico, 96 min.) Con Jasmine Trinca, Carlo Cecchi, Vinicio Marchioni, Libero De Rienzo, Iaia Forte.

di Orazio Leotta - martedì 14 maggio 2013 - 4656 letture

(Jasmine Trinca), nome d’arte Miele, fa un lavoro singolare. Aiuta la gente a farla finita. Per sempre. Di tanto in tanto si reca in Messico ove si procura il Lamputal che le farmacie locali commerciano per uso veterinario (per sopprimere i cani in fin di vita e risparmiare loro inutili sofferenze). Il “cliente” le viene segnalato da un amico, suo ex fidanzato, che lavora in ospedale. Le persone di cui lei si “occupa” sono tutte consenzienti, decisi a togliersi la vita; ciascuno si porta sul groppone le proprie vicende personali e le più disparate problematiche di salute. miele-al-cinema-dal-1-maggio-il-film-di-valeria-golino-23-620x350[1]

Ma davvero sono così decisi a farla finita? Non sembrerebbe dall’analisi delle singole reazioni sotto gli occhi di Irene, ma la risposta è si, e non te l’aspetti. E’ una domanda che Irene si pone e in effetti qualche dubbio nello spettatore si insinua. La prima signora, dopo aver ingerito il velenoso farmaco, chiede quanto tempo di vita le resta adesso, e sembra non gradire che la risposta è: solo due o tre minuti. Il ragazzo di Treviso, negli ultimi secondi di vita vuole per l’ultima volta guardare attraverso la finestra. Finestre, finestrini d’aereo, vetrate, sono una costante nel film, ma spesso sono chiuse, come una barriera tra l’anima e la vita. E il vecchio Grimaldi? Irene anche con lui compie tutta la trafila, ma qualcosa s’inceppa, non sul piano materiale ma su quello interiore. Grimaldi non è un malato terminale, non ha nessuna grave malattia.

E’ molto depresso e quanto vissuto gli basta e avanza. Irene, saputo questo, intende ritirarsi dal suo compito. Fra un tira e molla continuato fra i due nasce a poco a poco un affetto, più o meno inconsapevole; cominciano a cercarsi. Il bisogno di Irene è più pragmatico, ha necessità di saperlo vivo, che non ha proseguito nella “terapia” (dopo averne “uccisi” tanti, forse ne vuole salvare uno - affinità col padre anziano e sofferente); il bisogno di Grimaldi è più psicologico, avverte affetto attorno a lui, finge pure, ma vuole arrivare al suo obiettivo recondito: che lui possa essere importante per qualcuno. Grimaldi sostiene, fra le altre cose, che la cupola della Moschea Blu a Istanbul si regge grazie a un processo naturale di ventilazione, una sorta di corrente dal basso verso l’alto.

Ebbene, al termine di un convulso e non scontato finale, Irene vorrà verificare di persona la verità di Grimaldi liberando un foglio di carta (non uno qualsiasi) all’interno della moschea nella curiosità di sapere se volerà verso l’alto oppure no. Colonna sonora ridotta al minimo (sette, otto canzoni al massimo nei momenti cruciali, poi solo dialoghi o espressioni del viso ancora più potenti dei dialoghi). Jasmine Trinca è convincente. Nelle espressioni verbali, Grimaldi (il personaggio interpretto da Carlo Cecchi) ricorda lo smemorato di “La Finestra di Fronte”.

Il film è intriso di metafore e di voluti contrasti portati all’eccesso: una su tutte, la gente sulla spiaggia fa sempre tante capriole, è in grande salute (in contrasto coi malati terminali rappresentati). Come a tracciare all’unisono gli estremi del quotidiano ove in mezzo si dipana la vita, con tutte le sue difficoltà e problematiche, ma sempre vita, che come un mezzo di locomozione ( i tanti treni, bus o aerei del film) vale la pena salirci sopra.


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