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Messina, l’Operazione antimafia Beta e la ferrea legge del cemento

Il più sicuro investimento con i maggiori riscontri economici rimane l’edilizia. In modo particolare, quando gli appalti sono garantiti dagli amici giusti.
di Antonio Mazzeo - martedì 19 giugno 2018 - 1161 letture

Nuove verbalizzazioni con nomi “pesanti” quelle rese ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Messina dal costruttore Biagio Grasso, neocollaboratore di giustizia e imputato chiave del procedimento Beta sugli affari economici e finanziari della “famiglia” Romeo-Santapaola. Gli inquirenti hanno depositato al processo apertosi lo scorso 7 giugno, la trascrizione dell’interrogatorio del 2 febbraio 2018, quando Biagio Grasso fu invitato a riferire quanto di lui a conoscenza su alcune operazioni immobiliari in corso a Messina, protagonisti alcuni noti operatori locali.

“Nulla so in ordine a recenti operazioni in città da parte degli imprenditori Vincenzo Vinciullo a Antonino Fiorino”, esordisce Grasso. “Posso soltanto dire che i lavori di movimento terra del complesso immobiliare della zona ex Macina saranno effettuati da Giuseppe Mancuso, Daniele Mancuso o aziende a loro collegate. Tutto il movimento terra riguardante i cantieri di Vinciullo viene effettuato da Daniele Mancuso. So che il Vinciullo ha un’operazione a Torrente Trapani. Io e Vincenzo Romeo gli abbiamo proposto di acquisire altra operazione riguardante la Residenza Immobiliare Srl di Torrente Trapani alto. La circostanza relativa alla realizzazione dei lavori di demolizione e ricostruzione nell’area ex Macina da parte di Daniele Mancuso mi è stata riferita dallo stesso, quando io e Romeo abbiamo proposto la cessione a Vinciullo di nostre operazioni immobiliari; lui infatti ci disse che il Vinciullo aveva già in corso di realizzazione molti altri progetti edilizi… Mancuso del resto faceva lavori anche per conto nostro su segnalazione di Vincenzo Romeo”.

Un vero e proprio signore dell’acciaio e del cemento, Vincenzo Vinciullo. Egli risulta amministratore unico, titolare e socio di numerose aziende di costruzioni e di import-export di prodotti siderurgici (Vinci Immobiliare; Rio Verde; Sole Mare; Residence Villa Dante; Marina di Vulcano; Edil Faro; Maré Costruzioni; Edileg; Dott. Enzo Vinciullo & C; Idea 2000; Immobiliare 4V srl; Archimede Residence). Le imprese di Vinciullo hanno realizzato di tutto e di più da una parte all’altra della città: villette a schiera in riva al mare in località Rodia; residence di lusso in località Margi, Torre Faro; i palazzoni “Manzoni” in pieno centro, “San Michele” sullo svincolo di Giostra e “Villa Nunzia” nel Viale Regina Margherita; il grande e brutto residence “Archimede” a due passi dall’ingresso autostradale di Boccetta; i complessi “I Gabbiani” sulla Panoramica e “Marè” a Santa Margherita, ecc.. L’ultimo “gioiello” è “La Nuova Macina”, proprio il complesso edilizio menzionato dal collaboratore Biagio Grasso: villette con giardino, locali commerciali e ampi parcheggi di fronte al Lago Grande di Ganzirri, nell’area che ha ospitato per decenni uno dei ritrovi più “cari” ai messinesi (ristobar, pizzeria, discoteca, ecc.). Una forza costruttrice inarrestabile quella di Vinciullo; solo una volta, nel 2012, gli fu soffiato in extremis l’affaire degli ex “Magazzini generali” nella centralissima via Vittorio Emanuele, zona porto, che l’Amministrazione Comunale intendeva cedergli nonostante fosse gravata dal pignoramento di alcuni creditori dell’ente locale.

Pur dichiarando di sconoscere la portata degli affari imprenditoriali di Vincenzo Vinciullo, il costruttore-collaboratore Biagio Grasso ha ammesso di averlo conosciuto personalmente. “Vorrei riferire di un episodio raccontatomi da Vincenzo Romeo che riguarda un omicidio commesso da Aldo Ercolano, cugino del Romeo, durante un pranzo al quale era presente anche l’imprenditore messinese Vincenzo Vinciullo e nel corso del quale si discusse di affari che riguardavano un’acciaieria di nome Megara che successivamente si è trasformata in altra denominazione sociale”, ha verbalizzato Grasso nell’interrogatorio condotto dai magistrati antimafia peloritani, il 10 gennaio 2018. “Il Romeo mi raccontò questo episodio per dirmi che il Vinciullo sapeva perfettamente lo spessore criminale della famiglia Romeo-Santapaola e che non avrebbe certamente rifiutato la proposta che noi volevamo fargli di acquisire alcune operazioni che eravamo intenzionati a cedere, tra cui quella relativa a Fondo Fucile, la cubatura di Torrente Trapani e Viale Italia. Infatti io ed il Romeo ci recammo presso l’abitazione-ufficio del Vinciullo sita nei pressi della Panoramica a Messina, unitamente a Gianni Doddis, quest’ultimo cognato di Daniele Mancuso e vicino al clan Romeo. Voglio precisare che il Doddis mi fece presente di essere capo elettore per la zona di Gravitelli di Emilia Barrile, Presidente del Consiglio comunale di Messina. Al Vinciullo abbiamo proposto di acquistare le operazioni sopra riferite ma lui si è riservato di valutare. Mi risulta che il Vinciullo sia anche agente generale per la zona di Messina di una acciaieria di Catania, credo si tratti di Acciaierie Siciliane, per il quale riceve una percentuale”.

Secondo il collaboratore, dunque, il gruppo criminale di riferimento, quello dei Romeo-Santapaola, avrebbe tentato di trasferire al Vinciullo una parte consistente dei propri investimenti immobiliari, in particolare quelli relativi agli alloggi di Fondo Fucile destinati all’Amministrazione comunale di Messina nell’ambito del progetto di risanamento dell’area e il trasferimento delle cubature di alcuni insediamenti abitativi dal Torrente Trapani, ad alto rischio idrogeologico, a un’ex area industriale della centrale via Salandra, progetto da cui si sperava di ottenere notevoli profitti finanziari.

L’intenzione di Biagio Grasso e Vincenzo Romeo di coinvolgere nei propri affari il potente signore dell’acciaio e del cemento era emersa nel corso di alcune intercettazioni ambientali del novembre 2014 (va comunque rilevato che Vinciullo non risulta tra gli indagati dell’Operazione Beta). Come riportano i Carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale (ROS) di Messina nella loro informativa di reato del 7 settembre 2015 e da cui è scaturita l’operazione antimafia Beta, “nelle conversazioni intercettate tra gli indagati il 20 novembre, ulteriori ansie, venivano esternate dal Romeo per la mancata monetizzazione degli investimenti in corso, che determinava una concreta difficoltà a poter contribuire alle contingenti esigenze economiche della famiglia Ercolano colpita da cospicui sequestri patrimoniali”. Nella stessa giornata, infatti, alcuni esponenti del clan Ercolano-Santapaola erano stati arrestati nell’ambito dell’Operazione Caronte della DDA di Catania sull’infiltrazione criminale nel settore della navigazione marittima e delle cosiddette “autostrade del mare”. “Romeo e Grasso discutevano dell’eventualità di vendere a terzi le iniziative imprenditoriali in atto, tra le quali quella per la realizzazione di molti appartamenti a Messina, precisamente in località Fondo Fucile”, annota il ROS. Il costruttore di origini milazzesi, in particolare, era stato intercettato mentre chiedeva a Romeo se era riuscito “ad avere con Vinciullo l’appuntamento diretto di faccia con lui”. “Sì, io con lui l’appuntamento ce l’ho per dire ci sono pure i pro e i contro... perché lui quando vado io sanno io sono questo, hai capito? E già minchia dice come mai? Poi già domani esce un giornale, tanto, dice allora per dire è indagato…”, rispondeva Romeo. “Devi stare attento per questa cosa, perché appena domani vado, parliamoci chiaro, fanno quel ragionamento…. Certo, ammettiamo, domani lo chiamo, dice minchia vuoi vedere ah ... siccome lo sanno…”.

Il senso di quelle parole viene chiarito nel corso della conversazione del giorno successivo, quando Grasso e Romeo si soffermano ancora sul procedimento penale che aveva visto coinvolto il mafioso catanese Vincenzo Ercolano. “Romeo rappresentava a Grasso di non temere le conseguenze di un’eventuale carcerazione bensì il fatto di non essere nelle condizioni, in quel particolare momento storico, di garantire particolari ricchezze alla propria famiglia nel caso in cui ciò fosse avvenuto, a causa dello stallo del momento a tutti gli investimenti effettuati con il complice (ed in merito sottolineava di non aver fortunatamente investito denaro proveniente dalla cassa della famiglia mafiosa di Catania)”, riportano gli inquirenti. “Tu mi credi io questa mattina non sono andato a cercare a nessuno per non sbagliare niente, per evitare io non ci sono andato da Vinciullo”, riferiva Romeo. “Perché io da Vinciullo potevo andarci oggi ... in qualunque veste anche se c’ho il morto dentro ci rido ... se gli devo piangere gli piango .... però in base alle situazioni io sono arrivato in un momento per dire io... Biagio... non mi sta più bene ... non perché per dire tipo ho buttato la spugna…”.

“Romeo appariva estremamente spaventato dall’eventualità di un suo imminente arresto, che qualora si fosse verificato, gli avrebbe precluso la possibilità di sostenere la sua famiglia con le attività illecite gestite fino a quel momento”, spiega il ROS dei Carabinieri. “Ed anche la possibilità di interloquire con altri affermati imprenditori edili locali, che in altri momenti avrebbero potuto accondiscendere alle richieste del sodalizio operando in sua vece attraverso credenziali societarie pulite, erano in quel periodo di forte pressione investigativa in grosse difficoltà per dare ausilio senza correre il rischio di rimanere, a loro volta, coinvolti nelle maglie della rete giudiziaria”.

L’ipotesi del sodalizio criminale di proporre l’affare al costruttore Vinciullo veniva così rinviata a tempi migliori. “In proposito, il Romeo sottolineava di poter contare in qualsiasi momento della collaborazione di tale imprenditore ma di non volerne approfittare per evitare di creargli difficoltà nel caso in cui fosse stata eseguita una misura cautelare patrimoniale nei suoi confronti”, aggiunge il ROS. “E’ necessario a questo punto un breve approfondimento idoneo a comprendere che le indicazioni fornite dal rappresentate della diramazione messinese di Cosa Nostra catanese riguardo alla disponibilità dell’imprenditore Vinciullo, collimano con i datati esiti delle attività investigative realizzate in Sicilia da diverse articolazioni del ROS confluite nell’attività investigativa denominata Sfinge-Grande Oriente, inerenti alla ricostruzione delle dinamiche associative che avevano caratterizzato l’articolazione nissena di Cosa Nostra nel periodo successivo alla cattura del rappresentante provinciale Madonia Giuseppe, nonché i rapporti tra la predetta consorteria, il vertice del governo regionale di Cosa Nostra (rappresentato, dopo la cattura di Salvatore Riina e Leoluca Bagarella, da Bernardo Provenzano) e le analoghe strutture esistenti nelle altre province siciliane. Tale attività, che aveva investito le Procure Distrettuali Antimafia di Caltanissetta, Catania, Messina e Palermo si era avvalsa anche degli esiti del rapporto di natura confidenziale intercorso tra il colonnello dei carabinieri Michele Riccio, già in servizio presso il ROS di Genova, e Luigi Ilardo, cugino di Giuseppe Madonia, a sua volta già condannato per il reato di associazione a delinquere di tipo mafioso, con l’accusa di essere il rappresentante provinciale dell’articolazione nissena di Cosa Nostra, fino alla sua morte (avvenuta in data 10 maggio 1996)”.

Proprio nell’ambito del “rapporto confidenziale” intercorso tra l’ufficiale dell’Arma e il mafioso nisseno, quest’ultimo aveva esibito diverse missive utilizzate nel 1994 per comunicare direttamente con il superlatitante Bernardo Provenzano, “tra le quali alcune attinenti alla regolamentazione dei pagamenti delle estorsioni a Cosa Nostra da parte della ditta Acciaierie Megara di Catania; controversie che avevano coinvolto diverse persone quali Domenico Vaccaro, Francesco Tusa, Nicolò Greco, Leonardo Greco e Vincenzo Vinciullo, gestore di fatto dell’azienda - ed in relazione alle quali Ilardo aveva richiesto l’intervento di Provenzano”.

Nella lettera del luglio 1994, il boss di Corleone aveva risposto di essere “intervenuto personalmente per dirimere la controversia; che a tal fine ne aveva parlato con Francesco Tusa dal quale aveva appreso che il di lui suocero, Greco Leonardo, aveva definito personalmente la questione, discutendone dapprima con l’interessato, Vincenzo Vinciullo, gestore di fatto dell’azienda, e poi con la famiglia di Catania; di avere parlato inoltre, su richiesta del Tusa Francesco, con il fratello del di lui suocero, Greco Nicolò, il quale aveva raccolto le lamentele del Vinciullo. Questi aveva manifestato la sua disponibilità a liquidare le pendenze pregresse con una somma forfettaria ed a riprendere per il futuro i pagamenti, a condizione che gli fosse indicata una persona di riferimento a Catania”.

“Alla luce di quanto sopra – concludono i ROS di Messina nell’informativa Beta - pare estremamente interessante che il predetto, a distanza di più di vent’anni, venisse nuovamente preso in considerazione per risolvere alcune problematiche connesse alla gestione degli investimenti imprenditoriali riservati da un rappresentante della medesima organizzazione criminale che in accordo con Provenzano Bernardo aveva mediato a metà degli anni ’90 il pagamento di ingenti somme di denaro a titolo estorsivo a Cosa Nostra”.

Prima di Biagio Grasso c’era già stato un altro importante costruttore peloritano a soffermarsi sulla figura del Vinciullo, Antonino Giuliano, anch’egli “collaboratore” di giustizia dopo l’arresto per le contestate contiguità con Michelangelo Alfano, l’imprenditore originario di Bagheria, vicino a Leonardo Greco, per decenni rappresentante di Cosa nostra a Messina. Il 23 marzo 2006, deponendo a un processo in corso a Catania, Antonino Giuliano ammise di conoscere “molto bene” il Vinciullo. “Veniva in ufficio da me, eravamo assieme sempre, alla villa a Rometta più avanti di quella di Michelangelo Alfano”, esordì il costruttore. “Vinciullo aveva rapporti con Alfano per lavori e si mettevano d’accordo come era la prassi là a Messina. Non si bisticciavano, però alla fine la parola era sempre quella di Alfano. Non è che Vinciullo può fare 30 appartamenti e si può guadagnare, i soldi sempre di Alfano uscivano. Vinciullo, insomma, costruiva con i soldi di Alfano (…) Vinciullo conosceva il costruttore Giostra perché facevano lavori. A Messina tutte le grosse imprese sono questi qua, Vinciullo, Giostra, Pergolizzi, i lavori cioè se li dividevano loro. Perciò io che lavoravo in subappalto, per forza li devo conoscere. Anche perché ci sono le carte di Vinciullo, di cose che mi dava, i preventivi, e anche lui voleva fare una società con me e alla fine il mio avvocato mi disse non la fare, perché questo appena ti capita nelle mani, che tu sei più piccolo di lui, scompari…”.

Nel corso della deposizione, Giuliano si soffermò pure sui presunti “rapporti” di Vinciullo con alcuni funzionari del Comune di Messina. “Vinciullo non aveva problemi con la pubblica amministrazione perché pagava, perché dovevamo fare un lavoro assieme, a me non mi approvavano il progetto, lui dice All’urbanistica, a tutti i posti ci penso io, dice, tu non devi fare niente. Telefono io qua, non ti preoccupare. E telefonò una volta all’ufficio da me al Comune al dirigente e gli disse non ci sono problemi”. Non ci sarebbero stati problemi, sempre secondo Giuliano, anche sul fronte giudiziario. “Vinciullo mi diceva che aveva buoni rapporti con i magistrati. Tutte le cose che aveva, tutte le cause penali, le cose che faceva, gliele risolvevano…”.

Va comunque precisato che dagli atti del procedimento Beta finora disponibili non si ha notizia di indagini avviate nei confronti di Vincenzo Vinciullo a seguito delle dichiarazioni del collaboratore Biagio Grasso. Inoltre, per Vinciullo non è stato celebrato alcun processo in conseguenza delle confidenze fatte da Luigi llardo al colonnello Riccio o delle dichiarazioni rese agli inquirenti dal costruttore Antonino Giuliano.


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