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Memoria, tradizione, emancipazione

Temi del romanzo di Sara Zanghì, Nebris, ambientato in un paese siciliano, tra i Monti Nebrodi

di silvestro livolsi - giovedì 7 ottobre 2004 - 5664 letture

Sara Zanghì, Nebris, Edizioni Empiria, Roma 2003 (14.00 euro)

Ci sono tante Sicilie, diceva qualcuno, tante quante ne coglie lo sguardo di chi vi si avventura: continuano a testimoniarlo alcuni libri recenti: quello di Matteo Collura, In Sicilia (Longanesi), che rivisita luoghi e storie magari già note, ma indagate da un siciliano attratto e inquietato dalla sua terra, in un bel reportage capace di rinnovarne l’interesse; l’altro di Stefano Lanuzza, Erranze in Sicilia(Guida), dove storia e attualità dell’isola vengono rivisitate non senza una apprezzabile attenzione per i fatti minimi ma emblematici e poco noti della sua complessa e bizzarra realtà, anche quelli, più frivoli, delle strane presenze diaboliche che animano la vita di paesini posti ai piedi dell’Etna (come se non bastasse già la misteriosità del vulcano!); o ancora Dal vulcano al caos(L’ippocampo), il diario siciliano di Edith de la Heronniere, colmo di belle e profonde riflessioni , rielaborazioni di emozioni vere e di visioni in grado di penetrare l’animus e l’anima di uomini e luoghi che la scrittrice francese, studiosa del pensiero, rincorre e metabolizza: raccogliendo pure, di questa terra dove è perenne la critica della ragione pura e pratica, le confidenze di un noto Professore, rinomato studioso di Manzoni, sulla diffusa diceria che vuole assolutamente ’innominabile’ un altrettanto noto scrittore siciliano perché portatore di iatture e gravi mali. Quindi il romanzo di Sara Zanghì, Nebris (Empiria) che nel suo essere un racconto ben scritto, dove la chiarezza e l’incisività dello stile si armonizzano alla linearità, alla semplicità (e profondità) del contenuto, è anch’esso un viaggio nella storia e nella geografia di un’area dell’isola, usualmente poco frequentata dai viaggiatori e, forse, anche da parte degli isolani. Il tempo che narra è quello che va dagli anni 30 agli anno 60 del novecento; il territorio è quello dei Monti Nebrodi, dell’antico Val Demone, del versante orientale della Sicilia fatto di tanti piccoli, montani e isolati centri, antichi nella loro storia, arcaici nei costumi. Il romanzo della Zanghì delinea le vicende pubbliche e private di un piccolo paesino di questi monti Nebrodi (Nebris ne è l’originario e greco nome): narrando, nelle prime pagine di un delitto d’onore: dipinge così la società patriarcale dell’inizio del secolo. L’evoluzione di tale mondo dove la povertà è materiale ma anche culturale e della mentalità viene raccontata attraverso l’emancipazione delle donne che sono protagoniste del romanzo, in particolare di Tonia che porterà a compimento quel percorso di affrancamento dalle convenzioni sociali e dal predominio maschile che già la madre aveva coraggiosamente intrapreso, riuscendo a ribaltare i (presunti) valori dominanti, apertamente, potendolo fare perché economicamente privilegiata e culturalmente attrezzata, ma vivendo le sue scelte come ferite dolorose e sempre aperte. Il passare degli anni, in Tonia permetterà una conquista definitiva e matura dello spirito di libertà e della coscienza della necessità dell’autonomia di atti e giudizi: nonostante esternamente la realtà proceda a rilento: la caduta del fascismo, la liberazione dell’isola con lo sbarco americano aprono a nuove prospettive, ma le stragi e la repressioni delle rivolte contadine, il fallimento della rivolta agraria con la conseguente emigrazione arrestano i sogni di progresso sociale e impoveriscono l’isola. Nell’abbandono finale del paese da parte della protagonista, per un lavoro a Roma, ma soprattutto nella sorte di sfacelo che tocca alla Villa della sua famiglia, (all’interno della quale, per parte femminile, s’è tolto il velo all’ipocrisia , dove s’è sperimentata l’asprezza del vivere in un ambiente difficile e opprimente) ben presto ridotta a macerie, c’è la fine di quel ’secolo lungo’ che è stato l’ottocento e che si è protratto in quella parte di Sicilia, ben più in avanti nei decenni del ’secolo breve’, con i suoi codici del (dis)onore familiare, coi suoi miti del focolare, della casa e della ’roba’, con le sue tradizioni e i suoi fatalismi.


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