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Medea al Castellaccio

Si è svolta sabato 30 luglio 2016, ore 21, al Castellaccio di Lentini, la rappresentazione del monologo scenico "Medea", interpretata da Elaine Bonsangue. Un evento Natura Sicula Lentini e Statale 114.
di Sergej - mercoledì 3 agosto 2016 - 6685 letture

1. Heiner Müller (e Pasolini)

MedeaMaterial è terza parte di una trilogia scritta da Heiner Müller (1929/1995) nell’arco di tempo che va dal 1950 al 1980. Le altre due parti sono intitolate: Riva abbandonata, e: Paesaggio con Argonauti. MedeaMaterial può tradursi come “Materiale per Medea” o materiali su Medea, o materiali medeaiani, o, ancora, Medea “materiale”. Materiale fa riferimento a qualcosa che non è composto nella sua interezza, non è “organico”, ma frammentario - ma nello stesso tempo rimanda a qualcosa di concreto, una “materia” con cui il Novecento ha avuto intellettualmente a che fare nella sua ricomposizione scientifica; ma c’entra anche le "cose" di Lucrezio e lo "zibaldone" di Leopardi. Müller va oltre i riferimenti tradizionali di Euripides e Seneca, la sua è una attualizzazione para-brechtiana; tanto quanto più rigida dal punto di vista formale mi sembra l’operazione fatta da Pasolini per il suo Medea visivo - ma qui siamo nel 1969, e Pasolini compie un atto di giudizio senza appello, un giudizio universale, rispetto alla contemporaneità proprio nel momento in cui “mostra” il paesaggio arcaico e primitivo - polvere, desolazione e scarnificazione nella “civile” corte greca -, e dà a Maria Callas la possibilità della sua più forte interpretazione cinematografica. Negli ultimi anni ho visto, sul web, ci sono state diverse rappresentazioni di questo testo. Non a caso, perché Müller attualizza il mythos riguardo a Medea, connettendolo con i nuovi processi di colonizzazione / migrazione del Novecento: da est verso ovest, e da sud verso nord.

2. Il mythos tradizionale in breve

Medea, dopo aver aiutato il marito Giasone e gli Argonauti a conquistare il vello d’oro, uccidendo il proprio fratello, si è trasferita a vivere a Corinto, insieme al consorte ed ai due figli. Dopo alcuni anni però Giasone decide di ripudiare Medea per sposare Glauce, figlia di Creonte, re di Corinto. Questo infatti gli darebbe diritto di successione al trono. Vista l’indifferenza di Giasone di fronte alla sua disperazione, Medea medita una tremenda vendetta. Manda in dono un mantello alla giovane Glauce, la quale, non sapendo che il dono è pieno di veleno, lo indossa per poi morire fra dolori strazianti. Il padre Creonte, corso in aiuto, tocca anch’egli il mantello, e muore. Per assicurarsi poi che Giasone non abbia discendenza, uccide i figli avuti con lui.

3. La regia/ricerca di Mattia Sebastian

a partire dal 2010 (con rappresentazione al Teatro Outoff di Milano, nel 2014 (http://www.teatrooutoff.it/OUTOFF/Scheda_-_Materiali_per_Medea.html): ricerca plurilinguistica, Sebastian sceglie di far recitare in cinque lingue il testo:

“il tedesco come lingua primaria dell’autore; l’inglese come segno della globalizzazione, russo per il contrastato periodo rappresentato dal Muro di Berlino; l’italiano e il greco come madri della tragedia. Una operazione teatrale multilinguistica che vuole ampliare ancor più il contesto mulleriano per portarlo il più vicino possibile alla visione universale e planetaria che Muller espone nei suoi testi.”

Nella messa in scena di Sebastian:

“È centrale in questa rilettura della leggenda di Giasone, della spedizione degli Argonauti e della tragedia di Medea, accanto al tema del tradimento, quello della guerra (militare e commerciale) di conquista: “La storia di Giasone è il più antico mito di colonizzazione - affermava Müller in un’intervista - perlomeno nell’area greca, e la sua conclusione segna il passaggio alla storia: Giasone viene travolto mortalmente dalla sua stessa nave. [...] Sulla riva abbandonata di un lago, scenario tipico degli sbarchi militari, l’angelo della morte, attende. E’ il testimone degli orrori perpetrati negli scenari di guerra dell’umanità; è una landa colma di rifiuti (biscotti - preservativi - bottiglie - escrementi fluorescenti), segno del mesto tentativo di invadere e commercializzare la Germania dell’est con i prodotti mito. In un angolo una clandestina scalda del cibo. L’angelo della morte trova tra i rifiuti il cadavere di un militare (Giasone) che ci narra la sua storia di colonizzatore, la sua morte, e il suo viaggio nella memoria del mito per arrivare al presente stato della evoluzione contemporanea. Si accoppia con una puttana e la trascina in un ironico ’recital’ come quello delle dive hollywoodiane mandate al fronte per ravvivare le truppe (gli Argonauti) che invece qui giacciono sepolte nella calce viva e stipate dentro i sacchi dell’immondizia. Una onoranza funebre postuma ai morti di allora un omaggio ai futuri eserciti in partenza. La puttana, poi, lo ammazza a bastonate. Il nucleo tragico esplode, esce dai confini della incoscienza umana che ride, balla, scopa, beve, spara, e la storia di Medea si fa portavoce della violenza, del sopruso. Tutti gli orrori della Storia sembra si facciano largo attraverso questo monologo con una fitta rete di immagini, memorie e citazioni.”

4. La regia/ricerca di Carmelo Rifici

nel 2012 (Spazio Tertulliano, Milano) (http://www.rumorscena.com/30/11/2012/la-trilogia-di-heiner-muller-materiali-per-medea-con-mariangela-granelli-regia-di-carmelo-rifici-spazio-tertulliano):

“in Riva abbandonata si parte dalla descrizione di una donna sulla riva del lago Strausberg. La donna sembra descrivere oggetti e immagini che provengono da un altro mondo rispetto al suo, portati a lei dalle onde del lago. Un mondo apparentemente ricco un mondo che lei guarda con sospetto ma anche con fascinazione, dalla sua riva che sta per abbandonare. Il testo mostra già il tema del tradimento, che si svilupperà maggiormente nel secondo capitolo, ma già in Riva abbandonata si sente la disperata necessità dello straniero che deve tradire la propria patria, la propria identità, oramai sedotto dal fascino sinistro del colonizzatore. La donna, una Medea non ancora definita, potrebbe essere una cittadina della ex Ddr che si è lasciata attirare in Occidente dal proprio amante, potrebbe essere una donna musulmana sedotta da un soldato d’occupazione americano, una prostituta nigeriana che vive in Italia. Materiale per Medea racconta il tradimento e la furiosa rivendicazione dello straniero di ritrovare le proprie origini, la propria identità perduta. La straniera, obbligata a vivere da reietta, si ritrova ad interpretare suo malgrado la tragedia di Medea, coercizzata dal pubblico desideroso di assistere ad una “morte in diretta”, dal finale inatteso.

In Paesaggio con Argonauti la figura della donna si disintegra per diventare ella stessa il paesaggio che racconta. Giasone è morto, travolto tragicamente dalla sua stessa nave, metafora di un occidente alla fine. Con la colonizzazione ha inizio la storia dell’occidente, il fatto che il veicolo della colonizzazione uccida il colonizzatore fa presagire la fine, la fine del progresso. Un io collettivo, una donna smaterializzata racconta questa fine, descrivendo un paesaggio postatomico, ritornato irrimediabilmente povero. I tre testi sono interpretati da Mariangela Granelli, attrice di grande spessore emotivo, che con il suo solo corpo e la sua voce, come in un orrorifico dramma senechiano, scaraventerà sullo spettatore un bestiario immaginifico, metafora del nostro perduto occidente.”

5. L’ultima Medea al Teatro di Siracusa

Nel 2015 una Medea è stata rappresentata al Teatro greco di Siracusa (per le 51° rappresentazioni classiche), regia di Paolo Magelli, il filo mitico è quello di Seneca ma con un imprinting proveniente dalla lectio di Müller (http://www.indafondazione.org/it/quanto-la-medea-di-paolo-magelli-e-invece-di-heiner-muller/).

6. Christa Wolf

In Italia è stato pubblicato anche il romanzo di Christa Wolf, Medea. Voci, che Wolf iniziò a scrivere dopo il crollo del Muro di Berlino, dal 1990. Lettura femminista e politica (nel senso del problema-DDR non ancora metabolizzato) del mito, puntualizzato sul fatto che è solo a partire da Euripide che “vale” la tradizione di Medea assassina dei propri figli. Per chi (come noi/me) ama Christa Wolf, il testo sulle Voci è imprescindibile. E non a caso, mi sembra, rispetto a Müller si passi dal complicato concetto di "materiale" a quello altrettanto complicato, ma certamente diverso, di "voci".

“In quale luogo, io? È pensabile un mondo, un tempo, in cui io possa star bene? Qui non c’è nessuno cui lo possa chiedere. E questa è la risposta. ” (Ch.Wolf)

7. La rappresentazione di Salvo Gennuso (Statale 114)

Nella rappresentazione per la regia e scena di Salvo Gennuso (Statale 114, circola da qualche anno [1] - facciamo riferimento alla rappresentazione del 30 luglio 2016 al Castellaccio di Lentini) abbiamo un riconcentrarsi attorno all’unicità del personaggio (vengono eliminate le figure secondarie del testo di Müller): Medea, interpretata da una bravissima Elaine Bonsangue, è sola davanti al pubblico, cui volta le spalle per buona metà dello spettacolo. Elementi scenici: un proiettore che immerge la scena in un flusso continuo marino; uno specchio che Medea utilizza come “arma” contro il pubblico; la piscina per bambini in cui Medea sguazza come sirena. Medea è all’inizio bionda, poi toglie la parrucca. L’infanticidio rituale viene composto con l’atto di “scelta” di Medea che prende due rappresentanti del pubblico e “li” coinvolge nella rappresentazione: loro due “a nome del” pubblico. I due rappresentanti del pubblico sono i “sacrificati”. Leggiamo la nota di regia diffusa in occasione di una delle rappresentazioni di Statale 114 (quella di Plaermo, nel 2014: http://www.teatroliberopalermo.com/2014/12/09/medea-material/):

“E’ una barbara Medea che passa attraverso l’Europa e finisce coll’incarnare la storia stessa di questo continente, e di alcune nazioni in particolare: non sono forse i propri figli che la Germania nazista metteva a morire, ebrei sì, ma nati nello stesso luogo dei loro carnefici, più tedeschi dell’austriaco Hitler?

Medea attraverso i secoli diventa mito della nostra contemporaneità: oggi potrebbe raccontare la vergogna della nostra Italia, o, più semplicemente, la fatica di un essere umano a vivere senza tradire, a cercare un’identità fuori dal proprio paese-terra-nazione-famiglia, a darsi una realtà che reinventi l’essere pensandolo finalmente libero e non come animale in gabbia. Perché questa è la vicenda di Medea la barbara, maga e femmina, che tradisce il paese e la propria origine, che squarta il fratello, che prende possesso del corpo di un uomo annullandosi in esso, fino sentire la polvere che si deposita sulla sua pelle, diventata un suppellettile tanto lussuoso quando ingombrante ed inutile, superfluo quindi.

Medea è la donna che si ribella, l’essere umano che anela ad un’altra condizione, che riconosce nel sole la propria origine e che si reinventa essere spezzando l’umanità in due tronconi, non assimilandosi a nessuno, vivendo in un paese di mezzo, fra le crepe della storia e del presente. Medea è il mito delle rinascita e non della morte. E’ un grido di libertà, un invito all’azione, un dialogo con il pubblico: non offre soluzioni, mostra le crepe nei muri dell’esistenza, del conformismo, del potere, dell’assuefazione. Mostra le crepe perché come vermi ci si possa insinuare, e abbattendo i muri mutarsi da crisalidi in farfalle”.

Cosa significa “emigrare” da un posto a un altro? come funzionano i processi identitarî? Da tutti i discorsi fin qui fatti, i rimandi, è chiaro che non stiamo parlando solo del caso dell’emigrato che dal sud giunge nel nord; emigrato è anche la donna che si ritrova nel “paese dei maschi e del patriarcato”, e chiunque è “eccentrico” rispetto alla “normalità” che di volta in volta un gruppo sociale sceglie di seguire o esibire. Emigrato è il nero, il bambino, il divergente sessuale o dismorfico, il freak… Chi emigra è sempre un traditore (quello del tradimento è uno dei temi del teatro di Müller), chi ha tradito una volta può ancora tradire: è inaffidabile, per eccellenza. Chi accoglie il traditore è a sua volta un traditore, e per non essere accusato di tradimento, di connivenza con l’altro, deve essere più fanatico dell’integralista: la "comunità" (ecco un bel termine su cui ha favoleggiato una parte degli orfani delle esperienze borghesi scapigliate del Novecento) deve fare scudo e bruciare la strega. C’è una Colchide per ognuno di noi, quale luogo di provenienza, e un luogo quotidiano di residenza che non è il nostro luogo di origine; c’è, per ognuno di noi, una Colchide che ci è ormai per sempre preclusa, anche se la Colchide è la nostra lingua, i nostri usi e costumi, il nostro modo di ragionare. Noi siamo tutti particelle di grasso, che l’acqua non può sciogliere: solo la morte può scioglierci, definitivamente. Ci aggrappiamo alla nostra lingua, per non farci sciogliere nella realtà circostante, la nostra identità si contrappone a quella che ci circonda: la realtà fa presto a vendicarsi, contrapponendosi a noi, travolgendo tutto ciò che è dissimile. Per legge del taglione o contrappasso.

8. Postilla

Colchide è il luogo reale (è realmente esistito) e mitico (nella rappresentazione teatrale), sulla costa estrema del Mar Nero in direzione del selvaggio Caucaso. Luogo barbaro per eccellenza per la Grecia atenocentrica (o spartocentrica). Paradossalmente, nell’ambito degli studi archeologici, da quelle zone del Caucaso provennero le tribù proto-indoeuropee che nell’VIII millennio A.c. debellarono progressivamente le popolazioni europee pre-indoeuropee (quella “civiltà della dea madre” di cui parla Marija Gimbutas). Da quelle popolazioni derivarono anche i Greci, con l’insieme dei loro dèi e il patriarcato così come lo abbiamo conosciuto. La storia è un guanto che continuamente si rivolta. E così ora tocca ai greci (a “noi”) pensare la Colchide come luogo esotico, luogo selvaggio e di usanze strane e misteriche. Medea è la “maga”, la strega che va combattuta e contro cui è lecito dire tutto il male possibile. Valle dei magi era quella che si trovava a fianco della Valle grecizzata di Santo Mauro in cui avevano trovato rifugio i calcidesi di Leontini: la valle di Mineo e di Palagonia, in parte abitata da sicani grecizzati e da greci sicanizzati, che Ducezio (un sicano grecizzato che aveva scelto di essere di nuovo sicano) scelse come luogo della sua resistenza, nella sua capitale posta sopra il Santuario dei Pàlici. Il Castellaccio, luogo della rappresentazione di Statale 114, è la fortezza di Federico II che proteggeva e controllava l’antica Lentini medievale, ma sullo sperone di monte che delimita la valle greca di Santo Mauro in cui sorgeva la città rupestre greca - probabilmente, in età greca, luogo di fortificazione, ma chissà che non si trovasse qui anche l’anfiteatro che mai è stato ritrovato dell’antica Leontinoi. E davvero sarebbe bello pensare a una rappresentazione del mito di Medea avvenuta, il 30 luglio 2016, proprio nel luogo del teatro di Leontinoi. Ma queste sono solo illazioni.


[1] Nel 2012 "Studio su Medea" a Zo (Catania): https://www.facebook.com/events/308764865907143/ ; nel 2013 a Pantelleria, al Lago di Venere, e poi all’Università di Catania: http://www.agenda.unict.it/8410-medea-material.htm ; nel 2014, Teatro Libero Palermo: http://www.teatroliberopalermo.com/2014/12/09/medea-material/


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