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Maxi-processo in Calabria: l’erba che cresce fa meno rumore dell’albero che cade

Una notizia che sembra abbia subito una attenuazione d’importanza, tra il rincorrersi di altre notizie che hanno monopolizzato l’attenzione dell’opinione pubbica, è quella dell’inizio del maxi-processo alla ‘ndrangheta, nell’aula bunker di Lamezia Terme.
di francoplat - mercoledì 3 febbraio 2021 - 659 letture

In realtà, dire processo alla ‘ndrangheta è riduttivo, molto riduttivo. Perché la vera notizia, quella così succulenta da essere passata quasi sotto silenzio, è che quello che è iniziato in Calabria non è solo un atto di accusa e un processo contro la malavita organizzata locale, ma un impianto accusatorio contro le relazioni pericolose tra ‘ndrine e politica e massoneria e comparti deviati dello Stato e amministratori pubblici e parte della società civile. Non è in questione soltanto la mela marcia dei mafiosi, quanto piuttosto l’ipotesi che il marcio alligni ovunque e che i ‘cattivi’ siano cattivi quasi quanto i buoni, ai quali lasciano l’onore della visibilità e della buona parvenza, per godere, insieme, dei frutti succosi di questa sceneggiata.

È affascinante considerare l’evoluzione della percezione della mafia nell’immaginario collettivo, attraverso la complicità di chi ha sostanziato la mafia del proprio appoggio. Per decenni, la mafia non è esistita e chi ci credeva, direbbe Edoardo Bennato, era un pirata. Poi, ha cominciato a esistere nella vulgata comune e, addirittura, nel vocabolario politico e chi la combatteva era, di volta in volta, un eroe o qualcuno da fare diventare tale. In tal modo lo Stato celebrava i suoi ‘servitori’, che, a volte, mandava a morire in guerra, soli, senza armi, mentre l’opinione pubblica iniziava a svegliarsi davanti al primo maxi-processo, scopriva che la mafia non era un’invenzione di letterati o magistrati o politici non collusi o giornalisti coraggiosi.

Con un ritardo di circa un secolo dal loro sviluppo e consolidamento, l’Italia scopriva le organizzazioni criminali e, nella frenesia della scoperta e nella tenace volontà di andare sino in fondo, qualche magistrato ipotizzava, dinanzi all’incredulità di molti, che esistessero relazioni pericolose tra mafia e Stato. Cosa nostra era non solo loro, era anche nostra, un servizio di pubblica immoralità, che aveva investito nei rapporti di vicinato con le amministrazioni pubbliche e con alcune sacche imprenditoriali, mediche, giuridiche ecc, avvolgendo in una cappa pestifera il Paese.

Perché di questo si tratta. Il 19 dicembre 2019, poco più di un anno fa, un terremoto giudiziario scosse l’area del Vibonese, patria della potentissima cosca dei Mancuso di Limbadi, che vantava importanti addentellati nazionali e internazionali. Dopo circa tre anni e mezzo di attività investigativa, i carabinieri del Ros coadiuvati dalla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro, guidata da Nicola Gratteri, arrestavano oltre 300 persone, in Italia e all’estero, per un totale di 416 indagati, con accuse che andavano dall’associazione mafiosa all’omicidio, dall’estorsione all’usura, dalla fittizia intestazione di beni al riciclaggio al narcotraffico. L’operazione, denominata Rinascita-Scott – quest’ultimo era il cognome di un agente statunitense della DEA, attivo fra le due sponde dell’oceano –, fu anticipata di 24 ore, perché altissimo era il rischio di una fuga di notizie. Scale segrete, botoli, tombini erano solo alcuni dei nascondigli nei quali i carabinieri, con diversi blitz, hanno rinvenuto e arrestato diversi latitanti. Vale la pena, a tale riguardo, sottolineare che tra gli indagati risultano un cancelliere del Tribunale di Vibo Valentia e un colonello dei Carabinieri, Giorgio Naselli, comandante provinciale dell’Arma di Teramo. Difficile non pensare a soffiate provenienti dagli stessi ambienti giudiziari e investigativi.

Nelle oltre 1200 pagine di ordinanza di custodia cautelare, i magistrati hanno disegnato un’inquietante mappa dei rapporti collusivi tra le cosche e il mondo politico-imprenditoriale, sottolineando il ruolo centrale, in tal senso, che sarebbe stato svolto dall’ex parlamentare di Forza Italia Giancarlo Pittelli, avvocato catanzarese e membro del Grande Oriente d’Italia. A lui, secondo l’accusa, al suo ruolo politico e al credito ottenuto presso la massoneria più potente, si devono i lasciapassare alla ‘ndrangheta presso le banche, le società straniere, le università e altre istituzioni.

Né il solo Pittelli, tra i politici, risulta coinvolto in questa vicenda giudiziaria. A fargli compagnia, ci sono, fra gli altri, anche il sindaco di Pizzo, Gianluca Callipo, transumante dall’area renziana del Pd all’appoggio garantito alle elezioni regionali a Mario Occhiuto di Forza Italia, Pietro Giamborino, già consigliere regionale dem, e, ancora, Nicola Adamo, consigliere regionale per quattro legislature, figura storica della sinistra calabrese.

Ne emerge, appunto, un quadro fosco, urticante, ramificato. Se le cosche calabresi riescono a controllare una parte consistente dell’economia regionale, condizionando in maniera diretta e indiretta l’edilizia, il commercio, la ristorazione, i trasporti, il turismo ecc., qualificandosi come realtà imprenditoriale a tutti gli effetti, ciò è dovuto, principalmente, alla capacità di creare robusti e proficui rapporti con figure chiave dell’economia privata e, aspetto più deleterio, della pubblica amministrazione. Lo sostiene con grande lucidità Lirio Abbate in un editoriale de “L’espresso”: «Grazie alla rete di relazioni consolidate con esponenti della politica, delle istituzioni e delle professioni, le cosche - sia attraverso prestanome sia con imprenditori e professionisti di riferimento – sono riusciti ad aggiudicarsi importanti pubblici appalti, imporre le proprie ditte e la propria manovalanza nei sub-appalti. Un modus operandi che spesso non ha avuto bisogno di ricorrere alla violenza ma che trovava nella convergenza di interessi con ampi settori della classe dirigente locale e regionale una leva per mantenere potere e consenso e garantire l’impunità delle cosche» (12 gennaio 2021).

Questo è l’impianto accusatorio prodotto dallo sforzo investigativo, lo scenario delineato a seguito di un’inchiesta iniziata da quando Gratteri si era insediato nel capoluogo calabrese. Lo scorso 13 gennaio, presso l’aula bunker, è iniziato il processo: 325 imputati, 438 capi di imputazione, 600 avvocati, 30 parti civili, 224 parti offese, numeri che richiamano da vicino quelli dell’altro, grande maxi-processo, quello contro la mafia siciliana, quello che porta alla mente i nomi di Falcone e Borsellino. Si tratta di un processo delicato, non privo di insidie, esattamente come quello siciliano a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Insidie come i tentativi di delegittimazione dell’operato di Gratteri, dei quali, all’epoca del blitz, si rese responsabile l’allora procuratore generale di Catanzaro, Otello Lupacchini, definendo evanescenti le inchieste del magistrato di Gerace e, per questo, subendo il trasferimento a Torino in qualità di sostituto procuratore. È la macchina del fango, quello che si mise in moto, a suo tempo, per Falcone, quella che ha conosciuto Nino Di Matteo, quella che ha investito, ed è difficile non capiti ancora, Nicola Gratteri.

Insidie derivanti dalla complessità di un iter giudiziario lungo, al quale, stando alle parole di un collaboratore di giustizia, Gaetano Antonio Cannatà, i boss intendevano adottare «in massa il rito ordinario, perché, dati gli elevati numeri del processo, una scelta del genere avrebbe messo in difficoltà l’ufficio di Procura e avrebbe dilatato di molto i tempi di durata del processo» (Corriere di Calabria, 19 gennaio 2021). Dichiarazioni rese dal pentito, nel corso della seconda udienza del processo nell’aula bunker di Lamezia, ai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro: dilatare i tempi del processo per giungere alla scadenza dei termini di custodia cautelare.

Insidie, ancora, legate allo scarso appeal che questo processo pare avere per il ceto politico. Solo il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, era presente il giorno di inizio del dibattimento. Un caso, certo, ma quanto suona strana e insolita la sincronia fra l’esordio del Rinascita Scott e l’inizio della crisi di governo?

E mentre ancora oggi si dibatte attorno alle volpigne strategie di Matteo il rottamatore, il maxi-processo alle cosche calabresi e ai loro rapporti delittuosi con la parte “sana” del Paese continua e continuano i blitz, come quello del 21 gennaio scorso, che ha portato a 48 arresti – 13 in carcere e 35 ai domiciliari – in tutta la penisola. Neanche a dirlo, sotto accusa le relazioni pericolose tra cosche, imprenditoria e politica regionale e nazionale: Francesco Talarico, assessore regionale al Bilancio, targato Udc, è ai domiciliari con l’accusa di associazione per delinquere aggravata dal metodo mafioso e voto di scambio, ma anche il segretario nazionale del partito, Lorenzo Cesa, risulta fra gli indagati.

Non è un’altra storia, sebbene non rientri a pieno titolo nel maxi-processo. È la stessa storia, con referenti diversi, ma con gli stessi identici meccanismi.

Quei meccanismi a cui, se si consente un richiamo personale, si è fatto riferimento in un lungo dossier su questa rivista (“Dossier Calabria zona rossa”, 9 dicembre 2020), sottolineando come la sanità calabrese fosse stata, e sia tuttora, il terreno di caccia del patto ignobile tra ‘ndrangheta e politica regionale. Il processo Rinascita Scott è una storia giudiziaria in una storia più grande, di cui si riconoscono senza sforzi i contorni e i caratteri, che coinvolge un pezzo significativo della realtà calabrese. Processarla significa processare una parte, minoritaria ma potente, della regione, nella speranza, appunto, di poter rinascere, di poter respirare aria meno mefitica, di lasciarsi alle spalle un’anomalia che sta diventando la normalità.


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