Matteo d’Arabia

Il mio viaggio in Arabia Saudita è stato educativo e utile dal punto di vista ideologico, ma soprattutto proficuo economicamente. Ho trovato persino il tempo...
di Deborah A. Simoncini - venerdì 2 aprile 2021 - 495 letture

La politica non è acqua sorgiva è impastata di sangue e in momenti difficili l’accadere va tenuto tutto per sé. La bugia che riguarda chi la crea è vera meraviglia e in questo ho un profondo debito con Mohammad bin Salam (MBS). Il mio viaggio in Arabia Saudita è stato educativo e utile dal punto di vista ideologico, ma soprattutto proficuo economicamente. Ho trovato persino il tempo di andare a caccia e sparare, con una doppietta calibro 450, a un rinoceronte. Ho visto anche numerose farfalle e mi sono piaciute molto. A Riad, città soffocante, ma bella, arroccata su un promontorio che sembra sfidare il tempo, gli uomini di Mohammad bin Salman stavano per impadronirsi del mio progetto: un albergo da costruire a Deera Square, la Piazza della giustizia nota come Chop Chop Square, per assistere in prima fila alle esecuzioni pubbliche che vi si compiono. Garante il principe ereditario. Matteo, il giorno dopo il suo arrivo trovò delle scatole sospette, attaccate col nastro adesivo sotto al telaio della sua Lada Zhiguli, (la Fiat 124 prodotta nella città di Togliatti che aveva motorizzato ai suoi tempi l’Unione Sovietica) da cui spuntavano dei cavi, chiese subito la protezione dell’antiterrorismo. Usava la Zhiguli per andare ai cantieri e accertarsi dello stato dei lavori. Scioccato dallo scoprire i dispositivi sotto l’auto chiese un incontro con un altissimo funzionario dell’intelligence.

Un amico gli disse: “Mariano gestisce personalmente l’operazione contro di te” e l’avvertì: “Non devi stare sereno: ha il controllo di tutto e ha già definito tutto. I servizi di sicurezza hanno registrato tutti gli incontri tenuti nel tuo ufficio: testimoniano il tuo ruolo nell’aver portato al potere Mariano.” Era vero! Sulla scrivania Matteo si fece installare una scatola grigia con l’allarme da attivare in caso di aggressione.

Conosciuto come “il bancario di Palazzo Strozzi”, maestro di accordi sottobanco e giochi di prestigio per il governo del Paese aveva manovrato senza tregua per portare Mariano al potere. Per anni intoccabile, membro di una ristretta cerchia al vertice del potere, aveva piegato le regole sempre avvantaggiandosi. In più di una occasione aveva sovvertito le elezioni, per le sue esigenze. Dopo che la sua avidità era diventata insaziabile, la macchina del potere, di cui aveva fatto parte, gli si era rivoltata contro. Mariano se l’era presa con il suo impero economico approfittandosene. Matteo era stato costretto a lasciare Firenze, con Roma e il Vaticano che gli lanciavano l’attacco. Nel 2000 a venticinque anni aveva cofondato la “Banca della Fratellanza”: la vera chiave del suo potere. Le autorità (su richiesta di Mariano?) aprirono un’inchiesta penale e l’accusarono di aver provocato la bancarotta dell’istituto, trasferendo, al culmine della crisi finanziaria del 2008, 900 milioni di dollari su un conto corrente in Svizzera. Matteo protestò sostenendo che i soldi erano suoi. Persone interne allo Stato avevano manipolato le regole a suo svantaggio, per far crollare la banca e beneficiarne. La mano morta di Mariano, la cui influenza era dappertutto, sembrava evidente. Se prima si era rivolto contro gli avversari politici adesso doveva passare ai suoi alleati di un tempo. Da quando aveva lasciato Firenze, Roma e il Vaticano lo perseguitavano. Proprio il Vaticano dirigeva contro di lui la sua strategia. Il processo la Sacra Rota l’aveva svolto a porte chiuse ed era stato brutale. Intrappolato fra le reti del dibattito giudiziario l’ordine fu di sequestrare i suoi beni e distruggerlo.

Matteo venne minacciato nella sua casa a Riad da alcuni tirapiedi mandati dal liquidatore della “Banca della Fratellanza.” Tre esponenti di un gruppo della ‘ndrangheta arrivarono dalla Piana di Sibari per costringerlo a pagare 450 milioni di dollari, a garanzia della “sicurezza” della sua famiglia. Gli dissero che era il prezzo minimo per prescrivere la causa penale per la bancarotta della “Fratellanza”. Matteo, abituato a trattative sottobanco, capace di svicolare fra regole e burocrazia, grazie alla sua posizione e al potere nei tribunali, si era sempre ritenuto al di sopra dei protocolli giudiziari. Assecondò la richiesta e fu costretto a prelevare i milioni di euro da un conto corrente tenuto nascosto. Pagò per garantirsi la protezione politica. Accusato di aver costretto i soci a vendere le loro quote a prezzo stracciato, il giudice lo ritenne “un testimone intrinsecamente inaffidabile.” Gli avvocati dichiararono un coinvolgimento più importante di quanto lui aveva ammesso. Fu perseguitato persino dall’agenzia statale dei depositi assicurativi, di cui era stato presidente che assoldò una squadra di dodici avvocati. Furono presentate ventuno denunce per frode e un ordine di sequestro dei suoi beni. Matteo affermava che se non si trovavano i beni rubati, o nascosti, non potevano accusarlo di frode. Insisteva a dirsi vittima di una vendetta. Non era chiaro dove fossero i soldi accumulati, ma nella fretta di fuggire aveva lasciato molti indizi rivelatori e dei detective privati rintracciarono tre miliardi di euro trasferiti a una rete di compagnie offshore controllate da Matteo sottocopertura. Costretto a eseguire le procedure richieste, dichiarò i beni ancora sotto il suo controllo e consegnò il passaporto al tribunale. Fu emanato un ordine di confisca. Per il periodo di indagini sulle sue dichiarazioni fu agli arresti domiciliari e su Matteo si scatenarono i media.

C’era una strategia per perseguitarlo e umiliarlo? Alcune società di pubbliche relazioni si offrirono di difenderne l’immagine per 100.000 euro al mese. Cominciò a temere per la sua incolumità fisica, man mano che la faccenda si ingarbugliava. Convinto che Mariano in persona pilotava l’azione restò sgomento. “Sono stato io a renderlo presidente, come può farmi questo?” Le giornate si aprivano grigie e interminabili: non riusciva a fare più niente. Stava molto male e prendeva forti calmanti che lo stordivano. Era un relitto d’altra epoca. “Ti ricordi com’eri quando hai preso il potere? Dicevi: “io sono il manager, sono stato riassunto anche se con il mio rottamare portavo lo scompiglio.” All’inizio sembravi riluttante ad assumere il comando. A chi t’aveva aiutato a riprendere il potere sembravi compiacente e malleabile. Le cose successe negli anni del tuo mandato non ti hanno consentito di tornare indietro. All’inizio pensavi come Silvio ad arricchirti, goderti la vita, e sistemare i problemi personali. In linea di massima li hai risolti molto alla svelta … … …

Il giro di vite della sicurezza rafforzò il potere di Mariano e ridusse gli oppositori all’obbedienza. Tutto dipendeva da lui, ma il suo potere era instabile. Bastava un urto perché crollasse. Commetteva errori in buona fede. Gestiva l’economia con convinzione attraverso una rete di fedeli alleati che, monopolizzando il potere, avevano introdotto un nuovo sistema e usavano le posizioni statali per arricchirsi. “Questi politici sono dei mutanti” diceva. Hanno rubato tanto da sfondare le proprie tasche. “Hai la posizione, usala come un’impresa e mettiti a guadagnare, che aspetti?” E’ meraviglioso diventare intanto ricco. Sei circondato di yes-men, sempre pronti a lunghi brindisi per onorarti e dire che la provvidenza ti ha inviato a salvare il paese, con loro al suo servizio. Rubano da ogni parte e poi parlano di come Mariano lotta contro la corruzione.

Matteo sapeva bene che gli uomini dei servizi di sicurezza vivono in un sistema completamente diverso e che difficilmente sarebbe stato uno di loro. Doveva rimettersi all’opera. Possedendo le necessarie risorse culturali e metodologiche aumentò l’amore e la conoscenza per l’Impero Arabo e le sue opportunità. Esiliato diventò un critico feroce di Mariano.


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