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Massomafie e non solo. L’evoluzione delle consorterie ’ndranghetiste

È nel decennio Settanta, anni di duttile adattamento delle mafie al pendolo della nostra storia politica soggetta agli strappi della strategia della tensione, che le consorterie mafiose cominciano a prendere confidenza con la massoneria

di francoplat - mercoledì 29 dicembre 2021 - 2450 letture

«La ‘ndrangheta non esiste più! Una volta a Limbadi, a Nicotera, a Rosarno, c’era la ‘ndrangheta! La ‘ndrangheta fa parte della massoneria! […] diciamo… è sotto della massoneria, però hanno le stesse regole e le stesse cose […] ora cosa c’è di più? Ora è rimasta la massoneria e quei quattro storti che ancora credono alla ‘ndrangheta! Una volta era dei benestanti la ‘ndrangheta, dopo gliel’hanno lasciata ai poveracci, agli zappatori… e hanno fatto la massoneria!». Era Pantaleone Mancuso, boss di Limbadi, a parlare così, colto da un’intercettazione ambientale. Era il maggio 2010, “Zio Luni” spiegava al suo interlocutore cosa fosse diventata la ‘ndrangheta, fotografava, a modo suo, una trasformazione in atto, una trasformazione ormai pluridecennale.

Del resto, sono state tante le metamorfosi delle mafie. E altrettanti sono gli elementi di continuità. Nel primo caso, si va dai campieri rurali alla mafia con le scarpe lucide, così come definì Alfonso Madeo i criminali mafiosi che varcarono le soglie delle città, dallo sfruttamento delle risorse agricole e dal controllo della protesta sociale contadina alla gestione dei traffici planetari di stupefacenti, dagli uliveti al cemento e così via. Quanto agli elementi di continuità, è sufficiente citare i riti di affiliazione, che sembrano risalire a un lontanissimo passato, la ricerca dei padri nobili, Osso, Mastrosso e Carcagnosso o i Beati Paoli, le relazioni collusive con il potere, l’uso sistematico della violenza, una certa unitarietà organizzativa e strutturale. Continuità e mutamento, dunque, alla pari di ogni altra realtà storica, di ogni altro fenomeno sociale.

Tuttavia, la frase di Pantaleone Mancuso, pur se da assumere con molta cautela, mette davanti ai nostri occhi la percezione di una rottura significativa della continuità storica della mafia calabrese. Non si tratta, certo, di una novità, non è nuovo il rapporto della ‘ndrangheta con la massoneria: data dalla fine degli anni ’60, dal 1969 precisa il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, ospite a Lamezia Terme con lo storico John Dickie, lo scorso settembre, di “Trame. Festival dei libri sulle mafie”. È in questa sede che prende forma, sulla base delle dichiarazioni di Lombardo, il tentativo di sintetizzare l’attuale sistema criminale mafioso. Il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, in quell’incontro, prova a sciogliere una matassa intricata di lunga durata, un processo storico che, appunto, egli stesso periodizza a partire dalla fine degli anni Sessanta. È nel decennio Settanta, anni di duttile adattamento delle mafie al pendolo della nostra storia politica soggetta agli strappi della strategia della tensione, che le consorterie mafiose cominciano a prendere confidenza con la massoneria, a partire dagli accertati legami tra le mafie e la P2 di Gelli. Senza essere estranee, sin dal 1970, al fallito golpe di Borghese e all’eversione neofascista. Nel 1969, l’ordinaria riunione di settembre alla Madonna di Polsi, a Montalto, fu spostata a fine ottobre, per accogliere il principe Borghese, Stefano Delle Chiaie e altri personaggi della destra eversiva, interlocutori politici degli scalpitanti De Stefano e dei Nirta.

Erano gli anni, per intenderci, in cui Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo si avvicinavano alla massoneria ed erano gli anni in cui i vertici della ‘ndrangheta, forse stimolati dalle stesse obbedienze massoniche, davano vita alla “Santa”. «Una struttura nuova, elitaria (…) estranea alle tradizionali gerarchie dei “locali”, in grado di muoversi in maniera spregiudicata, senza i limiti della vecchia onorata società e della sua subcultura (…). Nasceva un nuovo livello organizzativo, appannaggio dei personaggi di vertice che acquisivano la possibilità di muoversi liberamente tra apparati dello stato, servizi segreti, gruppi eversivi». Così si esprimeva la Commissione parlamentare antimafia della XIII legislatura (1996-2001). Per il procuratore capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, la creazione della “Santa”, nata dal confronto-scontro tra giovani leve ‘ndranghetiste e vecchi patriarchi, aveva una finalità ben precisa, come spiegò nel corso di un’audizione davanti alla Commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi, che ha dedicato una sezione specifica dell’attività collegiale al problema dei rapporti mafia-massoneria: «dovevano contare di più, entrare nella stanza dei bottoni, non più mettersi d’accordo su chi doveva vincere un appalto, ma se doveva essere costruita l’opera e dove, cioè entrare nel potere decisionale della gestione della cosa pubblica».

A cogliere acutamente l’inizio di un dialogo tra massoneria e mafie, tanto da coniare, nel 1982, l’espressione “massomafie”, fu un docente universitario catanese, Giuseppe D’Urso, presidente per la Sicilia dell’Istituto nazionale di urbanistica e fondatore dell’associazione “I Siciliani”. Sin dagli anni Sessanta, D’Urso analizzò gli investimenti di capitali in grandi operazioni immobiliari e accumulò materiale probatorio sulle irregolarità amministrative, gli appalti pubblici pilotati, gli insabbiamenti da parte della magistratura catanese collusa con la mafia, la politica e la massoneria. Tutto materiale inviato all’autorità giudiziaria e rimasto, di fatto, inevaso, inascoltato.

Che il prof. D’Urso avesse ragione, che le sue denunce fossero fondate, apparve chiaro già nei primi anni Novanta. Di quei contatti nella camera di compensazione delle logge deviate, o meno, avevano dato conto, per ciò che concerneva la mafia siciliana, due collaboratori di giustizia, entrambi comparsi dinanzi alla Commissione parlamentare antimafia presieduta da Luciano Violante. Era il dicembre 1992, Leonardo Messina narrava delle trasformazioni della criminalità organizzata siciliana: «Cosa nostra sta cambiando di nuovo perché molti degli uomini di Cosa nostra appartengono alla massoneria. (…) Questo non deve sfuggire alla Commissione, perché è nella massoneria che si possono avere i contatti totali con gli imprenditori, con le istituzioni, con gli uomini che amministrano il potere diverso di quello punitivo che ha Cosa nostra». Gaspare Mutolo, pochi mesi dopo e dinanzi allo stesso Violante, ribadiva un concetto simile.

In Calabria, sempre nel ‘92, si apriva l’inchiesta di Agostino Cordova, procuratore di Palmi, sui rapporti tra ‘ndrangheta e massoneria; com’è noto, Cordova fu trasferito a Napoli e l’inchiesta spostata a Roma, dove rimase immobile per sei anni e fu, poi, archiviata dal gip Augusta Iannini. Proprio nel ’92, nella stagione più violentemente stragista di Cosa nostra, si avviava l’operazione Olimpia della DDA reggina, destinata a rileggere la storia della ‘ndrangheta degli ultimi venti anni, comprese la seconda guerra di mafia e le relazioni intercorrenti tra la criminalità calabrese e i fratelli muratori. In quella sede e nei processi scaturiti da quell’operazione, emergeva la sistemazione assunta dalla ‘ndrangheta dopo lo scontro tra i clan De Stefano e Imerti, appunto la seconda guerra di ‘ndrangheta (1985-91), che si concluse, per via anche della mediazione della mafia siciliana, con la creazione di una commissione interprovinciale, la Provincia o Crimine, atta alla mediazione dei conflitti tra le cosche; una sorta di tribunale super partes.

Pure sul versante calabrese dei collaboratori di giustizia, si aprirono squarci sui rapporti tra mafia e logge massoniche. Giacomo Ubaldo Lauro, pentito che fornì importanti rivelazioni nel corso dell’operazione e del processo Olimpia, asseriva che «al termine della prima guerra di mafia (anni 1976-77), molti capi della ‘ndrangheta decisero di entrare in massoneria al fine di partecipare direttamente alla gestione del potere economico-politico e per poter intervenire direttamente nell’aggiustamento dei processi». Considerazioni simili giunsero da un altro collaboratore di giustizia, Filippo Barreca, legato, tra l’altro, ai servizi segreti e padrone della casa in cui dimorò, nascosto per qualche mese, il terrorista nero Franco Freda, condotto là dagli avvocati Paolo Romeo e Giorgio De Stefano. In questo caso, pur nella loro arida enumerazione, i nomi contano: Romeo e De Stefano corrono lungo tutti questi decenni e spuntano fuori, come si vedrà più avanti, nell’immediato presente. Del resto, con uno sguardo retrospettivo, fu lo stesso ex Gran Maestro del GOI (Grande Oriente d’Italia), Giuliano Di Bernardo, a spiegare alla Commissione parlamentare antimafia, nel gennaio 2017, che le sue dimissioni nel 1993 dall’incarico che assolveva, proprio nel periodo dell’inchiesta di Cordova, dipesero dal fatto di aver appreso dal Gran Maestro aggiunto del tempo, Ettore Loizzo, che in Calabria su 32 logge 28 erano controllate dalla ‘ndrangheta.

Forse non a caso, sulla base delle risultanze dell’attività di inchiesta, la Commissione antimafia presieduta da Rosy Bindi ha osservato che «l’opacità della contemporanea presenza di determinati soggetti nell’una e nell’altra associazione (…), nonché i gravi fatti che hanno coinvolto numerosi aderenti a logge massoniche, sono circostanze che richiedono comunque, nella prospettiva dell’inchiesta parlamentare, un’attenta rilettura, e fors’anche una rivisitazione, degli avvenimenti salienti della storia d’Italia dal dopo guerra ad oggi». Ciò a conferma del reiterato invito dello storico Isaia Sales a mettere mano a un’analisi della storia nazionale in cui trovi un posto adeguato l’interazione dei poteri dello Stato con quelli mafiosi.

Negli anni Novanta, dunque, alcuni passaggi erano chiari, o cominciavano a esserlo, agli occhi degli inquirenti. La ‘ndrangheta aveva una struttura parzialmente verticistica, seppur non del tutto assimilabile alla cosiddetta cupola siciliana, dialogava con le altre consorterie mafiose, era in relazione con la massoneria e con i servizi segreti, oltre che con l’eversione di destra. Qual è la successiva evoluzione della ‘ndrangheta? Cosa si pensa sia oggi? Va oltre il Crimine di Polsi e la Santa, almeno stando a ciò che raccontano le aule dei tribunali. In vent’anni, l’attività investigativa e giudiziaria ha prodotto una lunga serie di operazioni, inchieste e relativi processi. “Crimine” del 2011 – che accertò, a livello giudiziario, l’esistenza della “Santa” –, “Fata Morgana”, “Sistema Reggio”, “Mamma Santissima”, del 2016, confluite tutte nel processo “Gotha”, il maxi-processo del nuovo millennio, dopo quello Olimpia del trentennio precedente. Da questa poderosa serie di inchieste, stando alle sentenze del rito abbreviato e di quello ordinario del processo “Gotha”, emerge, pochi mesi fa, quanto il pm Lombardo ha esposto nel già citato intervento a “Trame”.

Lombardo parla di un livello riservatissimo, una mafia alta che non è quella che interagisce con le logge massoniche, deviate o meno, che non è nota alla mafia militare o territoriale – la quale ultima pure esiste ed è fondamentale per la tenuta complessiva del sistema mafioso calabrese – che si rapporta con altri “invisibili” di altre consorterie criminali e che cerca di entrare in contatto con tutti gli ambiti strategici, cioè gli apparati istituzionali, la pubblica amministrazione, i professionisti, le imprese che contano, il sistema bancario e finanziario, il sistema informativo, ossia quello che fornisce informazioni di prima mano soprattutto sull’attività investigativa. È la ‘ndrangheta della sostanza, spiegava Lombardo alla Commissione presieduta da Rosy Bindi, che non è la ‘ndrangheta dell’apparenza, che sta lì, a quel livello ignoto agli stessi padrini della gerarchia tradizionale, sta lì dove «non si è più nemici dello Stato, (…) lì lo Stato deve essere necessariamente amico, perché altrimenti il sistema criminale si inceppa e non si arriva a perseguire gli obiettivi prefissati».

Il processo Gotha ha messo alla sbarra e condannato due nomi già citati, gli avvocati Paolo Romeo e Giorgio De Stefano, figlio d’arte quest’ultimo, quali soggetti perfettamente identificabili con quelle entità – gli invisibili – a cui si è fatto cenno sopra. Ma la particolarità, sottolinea ancora Lombardo al festival lametino, è che, con la lettura di un tempo, i due avvocati sarebbero stati accusati come concorrenti esterni, come soggetti-cerniera, figure di mediazione, anche agli occhi della mafia militare, tra mondo ‘ndranghetista e mondo massonico o dell’area grigia. Invece, a detta di Lombardo, si tratta di una struttura superiore e criptica della stessa ‘ndrangheta, non esterna, ma interna e invisibile al mondo di sotto. Una struttura non monocratica, fra l’altro, perché, come afferma sempre il procuratore aggiunto di Reggio Calabria, «se tu uccidi il capo unico hai difficoltà di relazione con gli apparati ai quali sei legato».

Durante la sua requisitoria al processo “Gotha”, Lombardo ha affermato che la ‘ndrangheta si è trasformata «da interlocutore dell’istituzione a istituzione vera e propria», mutando Reggio Calabria «in un enorme laboratorio criminale». Ecco la metamorfosi. Non più e non solo la collusione con il potere politico e la cointeressenza con le logge massoniche, a proposito delle quali, correggendo la lettura di Pantaleone Mancuso, lo storico Enzo Ciconte asserisce che non di travaso della ‘ndrangheta nella massoneria si tratta, ma, appunto, di un sistema simile a un arcipelago, ossia più isolotti in collegamento tra loro sulla base dei reciproci interessi. La metamorfosi è più rilevante: allevare cavalli di razza ‘ndranghetista da inserire nelle istituzioni e, così, alterare il funzionamento degli organi costituzionali. L’esito? È nelle parole del procuratore capo di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri che, riferendosi alla città reggina, afferma: «una città povera, un’economia senza sviluppo, una delle pressioni fiscali più elevate in Italia, una gioventù in fuga, disillusa, frustrata e depressa».

Non c’era da aspettarsi di meno da un enorme laboratorio criminale vestito con i panni buoni e rassicuranti degli organi costituzionali.


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